Luglio 1997

AUTONOMIA, REGIONE TRENTINO ALTO-ADIGE E RIFORME

L’accordo Degasperi-Gruber documenta che, storicamente, il Trentino non ha conquistato l’Autonomia per forza propria, ma solo grazie alla sua vicinanza geo-politica ed etnica con l’Alto Adige. Non bisogna avere imbarazzo nel riconoscere ciò.

Tuttavia la strada che, sotto il profilo giuridico, ci ha portato ad acquisire l’Autonomia per via indiretta, in virtù della nostra prossimità alla provincia di Bolzano, nulla toglie al principio in base al quale, anche a prescindere dalle conseguenze a noi favorevoli del Patto Internazionale sottoscritto dai due Statisti a Parigi cinquant’anni fa, il Trentino avrebbe avuto e mantiene il diritto di governarsi da sé. Si tratta di un diritto che non discende dalle vicende della storia recente, ma affonda le sue radici in una tradizione millenaria (basti pensare alla Magnifica Comunità di Fiemme, esempio storico di Autonomia antica e di Autonomia nell’Autonomia) e, soprattutto, in una corretta interpretazione del rapporto Stato-Comunità locali o Stato-Regioni secondo la quale il primo, lo Stato, è il punto di raccordo e di equilibrio dell’autonomia delle seconde -le comunità regionali- e non il "centro" del sistema, come invece si è creduto e si continua a credere.

Gli Statuti e Regolamenti delle Comunità o Regole presenti sul territorio trentino documentano inequivocabilmente la tradizione autonomista della nostra gente.

Gli amici di lingua tedesca dell’Alto Adige, oggi, quando propongono di smantellare l’Istituzione regionale, non mettono affatto in dubbio l’Autonomia della nostra Provincia ma affermano un valore che impone il rispetto tanto della loro specificità quanto della nostra, di trentini. Una specificità che non deve essere intesa come separatezza o in contrapposizione a qualcuno, ma da interpretare come una maggiore capacità di relazione con gli altri Enti, comunità locali e regioni o euroregioni, nella cornice generale di uno Stato Italiano veramente federale e all’interno di una Europa altrettanto federale, che nei loro rispettivi ruoli si rendano, cioè, garanti del pieno rispetto e dell’equilibrio generale nei rapporti tra le molte e diverse Autonomie.

Non c’è dubbio che, sotto questo profilo, risulterà decisiva la disponibilità alla revisione della Carta costituzionale in termini non lesivi delle ragioni storiche e soprattutto delle funzioni proprie delle Autonomie differenziate di alcune Regioni e Provincie in Italia. Funzioni di autogoverno esportabili alle altre realtà regionali ordinarie.

L’accordo Degasperi-Gruber è stato il primo atto di un processo storico in seguito al quale oltre all’Alto Adige è diventato autonomo anche il Trentino che, in linea di principio, avrebbe dovuto esserlo comunque.

Se non partiamo da questa convinzione avremo sempre il problema di doverci giustificare, sentendoci quasi in colpa per aver goduto di un beneficio o di un vantaggio che solo fortuitamente, e non certo perché abbiamo dimostrato qualità migliori degli altri, siamo riusciti ad ottenere.

La realtà attuale vede un Trentino abbandonato e snobbato da Vienna, attaccato e vituperato dalle regioni e provincie italiane contermini perché considerato parassita, che vive di risorse non proprie.

E’ chiaro che per mantenere e potenziare un’Autonomia di scelta occorre puntare ad un’economia autosufficiente e dimostrare di saper gestire oculatamente le risorse.

Nella nostra realtà istituzionale occorre favorire una coabitazione rispettosa delle differenze emergenti in quest'area, coabitazione che si realizza soltanto per mezzo di una relazione sistematica tra le differenze.

Senza questo fitto scambio e dialogo senza l’interazione tra popolazioni italiane e ladine del Trentino, e popolazioni italiane, ladine e tedesche dell'Alto Adige, a tutti i livelli, l'Autonomia regionale e, a maggior ragione, l'Autonomia della provincia di Trento non si giustificano più.

