Perché la maggior parte dei cattolici, degli imprenditori e delle associazioni hanno votato Casa delle Libertà - L’Ulivo ha perso sull’idea di libertà
Tre sono state, a mio avviso, le componenti sociali – che nella realtà sono spesso sovrapponibili – la cui scelta elettorale del 13 maggio scorso ha segnato la svolta alla quale abbiamo assistito nel governo del Paese: i cattolici, gli imprenditori e il multiforme universo del non profit.
Iniziamo dai cattolici. Come già altre volte, anche in occasione delle ultime elezioni politiche abbiamo sentito dire che essi, scomparsa la Dc, avrebbero votato “in libertà”. Questo è solo parzialmente vero, perché la vittoria della CdL segnala che per orientarsi nella scelta dello schieramento e delle preferenze, la maggior parte dei cattolici si è attenuta, questa volta, ai criteri forniti dalla Cei. Il massimo organismo rappresentativo dei Vescovi italiani, infatti, prima del 13 maggio, pur non pronunciandosi mai a favore delle squadre o degli uomini in lizza, ha indicato con chiarezza le priorità che, dal punto di vista del Magistero sociale della Chiesa, vanno oggi perseguite sul piano politico – e non soltanto dai cattolici – per il bene del Paese. Priorità che, mentre hanno trovato largo riscontro nei programmi del Polo, non potevano invece riflettersi negli obiettivi del Centro sinistra, il cui “pensiero debole” non tollera per definizione alcun riferimento ai principi essenziali della convivenza, fondati sul profondo rispetto per la persona e la libertà richiamati con fermezza dalla Chiesa ad ogni tornata elettorale. Questi principi non sono infatti soggetti al relativismo dei valori e ai mutamenti del costume che invece condizionano apertamente la cultura dell’Ulivo.
Quando i Vescovi raccomandano, come è avvenuto in questo caso, di sostenere attraverso il voto uomini e programmi esplicitamente antiaboristi, che dimostrino di voler difendere la vita umana fin dal suo concepimento; quando avvertono gli elettori che esistono scelte incompatibili con la dignità della persona umana e con una convivenza autenticamente civile quali la legalizzazione dell’eutanasia, della droga, della manipolazione genetica, della fecondazione eterologa; quando reclamano provvedimenti incisivi a sostegno della famiglia fondata sul matrimonio (non avallando quindi il riconoscimento delle coppie di fatto), come pure politiche orientate ad aiutare i nuclei con figli, all’attuazione di una vera parità scolastica e, di conseguenza, alla possibilità dei genitori di scegliere liberamente le istituzioni educative e formative preferite; quando il Magistero ribadisce l’esigenza di realizzare un efficiente sistema dei servizi alla persona e di assicurare un’autentica solidarietà verso i più deboli nell’ottica della sussidiarietà e non secondo la vecchia logica dello statalismo e dell’assistenzialismo pubblico: quando, insomma, la Chiesa prende risolutamente posizione su tutto ciò, il Centro sinistra risponde da un lato con il disagio e l’imbarazzo dei partiti e degli esponenti dell’ala ex democristiana più moderata ma nettamente minoritraria, dall’altro con il classico livore anticlericale dei diessini, dei verdi e dei radicali.
Viceversa, la cultura del cattolicesimo liberale di cui si è resa laicamente interprete, sul piano politico e programmatico, la Casa delle Libertà, riflette la maggior parte delle preoccupazioni della Cei. Un esempio eloquente della diversità di queste reazioni l’abbiamo avuto con le polemiche scatenate dall’Ulivo quando la Chiesa ha esplicitato i propri indirizzi in materia di scuola ed educazione. Alla vigilia del voto, infatti, molti autorevoli esponenti del Centro sinistra si sono stracciati le vesti per il presunto appoggio offerto dai vescovi a Berlusconi solo perché il Cardinal Ruini aveva invitato i cattolici ad appoggiare le forze politiche e i candidati favorevoli all’attuazione di una vera parità scolastica. In queste condizioni, non c’è dunque da stupirsi se i cittadini italiani convinti della necessità di risolvere questo problema di libertà, insieme ai cattolici che seguono il Papa e i Vescovi, hanno dato la loro preferenza al Centro destra.
Oltre a costoro, l’altra componente sociale di rilievo il cui voto alla CdL ha contribuito in modo determinante all’affermazione di Berlusconi nell’ultima consultazione elettorale, è stata quella degli imprenditori.
E ciò essenzialmente per due ordini di ragioni.
In primo luogo, il governo retto dall’Ulivo nella passata legislatura non ha saputo mettere in campo una politica economica coraggiosa a favore delle imprese. Questo significa che, pur essendo entrati in Europa, ne siamo rimasti il fanalino di coda sia per l’assenza di misure incisive orientate al sostegno degli investimenti e dell’innovazione, sia per il mancato alleggerimento della pressione fiscale, giunta a gravare fino al 70% soprattutto sulle piccole – medie imprese e sugli artigiani. Nulla di ciò che le categorie produttive attendevano in termini di ripresa delle attività e dell’occupazione si è cioè verificato in questi cinque anni. Anzi, la situazione è andata peggiorando.
