DELLADIO:
Analizzando questo disegno di legge ho maturato e confermato alcune considerazioni che ora cercherò di esporre. Probabilmente mi verrà rivolto l'appellativo di demagogo o idealista, comunque non mi interessa. Io partirò dall'interpretazione di una parola, la parola "pace", cioè il lasso di tempo fra due guerre: io ritengo che questo periodo debba essere allungato il più possibile, tendenzialmente all'infinito. Secondo me il concetto di pace è uno fra i più preziosi, e penso che su questo siamo tutti d'accordo. Ho sentito che il collega Passerini, prima, citava dei numeri ed io vorrei integrare un pochino quanto detto, aggiungendo che dal 1496 avanti Cristo fino al 1861 dopo Cristo, ossia in circa tremilatrecento anni ci sono stati duecentoventisette anni pace e tremilacentotrenta di guerra; negli ultimi tre secoli l'Europa è stata teatro di duecentottantasei guerre; inoltre, dall'anno 15 avanti Cristo al 1860 dopo Cristo si sono firmati più di ottomila trattati di pace.Ritengo che non ci sarà pace fin tanto che si continuerà a fare violenza alla dignità dell'uomo, alla sua personalità e libertà. La pace, secondo me, potrà nascere, dovrà crescere, anche se recuperiamo una dimensione etica della politica, perché raggiungere questo obiettivo è un dovere per tutti noi. Voglio riproporre a quest'aula e ai consiglieri presenti quanto avevo detto in Consiglio regionale a suo tempo, laddove si parlava di pensione agli ex combattenti della seconda guerra mondiale. Dicevo che "pace" è una parola abusata, come l'etimo solidarietà - sicuramente non quella di Pinter -, e che ci sono diversi metodi per raggiungerla. Politicamente parlando, ritengo che solo con un sistema federale si possa ottenere quella pace tanto auspicata e quel benessere che ne è la conseguenza. Bisogna puntare verso un sistema federale in Italia, in Europa e a livello mondiale. Il nostro obiettivo è un sistema federale globale; perché il sistema degli Stati-nazione, come sistema di poteri sovrani ed armati, divide i popoli sulla base di rapporti di forza. Bisogna sostituire questi rapporti di forza con rapporti di tipo giuridico; bisogna riconoscere l'identità dei popoli, i loro usi e costumi, le loro lingue, la loro identità; bisogna aumentare l'autonomia verso il federalismo, magari in tappe intermedie, perché non si può avere tutto subito che fa acuire le tensioni sociali ed economiche, che potrebbero sfociare in disordini di tutti i tipi.
Ritengo che occorra aumentare l'autogoverno dei popoli, delle genti, livellando verso l'alto, e non il contrario, poiché non bisogna imporre macroregioni non volute dalla gente e calate dall'alto. La strada intrapresa dall'Unione Europea va in questa direzione, ma è incompleta poiché essa è strutturata su Stati sovrani e pochissimo è lo spazio per le Regioni (macroregioni o euroregioni, che dir si voglia). L'anarchia degli Stati sovrani nazionali, che porta ineluttabilmente alla corsa progressiva al riarmo - come la storia di questo secolo ha dimostrato - può essere superata solo con la federazione degli Stati, sia a livello continentale che mondiale. Il federalismo impedisce la guerra, perché disarma gli Stati ed impone l'ordine e la pace: per questo motivo, secondo me, federalismo è sinonimo di pace dei popoli e questo è l'obiettivo strategico che dobbiamo perseguire tutti noi.
