Le reazioni locali ai cambiamenti in atto nel mondo, fra tradizione e innovazione. L’economia trentina di fronte ad un bivio.

Le politiche provinciali non favoriscono lo sviluppo e tendono a penalizzare le piccole e medie imprese.

 

Il sistema economico del Trentino, con tutte le sue ramificazioni settoriali, è ormai giunto ad un bivio, che è poi lo stesso bivio alla soglia del quale si trovano più o meno tutte le economie fortemente radicate sul territorio. In questione, beninteso, non è tale radicamento, ma l’opzione fra due diversi modi di rimanere ancorati alla dimensione locale – regionale o provinciale – e di interpretarla all’interno di un contesto segnato dalla globalizzazione “spinta” dei mercati, quindi dal rapidissimo venir meno dei confini “sostanziali” – di natura economica, culturale e sociale anche se non ancora istituzionale – che separano i territori.

Per le piccole e medie imprese, che sono poi le attività economiche più diffuse in Trentino, esiste da un lato un modo che potremmo definire “tradizionale” o consueto di concepire il fatto di essere collocati in questa nostra piccola provincia e, dall’altro, un approccio profondamente innovativo. La concezione tradizionale è quella di chi ritiene che, nonostante tutti i cambiamenti in atto dei quali si sente parlare, anche nell’era della new e della net economy in fondo la propria azienda non si vedrà mai costretta a confrontarsi con problemi insormontabili: i clienti continueranno poco o tanto ad affluire e, com’è accaduto, la domanda subirà i soliti alti e bassi. Se proprio qualche scossone imprevisto potrà verificarsi, non sarà comunque tale da provocare crisi più dannose e devastanti di quelle già conosciute in passato. Dietro questo modo di pensare c’è la convinzione che il “contesto” del territorio in cui si opera, nel nostro caso quello di una provincia con le sue istituzioni e il suo fitto reticolo di rapporti di prossimità, costituisca una sorta di guscio protettivo, di “nicchia” dentro la quale alla fin fine si può star sicuri di trovar riparo, qualunque temporale si scateni “fuori”.

L’altra posizione è quella di chi decide invece che questo “guscio” caldo e avvolgente non basti più per mettersi al riparo dalle bufere del mondo e che occorre quindi costruirsi una nuova “nicchia”. Una nicchia che evidentemente non sarà più identificata con il territorio, con la provincia, con il sistema di vita, di relazioni e di leggi nel quale, volenti o nolenti, si è immersi, bensì con un pezzo di mercato i cui limiti sfuggono, sia di fatto sia “virtualmente”, alla dimensione locale. Questo significa, in altri termini, scegliere di specializzarsi, di concentrare la propria attività su uno o più prodotti che non interessano solo il Trentino o l’orbita regionale. Ciò implica la necessità di accedere a fonti di informazione sempre aggiornate, di qualificarsi in termini di formazione e di professionalità, di seguire le dinamiche del mercato e soprattutto una “creatività” imprenditoriale, quindi una capacità di rischio e di investimento con la quale sfruttare le risorse a disposizione in loco che pochi nella nostra provincia sono in grado di dimostrare. Tutto questo senza rinunciare al legame con il territorio, anche perché una piccola impresa artigianale, commerciale, turistica o di servizio, per quanto “innovativa” non può permettersi di “andarsene” dalla propria sede d’origine.

Diamo per vero, pur non essendo ancora completamente certo e dimostrato, che il secondo approccio sia migliore del primo. Il punto è però sapere che cosa determina, favorisce e permette l’opzione per l’apertura, la specializzazione, il rischio dell’investimento sul “nuovo”. Il problema è chiaramente più di “mentalità” che di natura tecnica. Si tratta cioè di individuare la molla di questa diversa cultura imprenditoriale. I fattori che concorrono alla formazione di un’attitudine alla sfida e alla competizione come quella sopra accennata, sono ovviamente molteplici. Il principale è probabilmente rappresentato dall’ambiente umano, sociale e comunitario, dai rapporti, dai colleghi e dal mondo associativo che si frequentano, tutte fonti preziose di possibili stimoli e sollecitazioni interessanti in questa direzione. C’è poi chi si trova “costretto” a cambiare totalmente strada dal mercato stesso e a sperimentare qualcosa di diverso pena la chiusura dell’attività. Ma c’è un altro elemento non secondario da tener presente, che coincide con le opportunità offerte per lo sviluppo economico dalle politiche pubbliche. Queste opportunità sono di due tipi: da una parte la messa a disposizione di infrastrutture di collegamento al passo con i tempi per la mobilità, i trasporti e le comunicazioni, la cui efficienza è oggi irrinunciabile per la competitività delle imprese; dall’altra il varo di leggi e regolamenti in materia di sostegno alle attività economiche, la cui ridefinizione in sede locale è oggi imposta dalla comunità europea o in seguito a provvedimenti del governo nazionale.

Quanto alle infrastrutture, si può dire che gli attuali programmi della Provincia ignorano le reali esigenze di apertura e collegamento dell’economia. Per averne conferma basta considerare l’insindacabile “no” recentemente ribadito dal vicepresidente della Giunta provinciale sia al completamento dell’autostrada della Valdastico sia alla terza corsia dell’A22 anche se limitata al tratto trentino. Dare la priorità, come sta accadendo nelle politiche locali, al trasporto su rotaia delle merci e delle persone, equivale ad ignorare le esigenze reali delle imprese, degli operatori economici e degli stessi cittadini, che chiedono invece rapidità e autonomia negli spostamenti e vedono tutt’al più nella ferrovia un vettore complementare e integrativo, ma non sostitutivo e alternativo rispetto alla gomma. Anche sul versante dei collegamenti informatici, delle reti di comunicazione telematiche nonché della tanto sbandierata “cablatura” del territorio, gli ambiziosi progetti annunciati da anni sono ancora lettera morta e nulla di preciso è dato di sapere sulla loro sorte e ancor meno sui loro eventuali tempi di attuazione.

Anche l’altro grosso capitolo delle politiche per le imprese, costituito dalla nuova legge unica sull’economia (la n.6 del 1999) ed in particolar modo il Regolamento di esecuzione, dopo l’approvazione rispettivamente in Consiglio provinciale ed in Commissione legislativa permanente, destano non poche perplessità. Dalle proposte attuative finora presentate ed esaminate dalla Commissione legislativa competente, affiora infatti la tendenza ad offrire opportunità di sviluppo preferibilmente e prevalentemente, se non esclusivamente, alle attività economiche di maggiori dimensioni o a taluni settori più che ad altri nonostante il principio dell’omogeneizzazione degli incentivi alle imprese indipendentemente dalla categoria di appartenenza. Tuttavia la spinta a cambiare rispetto al passato, uscendo dalla logica dei favori alle lobbies più forti per iniziare ad incentivare invece tutte le piccole e medie imprese da cui il tessuto economico trentino è largamente formato, non sembra trovare per ora alcuna accoglienza ai vertici della politica provinciale. Francamente non credo che le associazioni e le categorie economiche già in difficoltà, che rischiano di essere ulteriormente penalizzate da questi provvedimenti, “digeriranno” il risultato. E neppure ritengo che gli operatori economici e le piccole e medie imprese del Trentino daranno il loro consenso alle forze politiche responsabili di queste scelte.