RAZIONALIZZAZIONE SCOLASTICA SENZA RAZIONALITA’

Il provvedimento proposto dall’assessore Molinari e approvato dalla Giunta provinciale, che razionalizza le sedi scolastiche in Trentino, si inserisce inevitabilmente nel quadro o nella scia del più vasto processo di riforma del sistema educativo in Italia avviato dal Ministro della pubblica istruzione Luigi Berlinguer, che ha visto recentemente l’approvazione di leggi destinate ad avere un grande impatto nel Paese: pensiamo solo a quelle relative all’autonomia, ai nuovi cicli di studio e a quella più recente, sulla cosiddetta parità.

La prima domanda che oggi dobbiamo porci è dunque questa: quale politica scolastica persegue la Provincia autonoma di Trento rispetto a quella promossa a livello nazionale? O meglio: la logica sottesa agli interventi e gli obiettivi che si vogliono attuare sono sostanzialmente gli stessi, oppure esiste qualche differenza di intenti e quindi una sorta di "via trentina" alla riforma della scuola?

Per non rispondere all’interrogativo in modo semplicistico è il caso di passare brevemente in rassegna le iniziative portate avanti dal Ministero confrontandone il significato con quelle programmate e messe in campo dalla Provincia.

A titolo di premessa, va riconosciuto che senza dubbio la questione scuola è stata posta a Roma come a Trento in cima agli impegni di governo. Ciò accadeva peraltro anche ai tempi delle maggioranza democristiane, senonchè oggi – e la differenza rispetto al passato è di non poco conto – alle dichiarazioni d’intenti circa la volontà di modificare le cose in questo settore cronicamente ammalato di immobilismo, per la prima volta sono effettivamente seguiti interventi legislativi e amministrativi "pesanti" e orientati a rivoluzionare totalmente il sistema, dalla scuola materna fino all’università.

Ora, se passare dalle parole ai fatti è certamente preferibile all’inconcludenza, non è detto, d’altra parte, che questo renda perciò stesso positivo e accettabile qualunque cambiamento. Lo sottolineo perché oggi si ha invece l’impressione che basti approvare una riforma, perché automaticamente questa riforma sia considerata buona e qualunque obiezione o critica venga tacciata di conservatorismo. Questo vale in particolare nel campo della scuola, dove di riforme strutturali si sentiva parlare da decenni senza che mai un progetto, poi, arrivasse in porto. Ora invece, che di progetti se ne approvano e varano con disinvoltura a getto continuo e su temi quanto mai cruciali, ogni iniziativa di legge è accolta quasi con un senso di liberazione a prescindere dal suo contenuto, perché finalmente un governo avrebbe sbloccato una situazione incancrenita. E’ chiaro che i rischi insiti in questo meccanismo perverso sono enormi, tanto più su un terreno delicato come quello della scuola. A ben guardare, infatti, non sono pochi né illegittimi i dubbi e le perplessità che emergono a proposito dei presunti effetti benefici dei provvedimenti sul sistema educativo nazionale e locale.

Prendiamo ad esempio la tanto decantata e attesa autonomia scolastica. Introdotta con la Bassanini per responsabilizzare soprattutto i dirigenti della scuola, oggi, alla luce delle ultime disposizioni del Ministero, la riforma dell’autonomia si rivela invece un’operazione di mero decentramento dei poteri statali in materia, banalmente trasferiti agli enti locali. Nulla di più. Il centralismo nella gestione delle dimensioni vitali per la conduzione delle strutture educative, ma soprattutto in termini di indirizzo e controllo della scuola statale (e non statale) cambia quindi solo di sede – passando dai Palazzi romani a quelli degli enti pubblici locali – ma rimane sostanzialmente inalterato. Ai presidi e ai direttori didattici resta solo l’illusione di lavorare come manager di un’azienda: la verità è che i margini di discrezionalità loro assegnati non riguardano affatto gli aspetti realmente determinanti (ad esempio in materia di personale) ai fini di un vero governo dell’istituzione scolastica.

