Aprile 2003
Il dopo-Saddam e le incertezze dell’economia
Dopo la “presa” di Baghdad, l’Europa non solo corre il rischio di essere esclusa dal grande business del dopo-Saddam, ma deve anche misurarsi con un’economia dalla quale non giungono confortanti indizi di ripresa. Il problema sembra essere sempre lo stesso: pochi capitali per gli investimenti, famiglie che pensano più a risparmiare che a spendere, finanza pubblica in bilico, import-export da vacche magre, occupazione più giù che su.
In questo scenario i conti dell’Italia appaiono, almeno sulla carta, migliori di quelli di paesi come la Germania e la Francia che oggi sono nel mirino delle autorità europee per aver “sforato” il 3% nel rapporto debito/Pil. Tuttavia questa per il nostro paese è un’assai magra consolazione. Primo, perché gli investimenti restano in affanno; poi perché la produzione industriale continua a perdere colpi e competitività; terzo perché, mentre l’inflazione resta alta, i consumi non riescono a ri-decollare. In assenza di importanti variazioni del quadro economico, nel 2003 i consumi aumenteranno tra lo 0,5 e lo 0,8%. Il che significa che la ripresa potrà arrivare solo nel 2004. E’ legittimo chiedersi allora: ce la farà il nostro paese a sopportare un altro anno (il secondo) di immobilismo?
Per uscire da questa situazione preoccupante si fronteggiano due scuole di pensiero. Da una parte, c’è chi sostiene che la terapia giusta sia quella di dare prima di tutto ossigeno alle imprese in modo che esse possano rimpinguare i loro bilanci e quindi trovare le risorse necessarie per migliorare la loro competitività. Dall’altra, c’è, invece, chi è convinto che la prima cosa da fare sia quella di migliorare il trend dei consumi perché solo così sarà possibile non solo far arrivare denaro fresco alle aziende ma anche produrre più ricchezza e quindi maggiori entrate per lo Stato. Propendo per quest’ultima linea di politica economica, innanzitutto perché solo attraverso un rilancio dei consumi – che contribuiscono per il 70% alla nostra produzione di ricchezza – è possibile far tornare a girare il motore dell’economia. Naturalmente bisogna fare qualcosa per indurre le famiglie a spendere e a non limitarsi a risparmiare per mancanza di fiducia nelle prospettive dell’economia. La seconda ragione in base alla quale si dovrebbe optare per il rilancio dei consumi è che, se non ripartirà la domanda, le aziende non sapranno che farsene della loro ritrovata competitività.
Il primo trimestre di quest’anno è stato segnato, a livello internazionale, da un’accentuata stagnazione produttiva che il conflitto, almeno nel breve periodo, non potrà che peggiorare. In particolare, per il complesso dei paesi dell'Ue, la crescita, nel periodo gennaio-marzo di quest’anno, dovrebbe aver oscillato su valori di Pil compresi tra il +0,1% e il –0,2%, il che rappresenta qualcosa di più che un semplice campanello d’allarme.
E questa mancata crescita interviene proprio nel momento più delicato – con la convenzione europea, da un lato, e le prospettive di allargamento dell’Ue, dall’altro - di quel processo che dovrebbe portare in tempi brevi alla costruzione di quella piattaforma politica che, dopo anni di discussioni e di confronti costituisce per l’Europa un obiettivo non più rinviabile. Non è ancora chiaro se la guerra vinta dagli alleati ma non ancora conclusa in Iraq, procrastinerà il raggiungimento di questo obiettivo o, invece, lo renderà ancora più vicino e pressante. Quel che è certo è che il nostro paese si accinge a partecipare a questa nuova tappa del processo di unificazione europea in condizioni che, come dimostrano gli ultimi dati relativi alla produzione e al rallentamento del mercato del lavoro, appaiono particolarmente difficili. Sembra in ogni caso improbabile che vi possa essere già nel 2003 quella ripresa della nostra economia che, fino a qualche mese fa, prima dell’apertura di questo conflitto, poteva essere, in qualche modo, a portata di mano. Sarà infatti già un grande risultato se, nel 2003, il nostro Pil segnerà un aumento dello 0,7% cioè un punto e sei in meno di quanto previsto per quest’anno dal documento di programmazione economica e finanziaria varato lo scorso anno dal governo.