Oggi, -al di là di una sterile professione di fede euroregionale- la politica trentina non fa nulla per rinsaldare e sviluppare concretamente questo sistema di relazioni con la provincia di Bolzano italiana, tedesca e ladina. L'SVP, perciò tira una conseguenza pragmaticamente ineccepibile quando propone di abolire la Regione, essendo già un dato di fatto incontestabile la sostanziale separatezza delle due province.

Il partito di raccolta sudtirolese, tuttavia, sbaglia quando afferma che l'Autonomia di Trento non soccomberebbe a questo cambiamento, vale a dire all'azzeramento della Regione, perché non basterebbe certo aggrapparsi alla secolare cultura e tradizione autonomistica della comunità trentina per conservarne le speciali competenze e soprattutto le particolarissime risorse: l'ancoraggio dell'Autonomia trentina è essenzialmente regionale.

E' vero, quindi, che Trento e Bolzano devono camminare insieme nella cornice della Regione.

Per convincere di questo i sudtirolesi occorrono proposte precise, interessi forti da condividere, iniziative politiche comuni da portare avanti in due e con maggior successo, proprio perché non da soli, in tutte le sedi esterne, quando si tratta di discutere con Roma, Innsbruck, Bruxelles nonché con interlocutori pubblici e privati di rilievo.

Su questa necessità di sinergia con Bolzano, prima e più ancora che con Innsbruck, appare in tutta la sua evidenza l'immobilismo del Partito Autonomista Trentino Tirolese, oggi al governo della Provincia di Trento e della Regione.

Sappiamo, infatti, che il Partito Autonomista Trentino, sulla carta affiliato al partito di raccolta sudtirolesi, è in realtà tagliato fuori dalle strategie e dai rapporti politicamente più interessanti della SVP.

Non solo. Il PATT, il PDS e le altre componenti dell’attuale coalizione di maggioranza regionale e provinciale solo a parole difendono l’Istituto regionale. Di fatto ne pregiudicano l’esistenza visto il contenuto del documento programmatico sottoscritto nell’estate del 1996 trasformato in Disegno di Legge datato 14 luglio 1997. In esso si legge, tra l’altro, di delegare alle Provincie autonome di Trento e di Bolzano le competenze in materia di Camere di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura, Cooperazione e vigilanza sulle cooperative e Credito fondiario e agrario svuotando, con il conseguente ulteriore indebolimento, la Regione.

Quella che, quindi, poteva essere una grande occasione di rilancio dei contatti e della collaborazione fra Trento e Bolzano -data l'affinità autonomistica dei due partiti alla guida delle due Province e della Regione- si sta invece rivelando un rischioso passo indietro rispetto agli ideali dell'accordo Degasperi-Gruber.

Ideali di integrazione e cooperazione che sono l'unica vera forza e speranza di futuro per l'Autonomia trentina, mentre possono non esserlo per l'Autonomia sudtirolese, il cui carattere interetnico legittima la sua specialità.

Ideali di integrazione e di cooperazione per coltivare nuovamente i quali occorre oggi un nuovo, coraggioso accordo di collaborazione tra comunità diverse.

Le Province di Trento e Bolzano devono recuperare l'attitudine a comunicare in tutte le circostanze e su tutti i problemi che riguardano l'Autonomia.

Ne ha vitale bisogno il Trentino che, diversamente, perderà la sua Autonomia, pur avendone diritto e necessità.

Ma ne ha bisogno anche l'Alto Adige, per rinforzare il proprio ruolo sia nei confronti di Roma che rispetto all'area tedesca della Mitteleuropa.

E' chiaro infatti che per rinsaldare e rilanciare i rapporti fra Trento e Bolzano, il nuovo Patto regionale dovrà essere internamente solido ma, soprattutto, proiettato verso l'esterno, in grado cioè di configurare una maggiore "massa critica" nei confronti di tutti gli interlocutori istituzionali, statali e sovrastatali, potenziando e ampliando le capacità di penetrazione e di partecipazione di quest'area alpina alle scelte politiche nazionali ed europee.

Solo un nuovo accordo di questa natura fra Trento e Bolzano consentirà di superare costruttivamente l'attuale modello della Regione, rimasta effettivamente una "scatola vuota" e che oggi è indispensabile riempire di contenuti di grande valore ed interesse reciproco.

E' a partire da questo Patto che le due Province potranno scrivere insieme il terzo Statuto della storia di Autonomia.

