Ottobre 2002
Per
scongiurare il rischio della recessione economica
la
via maestra è una sola: rilanciare i consumi tagliando le tasse
e
le sacche di inefficienza della pubblica amministrazione
I
dati di una recente indagine curata da un autorevole centro di ricerca
sull’andamento economico del Paese (l’Isae) mostrano quanto, nel terzo
trimestre di quest’anno, la fiducia dei consumatori sia in picchiata. Il calo
non è mai stato così elevato dal 1997. La rilevazione evidenzia un
peggioramento dei giudizi sulla domanda anche da parte delle imprese. Per quello
che riguarda le famiglie l’istituto di ricerca riscontra “un netto
peggioramento della fiducia”. Il calo appare particolarmente marcato nelle
regioni del Nord Ovest e del Nord Est. “In tutte le aree territoriali
–sottolinea l’Isae - a deteriorarsi sono soprattutto i giudizi e le
previsioni sulla situazione economica del Paese e della famiglia, oltre alle
aspettative a breve termine sull’andamento della disoccupazione”. Gli
intervistati si mostrano più prudenti anche circa la convenienza attuale ad
effettuare acquisti di rilevante entità, mentre segnali meno negativi vengono
dai giudizi sull’opportunità di effettuare risparmi, che registrano una
flessione meno marcata. Sul fronte delle previsioni di spesa, da tutti gli studi
effettuati in queste ultime settimane emerge una drastica contrazione della
voglia di investire (-32%), soprattutto in Borsa (-79%) ed in beni durevoli o di
valore. Da rilevare anche il calo della propensione ad acquistare (-12% in
totale, ma con punte del -46% nell'abbigliamento e del -59% nel settore
dell’entertainment e delle consumazioni fuori casa), anche a causa dei timori
connessi alla tenuta occupazionale, derivanti da ampi settori in crisi come
quello dell’auto.
Quattro
nodi da sciogliere
Se poi diamo un’occhiata ai dati Istat sull’economia italiana relativi al secondo semestre del 2002, non c’è sicuramente di che rallegrarsi: si tratta dei valori più bassi dal 1993. Il che conferma un andamento davvero critico. Senza misure Si tratta di un pericoloso scivolo che senza misure correttive porterà alla stagnazione entro la fine dell’anno. Quattro sono i nodi più preoccupanti: in primo luogo il Pil, che difficilmente supererà lo 0,7% alla fine del 2002. Il che significa 10 miliardi di euro in meno rispetto allo scorso anno. Poi, un persistente calo dei consumi a cui si è aggiunto un calo della spesa turistica nell’ultimo trimestre dell’anno. Il calo degli investimenti arrivato al –3,3% e che in alcuni settori come quello delle macchine e delle attrezzature che ha toccato quota –6,1%. Ciò significa che le imprese, nonostante gli incentivi concessi dalla Tremonti bis non hanno fatto nulla per aumentare la loro capacità produttiva. Infine, un aumento dell’1,9% della spesa corrente della Pubblica Amministrazione, segno altrettanto preoccupante perché significa che non si è riusciti in alcun modo ad arginare costi che sono improduttivi. A fronte di questa situazione, l’unico modo per eliminare le bolle speculative è far ripartire l’economia con misure di carattere fiscale per ridare fiducia ad imprese e famiglie.
L’euro
ha perso tutto il suo fascino
Il
dato nuovo di questi ultimi due mesi è rappresentato dal crollo di fiducia
nell’euro che, rispetto al luglio scorso, evidenza uno scarto negativo del 20
per cento (51,6% contro 71,5%). Il calo riflette le ripetute performance
negative dei mercati finanziari dalla fine del 2001, che continuano ad
allontanare le famiglie da tutte le forme di risparmio gestito nel tentativo di
minimizzare le perdite. Il contraltare al crollo della fiducia verso la Borsa è
la rinnovata fiducia verso il sistema bancario come terminale della liquidità
delle famiglie (l’indice di fiducia nei confronti dei servizi del sistema
bancario è aumentato del 5,4%). Infatti, analizzando la destinazione del
risparmio, molto elevato risulta l’afflusso verso i depositi bancari (+57%),
evidenziando una situazione di attesa e di incertezza circa le tendenze future
sulla redditività delle altre forme di impiego del risparmio.
Il
deficit di fiducia nei confronti del sistema commerciale (a settembre si
registra un calo di 7,7 punti), invece, è il risultato degli allarmi che da
mesi si rincorrono su una ripresa dell’inflazione. La percezione dei
consumatori su una variazione effettiva dei prezzi superiore a quella stimata
dalle fonti ufficiali, inoltre, si sta ripercuotendo negativamente anche
sull’euro, che viene ritenuto responsabile di eventuali tensioni, anche molto
sostenute come per i prodotti alimentari freschi, sui prezzi al consumo.