E' obbligo impegnare tutte le risorse culturali, morali, economiche, in direzione di un'Italia e di un'Unione Europea rafforzate su base federale, costruire la pace è anche questo. La storia comunque insegna che ogni Stato ha bisogno di avere una forza armata, atta alla difesa del suo territorio, per la sopravvivenza, l'esistenza, la protezione dei cittadini; un paragone lo si può fare, paragonando gli anticorpi e le antitossine come protettori delle cellule: ci sono e sono necessari. Bisognerà operare affinché l'Europa abbia una difesa comune europea e non più dei singoli Stati, e non bisogna confondere - prima è stata ricordata la Turchia, dal consigliere Passerini - la violenta repressione delle minoranze con il concetto di difesa della patria. Anche la dottrina sociale della Chiesa ha degli obiettivi prioritari: pone al centro l'uomo, evidenzia il rispetto e la dignità della persona umana e dice che bisogna operare per la pace. Pace è assenza di ogni forma di sopraffazione e violazione dei diritti degli uomini e dei popoli, pace è sì disarmo, è sì rifiuto alle armi nucleari, ma è anche soprattutto libertà della persona, giustizia sociale, autodeterminazione dei popoli, sviluppo economico-sociale e ricerca della verità.
In un importante documento preparato dal Consiglio Pontificio per la giustizia e la pace, presentato in Vaticano con il titolo "Il commercio internazionale delle armi: una riflessione etica", si afferma che "il diritto alla legittima difesa è il solo caso in cui si può giustificare il possesso o il trasferimento di armi", ma si aggiunge che "il diritto è accompagnato dal dovere di ogni Stato di ridurre al minimo la necessità di farvi ricorso". Esiste un diritto alla legittima difesa, mediante le armi, che diviene un grave dovere quando si tratta di difendere popolazioni inermi. Questo tipo di ingerenza umanitaria non è però un diritto assoluto. Il documento continua affermando che "le armi non possono mai essere assimilate agli altri beni commerciali e la legge del profitto non può considerarsi legge suprema. Le armi subdole come le mine antiuomo devono essere bandite e gli stati esportatori non devono mai considerare il commercio delle armi come qualcosa di normale o che possa essere giustificato dal bisogno di coprire un deficit di bilancio. Il massimo impegno deve essere profuso per la prevenzione dei conflitti armati, la sola regolamentazione del commercio delle armi non basta. Si tratta di rendere totalmente inaccettabile la guerra e riorientare gli interessi socio-economicamente distorti". Il Vaticano inoltre fa appello alla comunità internazionale, affinché venga avviata una riconversione delle industrie militari e ribadisce la necessità di un'autorità pubblica stabilita di pubblico accordo, che garantisca la sicurezza. Comunque, l'ingerenza umanitaria è ancora un concetto da approfondire da parte della Santa Sede.
Ritengo inoltre che il divario tra il nord e il sud del mondo sia sempre più grande e favorito anche dall'indebitamento provocato dal mercato delle armi, il quale soffoca le economie più deboli, appunto quelle del sud del mondo. Bisogna - e non ci si deve mai stancare di dirlo - operare per un grande processo di conversione delle spese militari, in risorse per lo sviluppo economico e sociale. Bisogna fare una guerra, metaforicamente parlando, contro la vendita delle armi. In questo panorama non mancano le vittime di un mercato miliardario, appunto tra i Paesi produttori di armi e il Terzo Mondo, che sono acquirenti. Si pensava che il cronista Matteo Toson fosse stato vittima in Bosnia, vittima della guerra, fortunatamente si è saputo che è vivo e che sta ritornando in patria. Minor fortuna ha avuto la giornalista della RAI, Ilaria Alpi, trucidata in Somalia dove stava indagando sul commercio delle armi. E non dimentichiamo padre Zanotelli, rimosso dalla direzione di Nigrizia, a seguito delle sue denunce in tema di mercato delle armi. Lui diceva, ed io ne sono convinto, che il 10 per cento dei ricavi della vendita delle armi andavano, come vanno, in tangenti - e con questo mi ricollego al discorso di etica della politica - e anche che bisogna togliere il segreto militare.
