Febbraio 2001
SCUOLA E LIBERTA’ DI SCELTA DELLA LINGUA STRANIERA PER LE FAMIGLIE
Una delle principali ragioni che in Italia, nonostante la riforma in atto, impediscono e precluderanno anche in futuro, alla scuola statale di compiere un vero salto di qualità per allinearsi agli standard europei, sta nel fatto di non dover rispondere a nessuno del proprio modo di essere e del proprio modo di operare.
Si presume che un servizio sorga e funzioni per andare incontro ad una domanda e soddisfare quindi tendenzialmente un'istanza ben precisa. Questo elementare principio non si applica in Italia alla scuola di Stato. Da noi il sistema statale dell'istruzione e della formazione c'è, è istituito, attivato e da sempre mantenuto in vita, a prescindere da ciò che concretamente le persone, le famiglie e la società civile che ne sono utenti chiedono.
La scuola e la formazione statali altro non sono che un'emanazione diretta, un organo, un'articolazione dell'ente pubblico, del Ministero della pubblica istruzione ed in Trentino della Provincia, eccezione fatta per le scuole equiparate dell'infanzia, per una parte dei centri di formazione professionale e per le poche istituzioni non statali esistenti sul nostro territorio.
Siamo quindi in presenza di una logica radicalmente autoreferenziale in virtù della quale il sistema scolastico statale o provinciale non ha alcun vero stimolo ed interesse a confrontarsi sul serio con le aspettative degli alunni e delle loro famiglie, della società e dei molteplici “mondi vitali” circostanti, tutti soggetti verso i quali si manifesta nel migliore dei casi un atteggiamento di faticosa sopportazione.
In questo senso termini quali “partecipazione” o “collaborazione” degli studenti, delle famiglie o di altre realtà sociali ed economiche sono sempre stati retorici, perché tutti sanno benissimo che nessun potere effettivo è riconosciuto a queste componenti, formalmente coinvolte solo per salvare le apparenze. Dall'altra parte non può ragionare diversamente chi vede nella scuola un servizio assoggettato ad un “committente” come lo Stato, che ha la pretesa di rappresentare tutti i soggetti sopra citati, quando si tratta di educazione e di formazione della persona, materie sulle quali la titolarità naturale appartiene invece primariamente, è la stessa Costituzione repubblicana a sancirlo, alla famiglia è e alla società civile.
Il fatto è che accollandosi la gestione della scuola e della formazione in Italia, lo Stato ha inteso rendersi direttamente “garante” di un diritto, il diritto di ciascuno all'istruzione, non ritenendo alcun altro soggetto affidabile per l'esercizio di questo compito.
Il risultato di questo modello, fondato sulla negazione del diritto proprio delle famiglie e della società civile di assumere legittimamente l'iniziativa in campo scolastico con lo Stato in posizione sussidiaria, per rispondere alla domanda educativa e formativa è sotto gli occhi di tutti: abbiamo una scuola aperta a tutto, tranne che alla domanda educativa e formativa dei destinatari di questo servizio, famiglie, alunni e società civile; abbiamo una scuola sostanzialmente uguale ovunque che considera marginali le differenti culture, le specifiche istanze, sensibilità e tradizioni locali in questo campo; abbiamo una scuola fortemente burocratizzata ed assoggettata al centro, che l'introduzione della cosiddetta “autonomia” degli istituti ha solo tentato di mascherare ma non ha scalfito minimamente; abbiamo una scuola molto più preoccupata di strappare sempre maggiori benefici nel contratto del proprio personale, che di migliorare e qualificare l'offerta formativa; abbiamo infine una scuola, ma potrei continuare a lungo in questo elenco, che l'attuale riforma vuole trasformare in una fabbrica di diplomati al solo scopo di produrne un numero molto più alto anche se si tratterà di ignoranti e soprattutto di persone culturalmente ed umanamente povere.
Due prove lampanti di questo sono da un lato la trascuratezza con cui il Governo sta affrontando il problema della formazione, della riqualificazione e dell'aggiornamento degli insegnanti, dall'altro il basso profilo che sta assumendo la cosiddetta “riforma dei saperi” dalla quale dovrebbero derivare i nostri programmi didattici.
A proposito di programmi, e quindi di materie di insegnamento, è il caso che nella nostra Provincia sia quanto meno esercitata la competenza legislativa in forza della quale possiamo introdurre nella scuola trentina quanto meno l'obbligo di rispondere ad una domanda delle famiglie, quella dell'apprendimento del lingue straniere per i propri figli. Credo cioè che concedere quanto meno ai genitori e agli alunni la facoltà di scegliere liberamente tra tedesco e inglese o di optare per entrambe sia un atto dovuto da parte nostra se vogliamo veramente avvicinare la scuola dell'obbligo, già a partire dal primo ciclo, alle legittime richieste delle famiglie e della nostra comunità. In Trentino ciò non è possibile a causa della famosa legge Passerini-Panizza che impone il solo tedesco obbligatorio nella scuola elementare; legge approvata nella passata legislatura con il mio voto contrario.
Una proposta di modifica alla legge in questione, in occasione dell’ultima finanziaria, ha scaturito una lunga discussione portando all’attenzione dell’Aula consigliare la necessità di dare libertà di scelta della lingua straniera alle famiglie trentine. Una libertà di scelta basata sul diritto costituzionale dei genitori di poter scegliere la lingua straniera al fine di operare le migliori scelte educative per l'istruzione dei propri figli.
Anche in questa occasione ho evidenziato alcune riflessioni, rinforzate dalle percentuali altissime di richieste provenienti dalle famiglie trentine e dalle scuole.
L'inglese è la lingua della globalizzazione; le comunicazioni e le informazioni, da Internet ai manuali degli elettrodomestici e degli apparati tecnologici ecc., utilizzano l’inglese come lingua principale.
Il pluralismo linguistico sta alla base delle convivenze, della libertà e della democrazia.
L'imposizione di tipo ideologico è contrastante con le aspirazioni dell'utenza, delle famiglie e degli studenti.
L’imposizione di una unica lingua discrimina gli utenti provinciali e nazionali che vengono o che escono dal nostro Trentino.
Imporre una sola lingua è un indebolimento e svuotamento dell'autonomia didattica delle istituzioni scolastiche che dovrebbero soddisfare l'esigenza degli utenti.
Inoltre la sperimentazione, ora bloccata, unica formula permessa di estensione dello studio di una lingua aggiuntiva al tedesco obbligatorio nella scuola elementare, favorisce esclusivamente le scuole ubicate nella valle dell'Adige e nel capoluogo a scapito di tutte le realtà scolastiche della periferia.
Altro argomento. Gli insegnanti si sono posti di traverso alla modifica di legge. Si “riconvertono” gli operai delle fabbriche, perchè non si possono riconvertire anche i professori di tedesco visto che la lingua inglese è più semplice rispetto al tedesco che è più strutturato?
Purtroppo, e concludo, la modifica della norma che permetteva una maggior autonomia di scelte nel campo delle lingue straniere, per motivi ideologici e per la voglia di realizzare la mitizzata Euregio Tirolo, è stata bocciata! I colpevoli? I consiglieri dei DS, del PATT e, purtroppo, un franco tiratore!
In sintesi: un ulteriore passo indietro per il Trentino!