Aprile 2001
Un’analisi dello stato di salute del nostro sistema imprenditoriale e dell’occupazione. All’economia e al lavoro in Trentino servono nuove politiche di sviluppo
Secondo l’ultima indagine Istat sulle forze di lavoro in Trentino l’occupazione complessiva nel 2000 è salita mediamente di 5 mila unità, rendendo possibile un calo dei disoccupati che, con 7 mila unità, corrispondono ad un tasso di disoccupazione sul 3,5%. Anche nella nostra provincia come nel resto del Paese lo sviluppo occupazionale è dovuto principalmente ai servizi ed alla componente femminile che registra una crescente partecipazione alla vita lavorativa. La situazione di quasi pieno impiego della componente maschile comporta anche un crescente ricorso alla forza lavoro extracomunitaria, specie per i ruoli meno appetibili. In Trentino il movimento anagrafico delle imprese ha registrato, nei primi nove mesi (escludendo il comparto agricolo), 2.139 nuove iscrizioni - in aumento del 5% rispetto all’analogo periodo ’99 - e 1.507 cancellazioni, in crescita del 3%. Ne è conseguito un saldo positivo, pari a 632 unità. In particolare è aumentata la consistenza del settore manifatturiero, ma ancor di più delle costruzioni. Si è rafforzato anche il commercio all’ingrosso, mentre ha perso posizioni quello al dettaglio – almeno nel numero degli esercizi -, ma a crescere sono soprattutto le aziende del terziario avanzato e dei servizi. In totale le imprese iscritte alla Camera di Commercio sono quasi 50 mila, di cui un 30% appartenenti al comparto agricolo. Fin qui i dati dell’economia trentina, le cui luci e ombre sono in larga misura riconducibili ai forti condizionamenti esterni che la realtà locale inevitabilmente subisce, ma che denotano anche una notevole vitalità interna al nostro sistema imprenditoriale.
Considerando ora le politiche provinciali che dovrebbero agevolare il consolidamento del nostro sistema imprenditoriale ed occupazionale, scopriamo importanti provvedimenti varati nei mesi scorsi i cui primi effetti è opportuno sottoporre ad una prima valutazione, ed altri non meno significativi ancora in attesa di essere posti in atto. La maggiore novità sul versante dei dispositivi recentemente introdotti nel nostro ordinamento, consiste nella legge relativa agli interventi per il sostegno delle imprese e la nuova imprenditorialità (la Lp n. 6/99, più nota come “legge unica sull’economia”). L’applicazione della normativa, destinata riassumere in sé tutti gli strumenti di agevolazione precedentemente differenziati per leggi di settore, è stata possibile solo dal gennaio di quest’anno, perché la definizione del regolamento esecutivo ha assorbito tutto il 2000. E’ quindi ancora presto per esprimere un giudizio fondato sulla sua validità. Sta tuttavia emergendo qualche problema dovuto all’inevitabile affiorare delle reali esigenze delle imprese, non poche delle quali si vedono escluse dai contributi pubblici sia in seguito alla selezione delle attività considerate ammissibili operata dagli uffici provinciali sia a causa di parametri troppo elevati o comunque distanti dalle possibilità o dimensioni delle aziende. Sono state ad esempio ignorate le agenzie immobiliari, mentre hanno accesso ai sostegni provinciali altre attività di intermediazione come quelle degli agenti e rappresentanti di commercio. Inoltre, gran parte delle attività del terziario commerciale, turistico e di servizi hanno lamentato l’impossibilità di accedere ai finanziamenti per le ristrutturazioni in ragione di alcuni requisiti riferiti ai contratti di affitto, adatti a realtà aziendali di maggiori dimensioni ma del tutto inadeguati al caso di piccole e medie imprese. Si tratterà ora di verificare la possibilità di apportare alcune modifiche per rimediare a queste incongruenze, ma soprattutto di trovare la disponibilità della giunta provinciale a correggere il regolamento o la legge. Quanto ai provvedimenti da tempo annunciati ma non ancora approvati, lo stesso presidente della Camera di commercio nella sua relazione annuale si è detto convinto che, «per evitare il rischio di marginalizzazione del nostro sistema, di fronte al rapido avanzamento dei processi di globalizzazione e della new economy, sia necessario procedere in tempi brevi al varo del nuovo “Programma di sviluppo provinciale” – delegificato alcuni anni fa – quale cornice di riferimento per definire gli scenari, la direttrice di marcia, le azioni a supporto della crescita sociale ed economica del Trentino». Non si sa ancora con certezza se e quando scatterà la variante al PUP approvata l’autunno scorso dalla Giunta provinciale, mentre l’assessore competente si è impegnato a realizzare entro questa legislatura una revisione completa della pianificazione urbanistica del territorio. Territorio la cui gestione anche dal punto di vista economico, essendo in gran parte responsabilità dei Comuni, attende la riforma istituzionale che teoricamente dovrebbe ridisegnare i rapporti con la Provincia a favore di una maggiore autonomia delle municipalità. Ai futuri Prg è sospeso anche l’insediamento in molte valli del Trentino di grandi strutture distributive, ad alcune delle quali la Provincia ha solo temporaneamente chiuso le porte in base alla riforma del commercio (Bersani) approvata nel maggio del 2000.
Sul versante dei servizi all’economia, mentre non è ancora possibile stimare gli effetti concreti dei Patti territoriali e l’Agenzia per lo sviluppo dev’essere ancora sperimentata, non si sa quale destino l’amministrazione provinciale riserverà ad organismi che, invece, hanno fatto il loro tempo quali Informatica Trentina – in attesa di privatizzazione – e l’Agenzia del lavoro, originariamente concepita a sostegno dei segmenti più bassi dell’offerta. Oggi l’Agenzia del lavoro appare decisamente inadeguata rispetto alla nuova domanda di manodopera, che si aggira attorno alle mille unità, della quale si è resa particolarmente interprete Assindustria. Due sembrano essere i nodi che oggi arrivano al pettine delle politiche del lavoro provinciali: il primo riguarda la rigidità di un sistema più orientato a scoraggiare che ad incentivare l’assunzione del personale ufficialmente “in mobilità” o incluso nelle liste di collocamento; il secondo attiene all’inadeguatezza dei percorsi di formazione professionale rispetto ai requisiti richiesti dalle aziende. Sotto questo profilo, l’incontro fra la domanda e l’offerta di occupazione trova oggi nelle agenzie per il lavoro interinale un modello interessante al quale anche le politiche pubbliche devono guardare. Ciò perché questi punti di intermediazione evidenziano da un lato la necessità di alleggerire gli oneri a carico delle imprese nel reclutamento del personale, dall’altro le “vere” aspettative dei lavoratori e delle imprese in termini di attitudini e professionalità, dalle quali si potrebbero evincere preziose indicazioni per aggiornare il nostro sistema della formazione.