Il primo creò la Regione.

Il secondo trasferì i poteri della Regione alle Province.

Il terzo dovrà fare della Regione lo strumento privilegiato di collaborazione interna fra Trento e Bolzano, per sviluppare la comunicazione esterna e quindi l'immagine autonomistica delle due Province.

Nulla, purtroppo, lascia intravedere che questo è, o sarà, l'impegno del Governo regionale.

La nuova Regione dovrà essere lo stabile punto di raccordo e di comune progettualità politica delle due Autonomie provinciali, recependo - nell'ottica del federalismo- i poteri che l’auspicata nuova Carta Costituzionale trasferirà alle Regioni (fisco, strade, ambiente, ecc.).

Le due Autonomie provinciali sono quindi anzitutto chiamate ad impegnarsi, con un nuovo accordo, a utilizzare lo strumento - Regione come un mezzo potente per difendere la loro specialità ma, soprattutto, per affrontare insieme - e quindi con maggiori probabilità di successo - le due grandi sfide esterne che si delineano all'orizzonte: quella della riforma in senso federale dello Stato italiano e quella della competizione tra aree omogenee interregionali economicamente forti nell'ambito del confronto europeo.

Un nuovo e robusto accordo che metta stabilmente in relazione Trento e Bolzano in un quadro regionale diversamente inteso, anche in termini statutari, sarà la chiave per aprirci costruttivamente ad Innsbruck, avviando una collaborazione transfrontaliera "operativa", e non più soltanto sbandierata politicamente e molto demagogicamente, per il gusto di irritare Roma o Vienna anziché per ricavarne vantaggi visibili e concreti.

Ovunque esistono e funzionano, le Euroregioni - che sono molte - che hanno questo taglio operativo e concreto e non politico-istituzionale.

Ma anche su questo punto, purtroppo, la Provincia di Trento in particolare, come pure quella di Bolzano, insistono nell'errore di prospettiva commesso nei primi tre anni e mezzo di legislatura.

Quello appena prefigurato è un percorso sensato e ragionevole, anche se richiede un coraggio politico di cui i nostri attuali Governi locali, trentino, altoatesino e regionale, sono sprovvisti.

Se vogliamo veramente difendere e promuovere la nostra Autonomia, dovremo utilizzare fino in fondo le Istituzioni che già esistono, e non rinunciarvi o inventarne di nuove: il riferimento va alla cosiddetta Regione europea del Tirolo.

E’ quindi ora di abbandonare le strategie politiche azzardate e avventurose, non percorribili e, come tali, controproducenti ai fini della nostra sincera volontà di collaborazione reciproca anche perché in ambito europeo le Autonomie regionali sono considerate ottimali per gestire e realizzare le politiche europee.

Oggi queste due Autonomie speciali non sono affatto chiamate a separarsi, bensì a dialogare e collaborare di più dentro la cornice regionale che ci unisce e, in un’ottica europea, con lo sguardo rivolto in particolare al di là del Brennero.

L’importante è rendere questa collaborazione sentita, percepita come utile e quindi partecipata dalle popolazioni che rappresentiamo e dalle forze sociali ed economiche che attendono con grande interesse il decollo effettivo e non solo a colpi di slogan, di queste politiche di apertura.

E’ indispensabile sensibilizzare e coinvolgere la gente, secondo il principio di sussidiarietà, perché questo è il nostro compito irrinunciabile di rappresentanti dei cittadini: stimolare l’autosviluppo sociale ed economico delle nostre comunità.

Nel contesto attuale non è concepibile sottovalutare l’aspetto riforme elettorali, argomento molto discusso e che vede la presentazione di innumerevoli proposte da parte di tutte le forze politiche.

Base di partenza di ogni ragionamento è lo Statuto di Autonomia della Regione Trentino-Alto Adige, fintanto che non subirà variazioni con la procedura adottata per le norme di rango costituzionale, in cui è previsto che:" Il Consiglio regionale è eletto con sistema proporzionale ...", che "Il Consiglio regionale e eletto per cinque anni. ..." e che "Ciascun Consiglio provinciale è composto dei membri del Consiglio regionale eletti nella rispettiva provincia; ..." nonché "La composizione della Giunta regionale deve adeguarsi alla consistenza dei gruppi linguistici quali sono rappresentati nel Consiglio della Regione. ..." e "La composizione della Giunta provinciale di Bolzano deve adeguarsi alla consistenza dei gruppi linguistici quali sono rappresentati nel Consiglio della Provincia. ...".