Anche la riforma dei cicli è stata approvata con poche voci di dissenso, pur andando a "terremotare" i pilastri stessi sul quale si regge il sistema dell’istruzione in Italia. Qui si nota una spaventosa sproporzione tra l’obiettivo dichiarato – peraltro molto semplice, quello cioè di elevare l’età dell’obbligo scolastico – e la modalità adottata per realizzare quest’intenzione, che ha portato a cancellare in un colpo solo dalla geografia dell’educazione italiana la scuola elementare e la scuola media, sostituite da una non meglio precisata "scuola di base", alla quale seguirà un’altrettanto indefinita scuola superiore. Nulla si sa nemmeno dei nuovi programmi didattici che andranno a riempire questi due nuovi macro-contenitori: di certo c’è solo la volontà del Ministro Berlinguer di lasciare un sigillo indelebile nella storia dell’istruzione del Paese. A che prezzo ancora non è dato conoscere, ma è quantomeno legittimo non credere alla presunta neutralità della nuova legge. Dobbiamo chiederci ad esempio – come ha fatto Angelo Panebianco l’8 febbraio scorso sul Corriere della Sera – che ne sarà degli insegnanti delle medie e delle elementari, abituati a lavorare con alunni di età non assimilabili e ora fatti confluire nella medesima scuola, oppure domandarci come si configurerà il biennio successivo alla scuola di base, durante il quale i ragazzi dovranno prepararsi ad una scelta importantissima: quella del successivo indirizzo di studio in vista di una professione. Il fatto che la riforma dei cicli lasci impregiudicata la soluzione di questi problemi di fondo non è, evidentemente, senza uno scopo preciso: si vuole infatti ridisegnare i confini del sistema per rendere poi inappellabili, in quanto perfettamente calzanti rispetto a questa cornice precostituita, le norme che saranno emanate in materia di regolamentazione e programmi didattici.

Non si può infine tacere sulla legge approvata la settimana scorsa che, secondo il Ministro Berlinguer, avrebbe finalmente risolto lo storico problema della parità scolastica. Qui addirittura si gioca scientemente sull’equivoco e sulla mistificazione delle parole e dei concetti, tentando di accreditare come parità l’elargizione di qualche centinaio di miliardi alle scuole paritarie private a fronte dei 64mila miliardi (dicasi 64mila miliardi!) spesi ogni anno per le statali, nonché di un identico e irrilevante sussidio alle famiglie meno abbienti con figli nelle scuole statali e nelle scuole paritarie private. Risultato: le famiglie povere continueranno a non potersi permettere le scuole paritarie private, ridotte sempre più ad un lusso di pochi nuclei benestanti. Ecco dunque servita la politica paritaria del centro sinistra catto-diessino, ipocritamente attento, nei principi, ai diritti dei meno abbienti. Lo Stato in Italia rimane l’unico soggetto educatore in modo che pluralismo e concorrenza in questo campo restino sempre all’indice a differenza di quanto accade nel resto d’Europa. Il verticismo e il centralismo politico dello Stato, con questa legge hanno raggiunto l’apice, perché ora controllano direttamente anche le scuole non statali, considerate degne di ricevere l’elemosina utile a garantire ad esse un limitato periodo di sopravvivenza.

Ma veniamo alla Giunta Dellai e alla sua politica di razionalizzazione scolastica. La logica accentratrice è la stessa del Governo D’Alema e del Ministro Berlinguer: basta sostituire alla parola Stato la parola Provincia e il risultato è lo stesso. E’ l’illuminata politica provinciale degli apparati burocratici a decidere cosa è bene e cosa è male per le tante piccole comunità di cui il Trentino è disseminato, se una scuola di paese abbia ragion d’essere oppure no. Certo non manca la classica operazione ascolto sul territorio cui l’assessore diligentemente si sottopone, con relativi dibattiti di rito, ma – come tutti sanno perfettamente – la decisione di chiudere o tenere aperto un plesso scolastico in una certa località è già presa in partenza, con un sapiente dosaggio delle scelte, dei favori e delle concessioni da una parte e dei no pronunciati dall’altra, soluzioni alle quali è difficile pensare che rimangano estranei inconfessabili interessi politici e convenienze magari elettorali. Con questo non voglio negare che vi siano situazioni da razionalizzare e scuole da accorpare, ma mai come in questi casi dovrebbero essere le famiglie e le comunità interessate, non l’ente pubblico – la cui vera funzione è puramente sussidiaria e di coordinamento complessivo – a pronunciare l’ultima parola. Indubbiamente occorre evitare la demagogia populista di chi mitizza la "scuola del paese", tuttavia l’errore più grave è di chi sottovaluta il fatto che l’istituzione educativa per una piccola comunità – e il Trentino è fatto di tante piccole comunità – non è solo un servizio ma anche un valore importante. Un valore che da un lato è radicato nella tradizione ma, dall’altro lato, indica la speranza in un possibile futuro. Su questo terreno è quindi indispensabile prestare la massima attenzione ai singoli casi e non generalizzare mai. Perché potrebbe anche presentarsi la circostanza di una scuola la cui sopravvivenza è apparentemente ingiustificata e ingiustificabile e che tuttavia merita di restare ed essere sostenuta dalla collettività non tanto in ragione del numero dei bambini e quindi di economie di scala, bensì perché anche attraverso, dentro e attorno ad essa una comunità si sente viva, esperimenta momenti di aggregazione e animazione, si prende cura in modo condiviso delle nuove generazioni. Mi pare che in certi i casi la razionalizzazione targata Molinari non tenga conto di questo importante e delicato risvolto della medaglia.

Cons. Mauro DELLADIO