Giugno 2004

 

NO POLITICO DI ANDREOLLI AL DECRETO SIRCHIA !

 

Credo che insieme a me siano rimasti sbalorditi non pochi trentini alla vista delle motivazioni con cui l’assessore provinciale alla sanità Remo Andreolli si è scagliato contro il provvedimento approvato dal Parlamento su proposta del Ministro alla salute Sirchia in materia di esclusività del rapporto di lavoro dei medici ospedalieri.

Giudicando infatti questa legge “non coerente con una politica di sinistra” e soprattutto con la difesa ad oltranza degli Ospedali pubblici in alternativa alla scelta, da parte dei medici e dei cittadini, anche di case di cura private, l’assessore ha annunciato l’intenzione di presentare una norma provinciale che ripristini l’esclusività del rapporto. In pratica secondo Andreolli i medici devono continuare a non decidere se esercitare la libera professione dentro o fuori l’Ospedale pubblico ed essere penalizzati se optano per il privato.

Quella assunta dall’assessore provinciale, per i toni e i modi adottati, appare una posizione ideologica, dettata cioè non tanto da un’attenta analisi della situazione e del possibile impatto di questa novità sul sistema sanitario del Trentino, quanto dal rifiuto aprioristico di un’iniziativa perché firmata da un’esponente del Governo e di Forza Italia. Se non fosse così Andreolli, prima di tranciare giudizi apodittici, si sarebbe preso la briga di esaminare accuratamente il problema e avrebbe scoperto che il decreto Sirchia non destabilizza affatto i servizi alla salute, ma allarga maggiormente l’offerta cancellando per i medici l’irreversibilità della scelta fra pubblico e privato.

Ad un’attenta lettura del testo si ravvisa in esso la precisa volontà di introdurre nel sistema una norma destinata a stimolare la crescita della qualità professionale ed umana del medico. Si offre al tempo stesso al paziente la possibilità di scegliere un bravo medico e di farsi curare dove più gli conviene (nell’Ospedale pubblico in cui quel medico lavora, in una Casa di Cura non accreditata o in uno studio medico). Viene quindi sancito un passo in avanti verso l’affermazione del principio di libertà.

Da ciò trae vantaggio anche il Servizio sanitario, non essendo più il medico dipendente irreversibilmente vincolato ad un lavoro intra-ospedaliero. Gli Ospedali pubblici infatti, non disponendo di spazi e attrezzature adeguati, hanno finora dovuto concedere ai medici di esercitare la libera professione nei loro studi o in altre strutture private esterne all’Ospedale (la cosiddetta libera professione allargata). E’ stato così vanificato il diktat secondo cui i medici devono essere totalmente vincolati all’Ospedale e si è perso il controllo sul personale. Nel vano tentativo di ridurre le diseconomie causate dalla libera professione, inoltre, l’Ospedale ha tollerato o spinto il suo personale a proporre ai pazienti che si rivolgono al Servizio sanitario nazionale per ottenere interventi gratuiti, prestazioni a pagamento per superare le liste d’attesa. Questo per effetto delle norme emanate dal Governo di centro-sinistra tra il 1999 e il 2001. Oggi il Parlamento ha finalmente posto fine a questo meccanismo perverso, restituendo ai medici la libertà di decidere se vogliono esercitare la libera professione dentro o fuori l’Ospedale e cancellando le penalizzazioni che erano inflitte a chi sceglieva la libera professione extramoenia. Si tratta di un provvedimento importante anche per le conseguenze positive che genererà: risparmi cospicui per gli Ospedali, che non dovranno più adoperarsi e spendere per attivare adeguati spazi e strutture da adibire alla libera professione intramoenia o ai suoi surrogati; miglior controllo e organizzazione del lavoro a favore dei pazienti non paganti in proprio con riduzione delle liste di attesa; chiara definizione che la libera professione non può avvenire durante l’orario di servizio ordinario, ma deve essere esercitata nelle ore serali e nei giorni festivi o di sabato. Come spesso accade, la libertà non ha solo un valore etico, ma induce comportamenti virtuosi, vantaggi per tutti i cittadini e maggiori economie di sistema.

Ciò non vuol dire affatto – si badi bene – che nella nostra provincia di debba applicare acriticamente il provvedimento promosso in sede nazionale. Occorre piuttosto coglierne realisticamente i pregi e impegnarsi a correggerne limiti e difetti in rapporto alle specifiche condizioni ed esigenze locali. Da questo punto di vista, in sede di recepimento del decreto a livello provinciale, potrebbe ad esempio essere presa in considerazione l’ipotesi di obbligare i medici alla scelta non ogni anno bensì ogni 3 o 5 anni, per evitare difficoltà alla programmazione del sistema pubblico. Si tratta comunque di compiere un esercizio di discernimento subordinando ad esso ogni pregiudiziale di schieramento o partito. Con le sue dichiarazioni, invece, Andreolli dimostra ancora una volta di essere prima diessino e poi assessore di un’istituzione pubblica a servizio dei cittadini del Trentino.

 

Cons. Mauro Delladio