Trento maggio 2000

L’insostenibile leggerezza di Dellai sulla bilancia politica dell’Autonomia

 Per cogliere lo stato di salute politico della nostra Autonomia, frustrata dalla mortificante conduzione di cui la Giunta Dellai e la sua maggioranza hanno dato prova in questo primo anno e mezzo di legislatura, immaginiamo una di quelle antiche bilance a due piatti, un tempo diffuse nelle nostre case ed oggi quasi introvabili, capaci di mettere anche visivamente a confronto pesi diversi.

Se nel primo piatto della bilancia ponessimo il Trentino e nell’altro la Provincia di Bolzano, lo squilibrio a favore dell’Alto Adige risulterebbe clamoroso.

Soltanto dieci anni fa non sarebbe stato così, perché la “balena bianca” democristiana assicurava ancora saldamente Trento a Roma grazie al carisma dei suoi leader, l’ultimo dei quali fu Flaminio Piccoli, fornendo una “copertura politica” alla nostra Autonomia non inferiore a quella che, per ragioni totalmente diverse, l’Svp garantiva al Sudtirolo.

Senonché, la rapida disgregazione che dapprima colpì a morte la Dc e poi indebolì strutturalmente anche gli altri partiti nazionali, sopravvissuti allo sfacelo della Prima Repubblica solo attraverso successivi trasformismi non ancora del tutto consumati, risparmiò invece completamente la Svp – il cui uomo-guida è infatti rimasto, dal 1989 ad oggi, Luis Durnwalder – in grado di mantenere intatta e addirittura di potenziare la propria funzione di tutela della specialità altoatesina.

E’ significativo che il partito di raccolta della provincia di Bolzano, ideologicamente distante dall’Ulivo almeno sulla carta, negli ultimi anni abbia sviluppato le proprie posizioni pragmatico-strategiche di fiducia e sostegno ai vari governi Prodi, D’Alema e Amato, mentre il Trentino, rimasto l’unica piccola porzione del nord Italia guidata da una Giunta di centro-sinistra teoricamente organica al potere nazionale, non ha mai avuto con Roma relazioni tanto deboli, fredde e prive di certezze quanto quelle curate dal presidente Dellai.

Indubbiamente a noi manca l’elemento etnico distintivo che giustifica l’Autonomia altoatesina. Ma anche in passato era così, eppure nessuno metteva in dubbio la legittimità della nostra specialità provinciale. Ciò significa che il Trentino è in un certo senso “condannato” a cercare nella politica – e solo nella politica con la “P” maiuscola – le ragioni della propria Autonomia. Politica che presuppone partiti solidi e personalità autorevoli, con le idee chiare, in grado di stringere alleanze credibili tra forze diverse e di perseguire programmi precisi in tempi prefissati, assumendosi la responsabilità di decidere e non rinviando indefinitamente le scelte. Tutto il contrario, insomma, della fragile ed inconcludente politica “alla giornata” che ispira invece la Giunta Dellai, il cui sistematico attendismo e minimalismo decisionale, oltre a lasciar incancrenire i problemi, ha un unico obiettivo: quello di permettere a presidente, assessori e loro corte di rimanere in sella fino al termine della legislatura, per godersi il più a lungo possibile i privilegi di chi siede a Palazzo.

Nonostante la poca esperienza maturata da questo governo provinciale, gli esempi che documentano tutto ciò sono già molto numerosi.

Prendiamo la questione dei rapporti con le diverse comunità che formano il nostro territorio. Le tante promesse di Dellai, che aveva assicurato il massimo impegno suo e della Margherita per la valorizzazione delle periferie, delle valli e delle località decentrate della provincia, sono state smentite non soltanto dalle politiche di spesa per la crescita della burocrazia e delle iniziative pubbliche nella sola città capoluogo, ma si sono anche rivelate strumentali ad obiettivi completamente diversi da quelli dichiarati. L’attenzione della Giunta provinciale si è infatti concentrata, utilizzando demagogicamente i Patti  territoriali, solo su alcune zone considerate svantaggiate, escludendo tutte le altre, vale a dire la maggior parte, che pure presentano seri problemi la cui mancata soluzione provocherà un rapido processo involutivo dell’intera economia locale. Inoltre la scelta delle aree nelle quali intervenire con i “Patti” ha premiato soprattutto i Comuni nei confronti dei quali Dellai e compagnia ritenevano di dover saldare i loro debiti elettorali. In ogni caso il tributo che le municipalità e i privati dovranno pagare per ottenere in loco i contributi pubblici necessari al decollo dei progetti, sarà il sostegno politico alla Giunta e l’allineamento con le sue posizioni. Quando Dellai parla di decentramento, Autonomia e responsabilizzazione delle periferie, si riferisce in realtà all’esercizio del massimo controllo possibile di Trento su queste ultime, da garantire sia con una politica finanziaria clientelare sia attraverso il presidio di alcuni uomini fidati, piazzati nei posti giusti. Come nel caso di dirigenti provinciali che, infischiandosene dell’etica professionale e con il colpevole avallo dell’esecutivo, ricoprono sul territorio (e per la precisione a Rovereto) anche la carica di segretari di partito (ovviamente il Partito Popolare), o di Sindaci dello stesso colore politico (per capirci, Anderle di Pergine) ai quali la Giunta Dellai affida sfacciatamente incarichi speciali, esponendo in tal modo l’amministrazione e la stessa comunità locale ad un vero e proprio ricatto.