La crescita dello 0,7% del nostro Pil può essere considerata, in qualche modo, attendibile vista la prospettiva di una conclusione ravvicinata di questo conflitto, con ripercussioni non troppo negative, non solo a causa del petrolio, sui mercati. Il problema interessa comunque tutta l’Ue. Lo stesso commissario Solbes ha messo le mani avanti sostenendo che la crescita del Pil europeo - nel caso che questo conflitto sia di breve durata - non potrà andare, nel 2003, oltre l’1%.
Il che vorrà dire rivedere, nella sostanza, tutti i parametri di sviluppo che erano stati fissati e probabilmente rimettere mano anche a quello che viene considerato il parametro fondamentale, cioè il Patto di stabilità.
E’ anche vero però che per l’Italia la strada si preannuncia ancora più in salita dato che, nel nostro sistema economico, i problemi congiunturali vanno a sommarsi a vistosi e, in gran parte non risolti, problemi di ordine strutturale.
Tutti ci auguriamo che questi ultimi, grazie alle riforme opportunamente avviate dal governo, possano essere annullati. Ma quanto tempo occorrerà perché queste riforme possano realizzare l’effetto desiderato? E, nel frattempo, quali chances avrà la nostra economia di restare competitiva sui mercati?
Appare assai rilevante prima di tutto il peso di una politica energetica che, in questi anni, non ha saputo o potuto individuare efficaci alternative e soluzioni: il mondo è cambiato ma la nostra dipendenza dal petrolio continua ad essere a dir poco soffocante.
E parlando di riforme non si deve pensare solo a quella del mercato del lavoro che sicuramente, ma solo nel medio periodo, qualche buon risultato lo potrà produrre, ma ad un altro nocciolo duro: quello della riforma fiscale.
E’ sicuramente importante che il Parlamento abbia approvato la legge delega destinata a ridurre e in modo congruo, quando diverrà operativa, la pressione fiscale sulle imprese e sulle famiglie. Ma quando, come e con quali risorse lo Stato riuscirà, da un lato, a far fronte agli impegni assunti per la riduzione del debito pubblico - 116 miliardi di euro di risparmi in cinque anni- e, dall’altro, a compensare i mancati ricavi - 46 miliardi di euro - che l’attuazione della riforma fiscale, una volta che andrà a regime, comporterà? Si tratta di un interrogativo che, per ora, non trova risposta.
I pochi dati disponibili sull’andamento della finanza pubblica non sono certamente tranquillizzanti. Prima ancora che si aprisse il conflitto in Iraq, era già necessario ridurre le nostre previsioni di crescita almeno di un punto percentuale di Pil, dal 2,3 all’1,3%, che per noi resta ancora troppo ottimistico cioè di 12 miliardi e trecento milioni di euro. Era già necessario, prima del conflitto, reperire risorse, circa 6,5 miliardi di Pil, per rispettare i piani di rientro concordati con l’Ue. Siamo quindi in presenza di un deficit di bilancio potenziale che richiede o il ricorso ad ulteriori tagli di spesa o ad un incremento delle entrate. Infatti il rapporto deficit-Pil che si prefigura sarà superiore di circa un punto a quell’1,5 che era stato programmato.
Un altro problema su cui è indispensabile una riflessione è quello della caduta dei consumi. Alla fine del 2002 essi hanno registrato un aumento solo dello 0,4%, un dato assai negativo che non si registrava da anni e che si è riverberato negativamente anche sulle filiere produttive oggi quasi tutte in affanno. Alla luce di tutto ciò, sarebbe stato opportuno varare, a fianco, ad esempio, della Tremonti-bis, misure che consentissero di frenare prima di tutto l’erosione del potere di acquisto delle famiglie attenuando quindi la loro crisi di fiducia sull’andamento dell’economia.