Leggevo l'altro giorno un articolo di giornale nel quale si diceva che il nostro Paese è sempre stato un punto di passaggio e forse una base per il terrorismo mediorientale, questo a seguito di una denuncia contenuta in un'intervista del Presidente egiziano Mubarak: secondo le denunce dell'Egitto, un canale segreto di fondi trasferiti da banche italiane sovvenziona la guerra santa. Non dobbiamo, secondo me, dimenticare questo contesto e questo panorama che abbiamo davanti agli occhi. L'Italia è centrale per la fabbricazione, per la vendita, per il finanziamento del terrorismo internazionale e noi, come Provincia autonoma di Trento, possiamo contribuire con la nostra autonomia, nel nostro piccolo, a limitare e contrastare la situazione che ho espresso poc'anzi, in determinati modi, in più modi. Il primo è aumentare la cultura della pace, soprattutto nelle nuove generazioni: ha un costo zero ed è necessario incentivare questo trasferimento di notizie ai nostri figli, alle generazioni future. I racconti degli anziani ai bambini, ai loro nipoti, devono far capire quello che è stato, bisogna trasmettere a questi giovani i valori, i dati, queste esperienze affinché si conoscano gli orrori della guerra e i risultati della violenza, sia fisica che verbale, in tutte le forme perché conoscendo il passato si può costruire un sereno e felice futuro. La scuola è il veicolo principale per insegnare questi valori alle nuove generazioni, ai giovani.
Un altro modo è quello rappresentato dal fatto che possiamo sostenere finanziariamente la riconversione del settore militare a quello civile delle fabbriche interessate dalla produzione di armi o componentistica militare. In Lombardia, è già stato ricordato, mi risulta che è stato approvato un provvedimento legislativo per la riconversione produttiva, in modo particolare di fabbriche di armi come quelle che producono le mine antiuomo, ordigni che non distinguono fra civili e militari, ed hanno degli effetti che durano nel tempo e sono molto evidenti con le mutilazioni, in special modo nelle donne e nei bambini. E' opportuno ricordare la convenzione ONU sulle armi disumane, del 1980, che ne impone la limitazione. Le mine antiuomo, per esempio, sono le cosiddette armi povere, sono facili da costruire e da collocare, sono di concerto costosissime da rimuovere e rendono inabitabili vaste zone del mondo, basti pensare alla Cambogia, al Vietnam, alla Somalia, al Mozambico, all'Jugoslavia che abbiamo qui vicino, ed a tanti altri Paesi.
Leggendo la relazione della Seconda Commissione permanente su questo disegno di legge, si trova un passo nel quale si dice: "Sia pressoché impossibile disgiungere la produzione di componentistica militare dalla produzione civile, dato che anche settori prettamente civili possono essere funzionali a scopi militari. La sola astratta possibilità che parte della produzione possa essere usata per scopi militari, comporterebbe il divieto di intervento pubblico, compromettendo la politica industriale del Trentino." Io dico che manca la volontà politica, come al solito, di risolvere i problemi o di provare a risolverli. Ritengo che si conosca chiaramente qual è la produzione di componentistica militare nel Trentino, eventualmente nei casi dubbi e non certi basta non applicare i provvedimenti restrittivi legislativi, mantenendo comunque un costante controllo della produzione. Importanti sono i controlli e le verifiche innescate anche dalle segnalazioni. Ci saranno delle difficoltà iniziali, ma io dico: "Perché non proviamo?". Durante il viaggio si raddrizza la soma, ossia si può modificare il regolamento di attuazione della legge in esame.
Già molto si è fatto in Trentino, fino adesso. Il primo fatto sono le trentaseimila firme raccolte nel 1984, che hanno provocato un'intensa discussione in Consiglio provinciale con il risultato di veder approvata una mozione con la quale la Provincia dichiara il Trentino territorio libero da armi nucleari, ponendo le basi per la diffusione e lo sviluppo della cultura della pace. Nel 1991 si è istituito il Forum per la pace e l'Università della pace di Rovereto, e di fatto si sono impegnate, come si impegnano, risorse in tali direzioni, per circa centosessanta miliardi.
Infine, voglio dire che questo disegno di legge intende continuare su questa strada, rafforzando i concetti di disarmo e di riconversione militare. Effettua inoltre una prevenzione nei confronti di nuove installazioni di fabbriche di armi in Provincia di Trento, ed io ritengo che molte sono le persone che non vogliono che i soldi pubblici siano spesi per fabbricare armi. Sarà demagogia e la legge sarà inapplicabile? Io non ci credo. Ritengo che ad un primo passo concreto il mio semplice voto andrà a sostegno di tale iniziativa; secondo me, contano anche i principi.