Un secondo indicatore significativo dell’attitudine dell’attuale governo provinciale a potenziare l’apparato dei propri “fedelissimi” perché servano gli interessi politici della Margherita a scapito di quelli della comunità, è rintracciabile nel disegno di legge 25 febbraio 2000 n. 67 (“Promozione delle autonomie, attuazione del principio di sussidiarietà e riordino dell'organizzazione della Provincia autonoma di Trento”), proposto dal presidente Dellai e dall'assessore Roberto Pinter e assegnato alla Prima Commissione permanente del Consiglio.

L’articolo 40, con il quale si vorrebbe modificare la legge 7/97, costituisce infatti gli “Uffici di gabinetto”, perché siano occupati dagli attuali segretari particolari del presidente della Giunta provinciale e di ciascun assessore i quali – recita il ddl – avranno così assicurati “i necessari supporti tecnici per l'esercizio delle loro funzioni nonché per fornire adeguati strumenti di collaborazione per la cura delle relazioni esterne” (comma 1). Responsabile dell'ufficio di gabinetto è il capo di gabinetto. Con il capo dell'ufficio di gabinetto del presidente e dell'assessore sostituto collaborano rispettivamente due consiglieri e un consigliere. Ciascun Ufficio di gabinetto sarà dotato anche “del personale necessario per lo svolgimento dei compiti di cui al comma 1, in numero comunque non superiore a quello definito con deliberazione della giunta”. “I capi di gabinetto e i consiglieri di cui al comma 2 sono nominati dalla giunta su proposta del presidente e dell'assessore di riferimento per il periodo di durata in carica dei medesimi, tra personale provinciale, tra personale dipendente di altre amministrazioni a tal fine comandato in Provincia o tra persone estranee all'amministrazione”. “Con apposito contratto individuale – conclude la norma – sono definiti gli emolumenti da corrispondere ai capi di gabinetto e alle altre unità, in misura comunque non superiore a quella prevista per i dirigenti”. In pratica la Giunta provinciale punta in tal modo a sviluppare, addirittura con un’apposita sanzione legislativa, una propria struttura politico-partitica interna all’amministrazione, “parallela” a quella dei servizi e dei dipartimenti già esistenti, i cui dirigenti dipenderanno, di fatto, non più direttamente dal presidente e dagli assessori, bensì dai loro “yes man”, trasformati per questo da segretari particolari in Capi di Gabinetto. Tutto ciò, se la legge dovesse essere approvata – ma le opposizioni non mancheranno di dare battaglia per impedire che ciò avvenga – produrrà il triplice effetto di appesantire la “burocrazia di Palazzo” nonostante la Giunta si sia ufficialmente impegnata in tutt’altro senso, di ridurre la trasparenza nelle scelte del presidente e dagli assessori e di introdurre al tempo stesso un grave elemento distorsivo nel delicato equilibrio tra la componente politica e quella “tecnica” della struttura nella gestione della Provincia.

Ma l’incapacità di Dellai a governare e di comporre i contrasti emergenti dentro e fuori l’esecutivo e nella maggioranza che dovrebbe sostenerlo, è apparsa in modo macroscopico in occasione del recente caso Val Jumela. Prima il sì al collegamento impiantistico, votato a maggioranza dalla Giunta in mezzo a roventi polemiche politiche e giornalistiche (calcolando il prevedibile ricorso al Tar da parte degli ambientalisti) ed infine il rinvio della decisione definitiva a giugno, quando – è stato detto dal presidente – ogni riserva sarà sciolta con la presentazione di appositi documenti sullo sviluppo complessivo di questa ed altri valli trentine interessate da analoghi progetti: che significa tutto ciò? Questa patetica altalena di comportamenti mostra solo due cose: in primo luogo che il vero presidente della Giunta provinciale non si chiama Lorenzo Dellai bensì Roberto Pinter; in secondo luogo che, una volta illuso, con il primo placet al progetto val Jumela, l’elettorato fassano con il quale il leader della Margherita aveva preso determinati impegni, la durissima reazione della Sinistra e dei Verdi, alleati forti nell’esecutivo, diventerà molto probabilmente l’alibi di cui Dellai si servirà per rimangiarsi la scelta iniziale. In questo modo, se alla fine in Val Jumela non succederà proprio nulla, il presidente della Giunta provinciale – c’è da scommetterci – dirà che la responsabilità non sarà stata sua.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che comunque alcune leggi importanti, come quella recentemente passata per la riforma del commercio, questa Giunta ha pur sempre saputo portarle fino all’approvazione conclusiva in Consiglio. Vero: ma solo perché le minoranze lo hanno permesso, con grande senso di responsabilità verso i cittadini e le imprese del Trentino, votando anch’esse – tranne pochissime eccezioni – a favore di questa e (peraltro pochissime) altre normative il cui rinvio e mancato varo, dopo mesi e mesi di colpevoli ritardi da parte dell’esecutivo, non erano più ulteriormente tollerabili e avrebbero messo in pericolo la nostra Autonomia.

La somma di queste che non sono soltanto considerazioni frutto di una lettura politica dei fatti, ma constatazioni oggettive, fa sì che la bilancia – per tornare alla metafora iniziale – penda sempre più dalla parte dell’Alto Adige evidenziando “l’insostenibile leggerezza” del governo provinciale trentino. Per questo nello scherzoso appello recentemente rivolto da un collega dell’opposizione a Luis Durnwalder, durante una festa privata in cui era presente anche il presidente Dellai, al quale è stato chiesto di governare sei mesi a Bolzano e sei mesi a Trento, c’era, in realtà, qualcosa di terribilmente serio e vero.

Cons. Mauro DELLADIO