E’ evidente che gli estensori dello Statuto di Autonomia, il quale, come abbiamo visto, contiene i pilastri irremovibili (non modificabili in ambito regionale) sui quali adattare le regole elettorali per l’elezione dei Consiglieri regionali, hanno ragionato sempre nell’ottica della "frame" richiamata nell’Accordo Degasperi-Gruber, identificata nell’Istituto regionale, come bilanciamento e annichilimento delle forze centrifughe etnico-politiche presenti sul territorio.

E’ altresì evidente che la Regione Trentino-Alto Adige è nata per garantire istituzionalmente la convivenza e che le minoranze presenti in Provincia di Bolzano (Italiana e Ladina) devono avere un Istituto regionale forte, con regole uniformi per le due province, per vedere tutelata la loro presenza.

Le uniche varianti esistenti fra le Province sono riconducibili solamente all’aspetto etnico-linguistico.

Smantellare oggi l’Istituto regionale con il cavallo di Troia delle Riforme è da irresponsabili. E’ deleterio sia per la Comunità trentina che per la componente italiana della società altoatesina.

Il sottoscritto, a nome di Forza Italia, per primo in Consiglio regionale, ha proposto un Disegno di Legge in tema di riforma elettorale. Un documento che non voleva essere risolutivo ma stimolo per un ampio dibattito fra le forze politiche al fine di arrivare entro la fine della legislatura, nel 1988, a regole nuove che permettano una semplificazione del quadro politico regionale/provinciale favorendo aggregazioni fra forze politiche omogenee, l’alternanza ed una maggiore governabilità.

A questo Disegno di Legge, che prevedeva una particolare soglia, se ne è aggiunto un altro datato 14 maggio 1997 contemplante un premio di maggioranza con proposte nuove mai considerate.

Ulteriori modifiche non meno importanti da considerare, per una riforma regionale compiuta, dovrebbero contemplare oltre all’indicazione da parte dei cittadini del premier candidato alla Presidenza della Giunte provinciali, la riduzione del numero delle preferenze nonché norme cosiddette "antiribaltone".

Assolutamente le riforme non devono essere disgreganti, parziali e contingenti, pena il dover rincorrere le nuove evoluzioni politiche che nasceranno nel tempo, ma di ampio respiro e di lungimiranza politica considerando l’esperienza e gli intendimenti del passato.

Dai vincoli imposti dallo Statuto di Autonomia si desume che occorre realizzare condizioni particolari di alleanze interetniche nel caso si voglia intervenire con un premio di maggioranza alle liste o coalizioni di liste che ottengono la maggioranza relativa dei voti validi.

Nel tal caso le norme di prossima approvazione dovrebbero contemplare un minimo risultato elettorale etnicamente rappresentativo.

Le considerazioni esposte intendono favorire il dialogo fra i gruppi etnici presenti in Regione per una crescita armonica e di rispetto reciproco.

Riforme strutturali e sostanziali altrettanto necessarie quali la possibilità di nominare Assessori esterni all’Esecutivo e la concreta separazione dei ruoli fra legislativo ed esecutivo dovranno essere introdotte con una modifica statutaria di competenza politico-istituzionale superiore.

In conclusione è necessario considerare quanto espresso in premessa al fine di difendere e rivalutare l’Istituto regionale.

A Statuto di Autonomia invariato occorre sostenere, in particolar modo nelle competenti Sedi istituzionali, le proposte di riforma che mantengono l’uniformità del sistema elettorale nelle province di Trento e Bolzano per l’elezione dei Consiglieri Regionali considerando come base di partenza una soglia minima sotto la quale non esiste rappresentatività in seno al Consiglio regionale, nonché, sostenere una proposta di riforma che preveda un sistema elettorale unitario su base regionale, con premio di maggioranza alla lista o coalizione di liste che hanno ottenuto la maggioranza relativa dei voti validi vincolato ad un minimo risultato elettorale etnicamente rappresentativo.

Cons. Mauro DELLADIO