Il secondo gruppo di ragioni che hanno spinto la maggior parte degli imprenditori ad appoggiare il Centro destra, è stata la loro naturale sintonia con la cultura aziendale di Silvio Berlusconi, diventata il “cavallo di battaglia” di tutta la sua campagna elettorale. In virtù della sua innegabile esperienza vincente in questo campo, il leader del Polo ha formato attorno a sé una squadra di esperti e studiosi del settore produttivo e ha proposto un programma di risanamento, che gli hanno permesso di raccogliere la fiducia di tutte le categorie economiche. L’aver posto l’accento sulla necessità di un drastico alleggerimento dell’apparato pubblico e di una forte sburocratizzazione dei rapporti con la società civile, sull’opportunità di procedere subito ad un’incisiva riduzione delle imposte e di realizzare le grandi opere infrastrutturali di cui le imprese grandi e piccole in Italia hanno assoluto bisogno per crescere, sono stati gli elementi che hanno “fatto la differenza” tra gli impegni assunti dalla CdL e quelli dell’Ulivo. Quest’ultimo non ha mai smesso di nutrire un certo grado di diffidenza e di malcelata ostilità nei confronti dell’iniziativa privata. Secondo questa posizione, inscritta nel dna degli esponenti del Centro sinistra, tutto ciò che di rilevante può essere direttamente realizzato e prodotto da soggetti economici e sociali diversi dallo Stato e dalla pubblica amministrazione in genere, è in quanto tale una minaccia per il bene comune perché obbedirebbe ad interessi particolari anziché a quelli della collettività. Secondo questa logica è non soltanto inaccettabile ma potenzialmente criminale – e i toni usati in questa campagna elettorale dallo schieramento anti-Berlusconi l’hanno dimostrato – che un imprenditore pretenda di assumersi responsabilità politiche ed istituzionali asserendo addirittura di voler applicare anche al sistema pubblico il modello aziendale.
Il terzo fronte che ha spostato sul Centro destra il voto degli italiani, è proprio quello da cui l’Ulivo attendeva i maggiori consensi: il cosiddetto non profit, meglio conosciuto come Terzo settore, vale a dire il mondo dell’associazionismo, del volontariato, dell’iniziativa sociale nella sfera dei servizi in senso lato.
Si tratta di una realtà molto sfaccettata che, occupando spazi sempre più importanti nei settori dell’assistenza, della sanità, del lavoro e dell’educazione non accetta più di essere considerata del tutto subalterna rispetto all’iniziativa statale e rivendica perciò il diritto di vedere, invece, pienamente riconosciuta e valorizzata la propria funzione di pubblica utilità. Un diritto che nella scorsa legislatura il Terzo Settore si è visto sistematicamente negare, con il pretesto che l’attribuzione al non profit di un ruolo giuridicamente più forte e quindi della possibilità di attingere a risorse per il suo funzionamento ne snaturerebbero l’identità di volontariato “puro” e di spontanea iniziativa sociale.
Dietro questa posizione si nasconde in realtà il timore che le imprese non profit acquistino agli occhi dei cittadini e della società civile una credibilità ed un ruolo decisamente competitivi rispetto ai servizi erogati e gestiti dall’ente pubblico, sottraendo di fatto potere a quest’ultimo. Una paura che esprime l’esatto contrario del principio di sussidiarietà recentemente introdotto anche nella carta costituzionale del nostro Paese, alla luce del quale le pubbliche istituzioni sono tenute a favorire (e non ad ostacolare) quanto più possibile la libera iniziativa delle persone e delle associazioni nel rispondere ai bisogni sociali a tutti i livelli. Il presupposto culturale di chi si oppone alla sussidiarietà sta nell’idea che solo l’ente pubblico garantisca e tuteli il bene comune e abbia quindi titolo per gestire i servizi. Si crea in tal modo una situazione di monopolio e conseguentemente – come documentano i fatti – di diffusa inefficienza che induce i cittadini più abbienti a rivolgersi al privato. Proponendo il superamento del monopolio statale oggi vigente nel settore dei servizi, il Terzo Settore indica nel pluralismo dell’offerta la soluzione più equa del problema. Ma per riuscire nell’intento anche l’associazionismo deve poter disporre di risorse.
Ora, in questa campagna elettorale, diversamente dall’Ulivo la Casa delle Libertà ha inserito nel proprio programma l’impegno di legiferare immediatamente perché sia consentito alle imprese non profit di dotarsi di patrimonio e reddito, senza distribuire utili ma fornendo servizi di pubblica utilità. La modalità per attuare quest’obiettivo è quella dei buoni-servizio (buono-scuola, buono-sanità, buono-assistenza, buono-innovazione) oppure dei bonus di tipo fiscale (crediti d’imposta, deduzioni, agevolazioni) che permetteranno ai cittadini di finanziare direttamente queste attività. Sotto il profilo fiscale questi buoni, come già avviene in altri Paesi, vanno considerati alternativi alla tassazione perché consentono anch’essi di finanziare “servizi pubblici”.
In definitiva, è sull’idea di libertà che l’Ulivo ha perso la sua scommessa con gli elettori. Il Centro sinistra ha dimostrato infatti di accettare al massimo un’idea di libertà intesa come libertà di opinione, una libertà di pensarla come si vuole, mentre ha storto il naso di fronte a chi rivendica anche la libertà di realizzare ciò in cui si crede, di trasformare in opere il proprio ideale. Il Centro sinistra è infatti ancora legato ad un modello di Welfare State, mentre la CdL è sembrata più aperta alla possibilità di fare spazio alla Welfare Society, dove la persona e i soggetti sociali assumano la parte dei protagonisti della vita civile e l’ente pubblico crei le condizioni più idonee perché questo accada, coerentemente con il principio di sussidiarietà. Si tratta, ora, di mantenere la promessa.
Cons. Mauro Delladio