Agosto 1996

RIORDINO DIPARTIMENTI PROGRAMMAZIONE E CULTURA

Nell'ambito del recente riassetto interno alla Presidenza della nuova Giunta provinciale, brilla per la sua irrazionalità lo "scioglimento" del Dipartimento Programmazione nel Dipartimento Affari Finanziari, giustificato dall'esigenza di fare spazio al Dipartimento Cultura, competenza quest'ultima che Andreotti ha voluto accollarsi direttamente per non lasciarla ad un centro-sinistra il cui potere interno all'Esecutivo era già fin troppo ampio e pesante.

L'operazione è molto infelice per due ragioni.

La prima è l'ulteriore indebolimento, all'interno della pubblica amministrazione, della funzione programmatoria della Provincia, e quindi anche della sua capacità progettuale, tanto sbandierate dalla coalizione nata nel maggio scorso e in barba al varo di un'apposita nuova legge in materia.

La presenza di un Dipartimento, oltre che di un Servizio, preposto alla programmazione provinciale, rispondeva infatti - almeno idealmente - all'opportunità di disporre di un "anello di congiunzione" tra il livello delle responsabilità politiche della Giunta ed il livello tecnico-amministrativo della struttura burocratica.

La possibilità di interpretare e di tradurre in programmi realistici, iniziative concrete o progetti strategici operativamente fattibili, le indicazioni politiche dell'Esecutivo - se mai queste ultime fossero state espresse - passava da un rapporto fiduciario tra la Presidenza della Giunta e il Dirigente generale, con relativo Dipartimento, incaricato di questo delicato interfaccia, sul terreno dei contenuti e delle risorse, nei confronti della struttura interna alla Provincia.

Ora quest'interfaccia non esiste più neppure sulla carta - anche se, a dire il vero, nella pratica non funzionava nemmeno prima -, cosicché lo scollamento tra i desiderata della Giunta, da una parte, e l'effettiva disponibilità e attitudine dei Servizi e degli Uffici nel realizzali, dall'altra, oggi diventa veramente profondo e drammatico.

C'era inoltre e rimane gravissimo il problema di un coordinamento unitario delle molte strutture interne alla Provincia, ognuna delle quali tende solitamente a fare storia a sé portando avanti una propria politica settoriale - si vedano al riguardo i Piani di politica del lavoro, della sanità, della formazione professionale, del turismo, ecc. - infischiandosene della funzione unitaria centrale, programmatoria e di governo della Presidenza della Giunta.

Anche a questa fondamentale e irrinunciabile esigenza di raccordo e regìa complessiva poteva e doveva rispondere un Dipartimento Programmazione il cui compito, tra l'altro, era quello di predisporre un Programma di sviluppo provinciale in grado di dettare la linea d'intervento e i progetti alle varie strutture interne, promuovendo l'intersettorialità e la collaborazione senza più restare, com'è accaduto finora, lettera morta, privo di "presa" effettiva, cioè di autorevolezza e prescrittività sui Servizi e gli Uffici.

I primi effetti negativi della forbice aperta tra l'apparato burocratico - frammentato nei suoi mille rivoli settoriali - e la sfera delle decisioni politiche centralmente assunte dal governo provinciale, si potranno misurare presto, non appena le strutture interne dovranno sforzarsi - o fingere - di recepire gli input, gli indirizzi e i messaggi politici "lanciati" dall'Esecutivo in occasione dell'ultima Giunta di programma alle Viote e soprattutto attraverso il documento di obiettivi presentato da Andreotti con l'assestamento del bilancio.

Presidente e Assessori constateranno che i loro disegni, soprattutto quelli più importanti e ambiziosi, sono inesorabilmente destinati a rimanere "sogni nel cassetto", senza alcuna speranza di trasformarsi in realtà, non avendo, la Giunta, fatto i conti con i problemi cruciali della programmazione e del coordinamento della macchina amministrativa chiamata ad avverarli.

Ma veniamo al secondo errore.

Lo svuotamento della funzione programmatoria dovuto alla scelta compiuta da Andreotti di avocare a sé la competenza sulla cultura, prima appannaggio esclusivo dell'Assessore Conci, sarebbe stato forse meno dannoso se il Presidente non avesse rinunciato subito all'esercizio effettivo di questa sua nuova prerogativa.

Pressato infatti dalle critiche apparse sulla stampa locale di alcuni intellettuali trentini preoccupatissimi per il basso grado di attenzione che il Presidente della Giunta provinciale, a causa dei suoi superiori impegni, avrebbe suo malgrado riservato alla cultura - considerata l'enorme mole di attività notoriamente connessa a questo settore -, Andreotti non se l'è sentita di portare un così oneroso fardello e l'ha subito affidato ad una professionista, unico dirigente generale chiamato da fuori della struttura provinciale, a sottolineare l'importanza da lui associata a tale competenza.

Peccato che il risultato ottenuto sia l'opposto di quello atteso.

Da un lato perchè con ogni probabilità la cultura trentina - checche ne dicano gli intellettuali di cui sopra - avrebbe tratto maggior forza e prestigio da un riferimento diretto al Presidente della Provincia, vale a dire alla massima carica istituzionale, che oggi invece, pur rimanendo Assessore di merito vede inevitabilmente sbiadito il suo ruolo in materia, a causa dell'incarico dato a una figura esterna, dal profilo tecnico ma anche con una chiara missione politica.

Dall'altro lato, la competenza sulla cultura si sarebbe prestata meglio di ogni altra ad essere quel luogo creativo di ideazione, elaborazione e progettazione centrale e coordinata con tutti i settori della Provincia, venuta meno con la scomparsa del Dipartimento programmazione.

La cultura avrebbe acquisito, insomma, un funzione "politica" e quindi una considerazione in seno all'ente pubblico e alla comunità trentina, molto maggiori di quelle attuali, quale motore di riflessione e di pensiero e non solo come sede di gestione di pratiche amministrative.

Un'altra occasione perduta.

Cons. Mauro DELLADIO