Febbraio 2001
SCUOLA
Da due anni a questa parte il mondo della scuola e della formazione subisce in Italia un violentissimo “terremoto” riformista che in nome di un cambiamento prima mitizzato e poi avviato nonostante l'assenza di obiettivi ben definiti e sufficientemente condivisi dai soggetti più interessati, insegnanti, dirigenti e famiglie con i figli/studenti, rischia di spazzare via in pochissimo tempo i pochi aspetti affidabili rimasti faticosamente in piedi nel nostro sistema dell'istruzione.
Terminate le “scosse di assestamento”, seguite alla delicata riforma delle elementari attuata più di un quinquennio fa, oggi assistiamo ad un riordino dei cicli che, oltre a cancellare in un solo colpo il senso e i contenuti di quella legge, smantella letteralmente la scuola media di primo grado. Rompendo ogni discontinuità tra i primi due segmenti del sistema scolastico, la riforma dei cicli ignora le più consolidate acquisizioni della ricerca pedagogica che da sempre suggerisce di trattare distintamente infanzia e preadolescenza.
A conferma che questo presunto rinnovamento della scuola italiana obbedisce ad un criterio esclusivamente quantitativo, quello di aumentare il numero dei diplomati finali al costo di sacrificare ogni riferimento di natura educativa ed a scapito, soprattutto, della qualità dell'offerta, il Governo non si è minimamente preoccupato di preparare ad una simile svolta, sotto il profilo della formazione, il personale insegnante e dirigente, né si è curato di adeguare a questo inedito modello i curricoli e i percorsi didattici.
La stessa scomposta “nevrosi” riformista presiede alle continue esternazioni dei Ministri alla pubblica istruzione Berlinguer e De Mauro, che sembrano divertirsi a seminare sconcerto sui temi più disparati, l'ultimo dei quali relativo all'opportunità, a loro dire, di sostituire, non si sa bene cosa, alle tradizionali interrogazioni. Il risultato è che a regnare sovrano oggi nella scuola è un misto di confusione e rabbia. Confusione e rabbia documentati da numerosi scioperi e diffusi tra gli insegnanti che si sentono usati e presi in giro a causa dell'ennesimo schiaffo inferto alla professionalità docente da una riforma negoziata sulle loro teste dai partiti forti della maggioranza, d'intesa con le organizzazioni sindacali sempre meno rappresentative.
Confusione e rabbia tra le famiglie per l'ennesima volta espropriate del loro diritto, ad una libera scelta scolastica, costrette ad iscrivere i figli del nuovo ciclo primario senza essere minimamente informate di quanto sta accadendo ed accadrà con la riforma.
Confusione e rabbia tra i dirigenti scolastici ai quali dapprima era stata promessa un'ampia autonomia dei loro istituti, salvo poi vedersi imporre l'esatto opposto attraverso una valanga di diktat sotto forma di circolari ministeriali e di conseguenti disposizioni provinciali, oltretutto quasi sempre di difficile interpretazione e di ancora più ardua applicazione.
Tutto ciò non può che produrre pesanti contraccolpi negativi sugli alunni e sugli studenti, in particolare per quanto riguarda il loro diritto a trovare nella scuola una risposta alla domanda di potersi confrontare con una proposta formativa culturalmente interessante per la loro crescita non soltanto intellettuale ma umana, sociale e civile.
Mi rendo conto di avere dipinto un quadro a tinte fosche, che ha però il pregio di mettere maggiormente in evidenza alcuni elementi sani e di vera novità, ai quali un'intelligente politica scolastica locale può attingere risorse, idee e prospettive per mitigare, se non neutralizzare gli effetti peggiori della riforma nazionale facendo leva, al tempo stesso, sui non pochi punti di forza esistenti nel nostro sistema.
In Trentino disponiamo infatti ancora di un personale dirigente e insegnante di buon livello, di condizioni logistiche e strutture scolastiche quasi ottimali, di una rete di offerte formative e di relativi servizi sufficientemente capillare sul territorio provinciale. Di istituzioni qualificate ed affidabili capaci di curare la preparazione di base ed in servizio del personale docente, di un pluralismo gestionale non molto differenziato ma ancorato ad una solida tradizione e largamente apprezzato. Questi sono i fattori dai quali occorre ripartire con rinnovata convinzione interpretando e sfruttando fino in fondo la nostra specialità autonomistica in campo scolastico e formativo.
Guardiamoci intorno. Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, anche a costo di aprire un contenzioso con Roma hanno anticipato nei fatti forme di federalismo nel settore scolastico introducendo il buono scuola, attraverso apposite leggi e regolamenti, consentendo così alle famiglie di scegliere la scuola preferita senza più ostacoli di natura economica e inducendo gli istituti a competere in termini di qualità dell'offerta formativa.
Noi che nei settori della scuola e della formazione possiamo vantare una lunga ed interessantissima storia, siamo invece fermi alla legge 29/90 sul diritto allo studio, ormai ampiamente superata e dal riconoscimento della primaria responsabilità e dell'inviolabile diritto alla libertà di educazione delle famiglie. Se in Trentino siamo quindi in ritardo in materia di innovazioni rispetto alle Regioni contermini, abbiamo tuttavia ancora la possibilità di recuperare il terreno perduto. Il disegno di legge in materia di credito d'istruzione (buono scuola), sottoscritto anche da me, il cui primo firmatario è il collega Morandini, ha infatti superato l'esame in Commissione consiliare competente ed attende ora soltanto il dibattito politico conclusivo in Aula.
Confido si arrivi presto a questo passaggio considerando la sensibilità più volte manifestata in tema di scuola e formazione dal Presidente della Giunta provinciale e dallo stesso assessore all'istruzione.