Marzo 2001
Le insidie racchiuse nella nuova norma dello Statuto: un invito a riflettere
La tradizionale unità dei fassani rischia di spaccarsi
Dopo l’approvazione in sede parlamentare, con duplice lettura, delle modifiche allo Statuto speciale di Autonomia della Regione Trentino Alto Adige, è stata introdotta la norma, in vigore dal 16 febbraio, che prevede la garanzia di un seggio nel nostro Consiglio provinciale per la rappresentanza del gruppo linguistico ladino.
Le nuove regole, inseguite da anni dal gotha ladino della val di Fassa, sono state presentate con orgoglio dai parlamentari trentini di centrosinistra, allineati con il Governo nazionale e affiliati alla maggioranza uscente.
Ora, entro i prossimi due anni e mezzo, vale a dire prima della sua scadenza naturale, il Consiglio provinciale dovrà licenziare la nuova legge elettorale prevista dal dispositivo e le nuove regole legate alla rappresentatività ladina nella massima assemblea politica provinciale.
La futura normativa provinciale specificherà, forse, le caratteristiche del “vero” candidato ladino. I fassani si aspettano che al loro rappresentante sia chiesta la residenza in valle, oppure il requisito del patentino o quantomeno di essersi dichiarato ladino al censimento: insomma, solo un vero “indigeno” – pensano legittimamente i cittadini locali – potrebbe rendersi efficacemente interprete e portavoce delle peculiari esigenze di questa comunità.
Se invece, deludendo queste naturali aspettative, il provvedimento provinciale non dovesse prescrivere al candidato ladino di possedere queste caratteristiche, la legge costituzionale recentemente approvata in sede romana prevede, in ogni caso, che lo scranno sia occupato da chi riceverà il maggior numero di preferenze all’interno del partito più votato nel collegio dei Comuni della sola val di Fassa. Per essere eletti in Consiglio provinciale, quindi, potrebbe rivelarsi sufficiente godere di una certa notorietà in valle senza avere, tuttavia, la residenza in uno degli otto Comuni fassani, né essere ladini: basterebbe, in altri termini, contare sul sostegno di una forza politica localmente molto accreditata.
Mi permetto perciò di esprimere al riguardo alcune perplessità invitando tutti i cittadini della val di Fassa ed i loro amministratori a riflettere seriamente sulle possibili insidie e problematiche che, con la nuova norma, si profilano all’orizzonte.
Il sistema di tipo maggioritario introdotto con la riforma dello Statuto vedrà in lizza alle prossime elezioni provinciali alcuni leader di area proposti da coalizioni di liste omogenee. Per esemplificare, supponiamo che quattro siano i candidati alla carica di presidente della giunta provinciale supportati, ciascuno, da almeno tre liste di partito. Ciò vuol dire che una dozzina di liste presenteranno candidati, fino ad un massimo di trentaquattro nominativi per lista, con al loro interno almeno un candidato della val di Fassa. Nessun partito infatti trascurerà i voti, per quanto limitati, in palio nel comprensorio ladino.
Con queste premesse possiamo star certi che quanto più si avvicineranno le elezioni regionali, tanto più in val di Fassa la battaglia finalizzata all’individuazione di candidati sufficientemente rappresentativi per ambire ad un posto sicuro in consiglio provinciale si rivelerà massacrante.
Anche in passato abbiamo assistito a campagne elettorali percorse da forti tensioni dovute alla competizione fra decine di candidati fassani, ma tutto ciò si rivelerà ben poca cosa rispetto alla conflittualità destinata a scatenarsi in prossimità del voto provinciale del 2003. La miscela esplosiva deriverà dall’inedita combinazione di tre elementi: l’alto valore attribuito alla posta in gioco, l’esorbitante numero di concorrenti e la certezza che un solo candidato – per di più non necessariamente ladino e fassano – potrà spuntarla.
Fino ad oggi la comunità ladina di Fassa insieme ai propri rappresentanti si è sempre mossa perseguendo l’unità culturale e amministrativa della valle: l’istituto del comprensorio, la pianificazione e l’omogeneità linguistica (SPELL) ne sono indicatori emblematici.
In questo tessuto di convivenza tradizionalmente compatto la campagna elettorale del 2003 aprirà per la prima volta lacerazioni profonde, perché i candidati si contenderanno il successo con ogni mezzo e senza esclusione di colpi, adottando inevitabilmente la logica del tutti contro tutti.
Se l’onorevole Giuseppe Detomas non dovesse essere rieletto in Parlamento alle “politiche” del 13 maggio prossimo, si presenterà probabilmente candidato alle “regionali”, contrapponendosi al conterraneo e attuale consigliere provinciale Gino Fontana. E di fronte all’obbligo di scegliere anche l’Unione Autonomista Ladina (Ual), braccio politico della minoranza linguistica “controllato” dalle solite persone e sistematicamente filogovernativo (prima P.A.T.T., poi Ulivo e ora Margherita), si spaccherà non potendo tenere insieme quanti si schiereranno con l’uno o con l’altro candidato, o magari con qualcun altro ancora.
A questo punto mi chiedo e contemporaneamente domando a chi mi legge: la nuova norma che porterà un rappresentante dei ladini in Consiglio provinciale meritava davvero di essere considerata una conquista “storica” come è stato detto, o non sigla piuttosto l’inizio della fine dell’unità ladina di Fassa?
E infine: chi sarà eletto dalla comunità di questa valle riuscirà a rappresentare anche le altre minoranze – quella mochena e quella cimbra – presenti sul territorio provinciale?