Trento, 2 ottobre 1996

Al Presidente del
Consiglio Provinciale
rag. Marco Giordani
SEDE

INTERROGAZIONE N.

- I PRIVILEGIATI DELL’ARTICOLO 18 -

L'infausta vicenda del famigerato articolo 18, a causa del quale la Provincia ha consapevolmente rischiato la bocciatura a Roma dell'intera legge di assestamento del bilancio '96 (300 miliardi) in cui tale norma era stata inserita, evidentemente non ha insegnato nulla al Presidente Andreotti.

Il medesimo articolo 18, infatti, che prevedeva l'assegnazione ai direttori di divisione della Provincia - vale a dire a 17 dirigenti di servizi provinciali senza servizio, tra i quali l'assessore al personale nonché vicepresidente della Giunta, Carlo Alessandrini - della stessa indennità e delle stesse funzioni dei dirigenti di servizi provinciali con servizio, viene ora riproposto con assoluta disinvoltura all'approvazione del Consiglio dal Presidente Andreotti sotto forma di un'apposita "leggina".

Non è bastata la figuraccia rimediata con il Governo centrale e l'opinione pubblica da una Giunta che ha messo a repentaglio - sapendo di farlo - la possibilità di utilizzare entro l'anno i 300 miliardi della manovra finanziaria integrativa, pur di premiare alcuni dipendenti provinciali, non - si badi bene - per il lavoro che svolgono, ma per il lavoro che non fanno!

No! Si insiste ancora - e perseverare è diabolico - pensando forse che prima il Consigliere De Stefani e poi, nei giorni scorsi, la stampa locale, siano riusciti a far credere che si tratta solo di ristabilire un diritto.

Non ho ancora chiaro se di ciò Andreotti sia sinceramente convinto e pecchi quindi di ignoranza ingenua - il che per un Presidente della Giunta provinciale sarebbe assolutamente intollerabile e rafforzerebbe in me i motivi per chiedere immediatamente le sue dimissioni -, oppure se il responsabile del Governo trentino si accinga a commettere per la seconda volta un abominio giuridico sapendo di commetterlo, come nel caso del Consigliere De Stefani. Se vera, questa seconda ipotesi porterebbe comunque allo stesso risultato: la mia richiesta di dimissioni del Presidente!

Quello che è certo è che i direttori di divisione, all'interno della struttura provinciale, sono da anni dei privilegiati i quali, non paghi dei vantaggi indebitamente ottenuti, occupano spudoratamente gran parte del loro tempo a chiedere per loro - finora, fortunatamente, senza successo - ulteriori, ingiustificati benefici.

Altro che diritto! E' una vergogna!

Per almeno quattro ordini di motivi.

Primo. I direttori di divisione già percepiscono, com'è del resto risaputo dai loro colleghi provinciali, gran parte dell'indennità assegnata ai dirigenti di servizio, senza avere né le funzioni né le responsabilità di questi ultimi. Due di questi direttori di divisioni sono incardinati presso l'assessorato alla sanità, il cui "guardiano" è il Consigliere De Stefani, primo promotore della norma-premio da loro tanto agognata. Sorge spontaneo il sospetto che il Consigliere De Stefani ritenga di potersi così sdebitare di qualche aiuto ricevuto dai due negli ultimi anni. Non si spiegherebbe altrimenti perché lo stesso Consigliere De Stefani si sia invece opposto all'istanza (questa sì, legittima) sollevata e vinta davanti al TAR dal dott. Valerio Costa, responsabile del SERT, per il mantenimento della propria indennità di dirigente anche dopo il passaggio del servizio prevenzione tossicodipendenze dalla Provincia all'Azienda sanitaria.

Secondo. Se la "leggina" ritagliata su misura per loro e ri-proposta dal Presidente Andreotti dovesse essere approvata, i direttori di divisione verrebbero assimilati ai dirigenti di servizio senza possedere, in molti casi, nemmeno la laurea, cioè il titolo di studio minimo oggi richiesto per poter occupare questa posizione. Guarda caso, tra i non "dottori" vi sono anche i due direttori di divisione di cui sopra, in forza alla sanità. Inoltre, la "sanatoria" in loro favore suonerebbe come l'ennesimo schiaffo subito dai 100 e più dipendenti laureati che da anni chiedono il semplice riconoscimento del loro titolo di studio - questo sì, un diritto - e quindi di non essere inseriti nello stesso livello funzionale-retributivo dei diplomati.

Terzo. Non si è mai vista una nomina "in blocco" a dirigenti di servizio, sia perché questi incarichi vengono sempre assegnati ad personam sia perché non lo prevede la legge provinciale n. 12 del 1983 sull'organizzazione del personale. Non si capisce inoltre perché non si dovrebbe promuovere dirigenti, in alternativa ai direttori di divisione senza titolo di studio, i capi ufficio laureati, il cui "diritto" ad essere assegnati a questa funzione è di gran lunga maggiore.

Quarto. Se, nonostante tutto questo, il Presidente porterà avanti un'iniziativa di legge riferita ai 17 dipendenti provinciali, iniziativa che, come ho appena mostrato, risulta palesemente insostenibile sotto ogni profilo, l'unico scopo sarà quello di un'altra sfida fine a se stessa lanciata dalla Provincia al Governo di Roma, per aver quest'ultimo respinto la stessa norma presentata in occasione del provvedimento estivo di bilancio. A questo punto, però, il rischio che il Governo centrale ricorra alla Corte Costituzionale è molto alto, anche perché il Trentino è inadempiente nell'applicazione della normativa nazionale del pubblico impiego. Ma a ciò, evidentemente, si è ormai ridotta la lotta per l'autonomia!

Non meno vergognoso è però il silenzio dei Sindacati, i quali vigilano e si schierano da tempo contro tutte le "leggine" sul personale sganciate dall'atteso disegno di riforma dell'amministrazione provinciale. Tranne che in questo caso. Dov'è finita l'equità di cui le parti sociali si dicono paladine? Forse anche queste organizzazioni subiscono il condizionamento di qualche influente direttore di divisione della Provincia, che magari è lo stesso Vicepresidente della Giunta provinciale Alessandrini, notoriamente vicino ai Sindacati e da essi ricambiato. In confronto il consociativismo stile prima repubblica era pari a zero.

Ciò premesso,

si interroga il Presidente della Giunta provinciale
per conoscere
:

  1. quali sono le ragioni giuridiche e di equità che hanno spinto ad agire in sfida al Governo centrale facendo propria una norma che era stata presentata da un Consigliere dell’opposizione;
  2. se non ritiene opportuno accelerare l’iter della Legge di riforma del personale della Provincia autonoma di Trento, che recepisce la normativa nazionale sul pubblico impiego, bloccata in Commissione legislativa dall’Assessore al Personale nonché Vicepresidente, modificando finalmente la Legge provinciale n.° 12 del 1983 in modo da eliminare, tra l’altro, le consistenti e gravi situazioni di iniquità che, in spregio al diritto, riguardano il personale laureato della Provincia inquadrato allo stesso livello funzionale-retributivo del personale non laureato;
  3. chi sono i dipendenti interessati dal provvedimento legislativo e quale è il loro titolo di studio;
  4. se il provvedimento è finalizzato alla preposizione a Servizi dell’Assessorato alla Sanità dei Direttori non laureati di cui alla premessa.

A norma di regolamento si richiede risposta scritta

Cons. Mauro DELLADIO