Ingiustamente,
quindi, i commercianti sono stati per settimane nel mirino di tutto il Paese.
Sulla vicenda dei prezzi è stata fatta troppa demagogia a buon mercato. Perché
il problema vero non sono i prezzi, ma sbloccare una situazione economica che da
qualsiasi parte si guardi dà segnali di un pericoloso avvitamento. Occorre
sostituire il “paniere degli annunci” e delle polemiche, che si è
ingrossato oltremisura alimentando confusioni e incertezze, con il “paniere
delle decisioni”, per rimettere in moto un mercato che invece è quasi fermo.
Qui il problema non è l’inflazione, che resta su livelli ragionevoli, ma
evitare che il mercato entri in una fase recessiva che pregiudicherebbe ogni
possibilità di ripresa. Non si è riflettuto sul fatto che se gli italiani si
sentono in balia di rincari indiscriminati e ingiustificati, l’erosione del
potere d’acquisto investe pari pari anche gli stessi operatori commerciali,
perché i consumi sono a “ground zero”. Le stime dicono che a fine anno
cresceranno dello 0,6%, un incremento da Terzo Mondo. Questo vuol dire che se
fino a un anno fa entravano in un negozio due clienti, ora ne entra uno e per
spendere sempre meno. Va tenuto presente che il 90% non hanno rendite
finanziarie alle spalle, per cui dovendo campare con quello che riescono a
vendere sono alla canna del gas.
Il
problema vero quindi non è, come invece si è voluto far credere, quello
dell’impennata dei prezzi. Se davvero i prezzi fossero andati alle stelle,
anche per un meccanismo di rilevazione arrugginito e forse un po’ antiquato
come quello dell’Istat, sarebbe stato impossibile non registrare un simile,
macroscopico evento. A meno di non truccare in modo sfacciato e clamoroso il
dato dell’inflazione. Invece il tasso è del 2,3%, che è poi quello previsto
all’inizio dell’anno. E poi, perché fino a ieri la struttura di rilevazione
dell’Istat andava bene a tutti, anche quando registrava un tasso di inflazione
a due cifre, e oggi la stessa struttura non sarebbe più credibile? Il fatto è
che si è tentato di riempire il paniere con argomenti di natura politica,
mentre la statistica dovrebbe essere impermeabile a qualsiasi governo e a
qualsiasi politica. Se così non fosse e se si dimostrasse che i rilevatori
dell’Istat sono incalliti imbroglioni al servizio di qualcuno, allora si
mandino lettere di licenziamento e si chiuda la baracca. Ma non si pensi di
sostituire il paniere Istat con “panierini” a uso e consumo di qualcuno,
perché questo condurrebbe a una rovinosa anarchia. Certamente tra i
commercianti c’è qualcuno chi ha fatto il furbo, ma è da escludere che un
milione e mezzo di imprese, quante sono quelle della distribuzione in Italia,
abbiano agito per far scappare i pochi clienti che sono rimasti.
Con la prossima finanziaria il Governo deve quindi puntare decisamente al rilancio dei consumi, con misure capaci di mettere in circolo risorse e ricavare entrate che permettano di realizzare gli investimenti promessi, i quali per mancanza di soldi sono quasi tutti al palo. In concreto bisogna tagliare le tasse, mettendo mano alla prima tranche della riforma fiscale per riaccendere le aspettative del mercato e ricreare un po’ di ottimismo. Il governo non ha colpe per il futuro, ma per il passato sì. Se avesse azionato la leva del fisco a inizio anno, la nostra economia non sarebbe andata in secca. Lo dimostrano gli Stati Uniti, che si sono mossi subito per spingere una locomotiva che ansimava. La via maestra è ridurre le tasse. Oggi imprese e famiglie sono soggette a una pressione che complessivamente si porta via il 70% del reddito. Finché vivremo schiacciati da questa pressa lo sviluppo resterà solo un bel sogno. Quanto al reperimento delle risorse va detto che al di là delle parole molte gestioni sono passate alle Regioni, eppure gli organici dell’apparato centrale sono rimasti gli stessi; molti contratti sono stati privatizzati, ma questo non ha prodotto alcun giovamento. E’ arrivato il momento di usare l’accetta, visto che i costi della pubblica Amministrazione anziché diminuire sono cresciuti del 5,4%.