Le imprese, grazie agli stanziamenti previsti dalla Tremonti-bis, hanno forse potuto dotarsi di nuovi macchinari e ammodernare i loro impianti, che però non sono serviti a migliorare la vendita dei prodotti e dei servizi perché le famiglie non avevano i soldi necessari per acquistarli o per utilizzarli. Il problema ora comunque si ripropone e con la massima urgenza. Sembra esclusa, infatti, anche se il conflitto non avrà pesanti ripercussioni sul petrolio, una crescita dei consumi che, nel 2003, possa andare oltre lo 0,5%. Toccherà all’Unione europea, dato che siamo in presenza di una crisi dei consumi che investe, in modo rilevante, anche paesi come la Germania e la Francia, farsi carico di adeguate iniziative.
Tutti ovviamente lo speriamo anche se le ripercussioni di carattere politico che questo conflitto ha avuto o rischia di avere sul processo di unificazione europea non sono certo da sottovalutare. Ma una cosa è, comunque, certa: la nostra economia, più di qualsiasi altra in Europa, ha urgente bisogno di una terapia che le consenta di uscire dall’impasse in cui oggi si trova.
Non si può più stare fermi sotto la pensilina in attesa di saltare sui treni degli altri (Stati Uniti? Paesi forti d’Europa?) anche perché non è affatto sicuro che questi treni possano passare in un tempo relativamente breve o che ci facciamo realmente salire.
E quali dovrebbero essere le priorità? Oltre al rilancio dei consumi, che resta lo strumento più efficace su cui far leva per evitare il rischio di una prolungata stagnazione del sistema, credo che esse possano essere almeno quattro:
in primo luogo occorre u na congrua defiscalizzazione dei prodotti da petrolio se essi, come è possibile, subiranno forti rincari. In attesa di realizzare finalmente un modello di politica energetica che consenta una maggiore razionalizzazione delle risorse e una sostanziale concorrenza tra soggetti operanti sul mercato, non è più possibile che lo Stato, per imposte, prelevi il 66,6% del costo di ogni litro di benzina verde. Se il prezzo aumenterà, la misura delle imposte dovrà essere bloccata al prezzo attuale;
in secondo luogo occorre intervenire per il rilancio dell’occupazione che, come dimostrano i dati del primo bimestre di quest’anno, è in frenata. La crisi endemica del sistema industriale va dunque compensata con misure ed incentivi che consentano lo sviluppo dell’occupazione in quella area di imprese - servizi e terziario di mercato - che hanno mostrato una buona tenuta ma che ora rischiano – come nel caso del turismo - un’involuzione che, per le conseguenze del conflitto, potrebbe essere anche assai pesante;
in terzo luogo va il più possibile accelerata la realizzazione delle grandi infrastrutture senza le quali molte aree economiche rischiano di perdere tutti i treni. Gli investimenti in questo settore dovrebbero avere dunque assoluta priorità. In mancanza di una realizzazione di strutture che consentano di avere uno sbocco sulle assi europee di grande comunicazione, il gap competitivo del nostro sistema, anche in vista dell’allargamento dell’Europa ai paesi dell’Est, è destinato ad aumentare sensibilmente.
In quarto luogo urge un chiarimento sulla riforma federalista. Nessuno nega la valenza e l’importanza di questa riforma che ha l’obiettivo di trasferire sul territorio gran parte dei centri di sviluppo. Ma non si comprende ancora non solo il reale percorso di questa più che legittima riforma ma anche quale potrà essere il suo costo e quindi le compatibilità tra questa voce di spesa calcolabile, a regime, in circa 60 miliardi di euro, con tutte le altre esigenze e priorità del bilancio del Paese.
Cons. Mauro Delladio
www.delladio.com