Come possono stare insieme Dellai, Viganò e i diessini dentro e fuori la giunta?
Economia e libertà: visioni antitetiche
All’interno della maggioranza provinciale una parte rilevante del “centro” rappresentato dalla Margherita identifica nella sinistra veterocomunista e postsocialista il proprio migliore alleato di governo, condividendo con essa l’idea che l’economia liberale made in Usa sia la principale responsabile dei grandi mali dell’umanità: guerre, disuguaglianze sociali e allargamento della “forbice” fra nazioni ricche e paesi in via di sviluppo. Ad accomunare queste forze politiche è in particolare la convinzione che esista un rapporto inversamente proporzionale fra la crescita del benessere di alcuni e l’impoverimento di altri. L’idea poggia sulla vecchia teoria leninista secondo la quale non è possibile procurarsi una ricchezza senza sottrarla a qualcuno. Come se ancor’oggi i maggiori beni delle nazioni fossero quelli naturali, irriproducibili e disponibili in quantità fissa (un tempo erano l’oro e la terra), per ottenere i quali sarebbero inevitabili la rapina e la guerra (in quest’ottica gli Usa avrebbero attaccato l’Iraq non per la sicurezza ma per il petrolio).
Senonché, l’economia moderna, lo sviluppo e il benessere dipendono ovunque non dalla ridistribuzione ma dalla produzione della ricchezza mediante la conoscenza, l’innovazione e la libera iniziativa. Oggi è la produzione che, accrescendo la disponibilità dei beni, crea condizioni favorevoli perché un maggior numero di popoli abbia lavoro e possa vivere dignitosamente. Ma l’attività produttiva si moltiplica solo laddove c’è libertà di impresa e la politica non ostacola l’espansione dei capitali. Alcuni autorevoli economisti in campo internazionale ritengono che a causare la povertà da cui è afflitto il Sud del mondo non sia la globalizzazione, bensì la sua mancanza. Secondo il liberale e Premio Nobel Amartya Sen, “la globalizzazione è un fattore di crescita economica e di diffusione del benessere. Non nego – aggiunge – che essa possa comportare effetti laterali negativi come un intollerabile aumento delle disuguaglianze all’interno dei Paesi e a livello internazionale. Ma la lezione che si può trarre da ciò è che la globalizzazione va accompagnata ad un allargamento della democrazia e delle libertà individuali”.
Ho l’impressione che mentre il presidente Dellai sottoscriverebbe questa posizione, lo stesso non farebbero esponenti del suo stesso partito come Viganò (schieratosi fra i duri e puri sul caso Mandacarù) e importanti membri diessini della giunta da lui guidata. La mia domanda allora è: possono convivere nello stesso partito e nella stessa coalizione di governo visioni così antitetiche su questioni politicamente decisive quali la libertà, lo sviluppo e la solidarietà?
Cons. Mauro Delladio