SEDUTA DEL 18 DICEMBRE 1996

a) Disegno di legge numero 127: "Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 1997 e pluriennale 1997-1999 della Provincia autonoma di Trento (legge finanziaria)";

b) Disegno di legge numero 128: "Bilancio di previsione della Provincia autonoma di Trento per l’esercizio finanziario 1997 e Bilancio pluriennale 1997-1999".

DELLADIO: Grazie, signor Presidente.

Io volevo chiedere questo all’aula: esprimendo la mia contrarietà alla sospensione istantanea del Consiglio provinciale, gradirei fare il mio intervento ed eventualmente dopo sospendere. Grazie.

(...)

DELLADIO: Grazie, signor Presidente. Questo dibattito sul bilancio provinciale per il 1997 avrebbe dovuto esprimere la nuova progettualità politica della Giunta nata nel maggio scorso dall’accordo tra PATT, Grandiani ed un centro sinistra privo dei Popolari di Bianco, indisponibili a collaborare con alcuni sgraditi esponenti dell’"Andreotti 1".

Questo doveva essere, a detta di chi l’ha proposto, un bilancio di svolta. Ci troviamo invece di fronte ad una malcelata scopiazzatura della manovra finanziaria di sempre; quella, per intenderci, prodotta ogni anno dalla struttura provinciale dei servizi affari finanziari, con il solito "cappello" politico ricco di propositi natalizi, tanto buoni quanto ipocriti, che non incide affatto sull’impianto del bilancio, sostanzialmente uguale a quelli precedenti, anche perché l’unica vera novità formale è costituita dal disegno di legge collegato, e dopo essere stati cacciati dalla porta della commissione legislativa, si vorrebbe ora fare rientrare dalla finestra degli emendamenti consiliari. L’obiettivo è di rimettere in moto il vecchio, caro omnibus, sul quale, che nostalgia, c’era posto per tutti, tanto che le norme di valore strettamente finanziario praticamente sparivano. Il nodo di fondo, evidentemente, è politico.

Voglio evidenziare un aspetto tecnico più volte richiamato in quest’aula. E’ ben vero che esiste l’articolo 26, modificato dall’articolo 40 della legge provinciale 9 luglio del 1996, numero 4, dove sono previsti uno o più disegni di legge collegati; ma è anche altrettanto vero che non esistono ancora le norme che disciplinano nel regolamento del Consiglio provinciale tale procedura, le cosiddette sessioni di bilancio.

I Capigruppo, è opportuno ricordare in quest’aula, e la Giunta, nei mesi di febbraio, marzo e luglio del 1995, hanno presentato modifiche al regolamento che prevedevano la conclusione dell’esame del disegno di legge finanziario entro cinquanta giorni dall’assegnazione alla commissione competente. A mio avviso c’era tutto il tempo per arrivare, all’appuntamento con la finanziaria di previsione 1997, con il regolamento approvato e modificato.

Anche la Giunta è stata negligente o superficiale, ben sapendo cosa voleva fare nel novembre del 1996, e cioè presentare una finanziaria con delle modifiche o una collegata, perché sapeva che l’8 luglio del 1996 si era votata la nuova disciplina della programmazione di sviluppo. Si è presentata una finanziaria come le precedenti. Varia solo nell’aspetto: prima era un’unica legge omnibus, adesso ci sono due leggi, una finanziaria ed una sempre omnibus. Sono stati invertiti i fattori, ma il prodotto è sempre lo stesso. Come il Governo Prodi a livello nazionale, che a colpi di deleghe all’esecutivo scavalca il Parlamento, organo deputato a legiferare. Un esproprio, a mio avviso, bello e buono.

Altra considerazione da fare è che bisogna tutelare e salvaguardare il ruolo e la dignità del Consiglio provinciale. La Giunta doveva riportare nella legge base, finanziaria, i provvedimenti esclusivamente finanziari e poi presentarsi in aula. Comunque il nostro Presidente del Consiglio ha pensato di stralciare numerosi emendamenti, dichiarandoli inammissibili. Voglio ricordare ancora che nella riunione dei capigruppo io mi ero espresso a favore e ho dato pieno appoggio al Presidente del Consiglio Giordani per l’iniziativa messa in atto, dicendo "meglio tardi che mai". Finalmente abbiamo una legge che assomiglia ad una finanziaria, o che si può chiamare tale. Si può discutere, è indubbio, politicamente, se certi articoli era opportuno cassarli o meno. Però, diciamo, il Presidente del Consiglio, regia dell’attività consiliare, ha avuto ragione e mi adeguo.

Lo stesso discorso vale, come è stato fatto, per gli ordini del giorno. Ordini del giorno da cassare, se non hanno attinenza con la legge finanziaria.

Io voglio evidenziare un’altra cosa: le contraddizioni e l’incoerenza di certi colleghi in quest’aula che attaccano ora il Presidente del Consiglio sull’aver selezionato gli emendamenti, quando una volta, o sempre, si erano dichiarati contrari a leggi omnibus. Per questo ritengo di essere coerente, di non appoggiare iniziative che elasticizzano le regole. Ieri si condannavano le leggi omnibus, ora si reclamano a gran voce, motivando il fatto che altrimenti la minoranza non può contestare l’operato della Giunta. Chi le reclama dimostra soltanto di appartenere a quel sistema di prima Repubblica di cui dice di volersi disfare.

Secondo me non è solo dal collegato che si può giudicare l’effettivo valore politico di questa maggioranza e del relativo esecutivo. La valutazione politica deriva dagli obiettivi proclamati ed attuati e dalla condivisione o meno degli stessi. Faccio un breve passaggio, prendendo spunto da un passo della relazione del Presidente Andreotti, laddove si legge che nella penultima legislatura sono state approvate oltre centocinquanta leggi, nell’ultima oltre centotrenta, in quella attuale, e mancano solo due anni alla conclusione del nostro mandato, ne sono state approvate ventotto. Bene! Io dico. E’ ora di smetterla di fare leggi solo per lasciare il proprio nome nella storia della Provincia autonoma di Trento. E’ ben vero che ventotto sono le leggi approvate, molte delle quali sono state finanziarie, ma è altrettanto vero che nelle finanziarie omnibus sono state modificate molte e molte leggi che corrisponderebbero, se vogliamo analizzare fino in fondo, a tanti disegni di legge, forse superiori alle centocinquanta della penultima legislatura.

Altro aspetto: responsabilità. Non bisogna dare colpa al Consiglio provinciale nella sua interezza e alle sue minoranze che i lavori non vanno avanti, che le leggi non sono votate, che c’è un blocco dell’attività parlamentare. Il tutto è riconducibile, a mio avviso, alla mancanza di un preciso programma di governo, alle contrapposizioni interne fra gli assessori. Se la Giunta non riesce a governare, è solo colpa loro e della eterogenea maggioranza che la sostiene. La debolezza del nuovo esecutivo provinciale è palpabile, quando poi lo stesso Presidente della Giunta, che adesso manca, Andreotti, ne sottolinea la gravità nel corso di un’affollata assemblea degli industriali, affermando che la frammentazione politica e la paralisi decisionale legano le mani alla coalizione di governo. Il senso di smarrimento e di impotenza raggiunge livelli mai conosciuti prima nella storia della nostra autonomia.

La verità è che oggi, con questo bilancio, la sinistra ha perso la sua scommessa politica. Entrando in Giunta senza neanche turarsi il naso pur di conquistare poltrone, dopo un’opposizione durissima all’Andreotti 1, non solo non è riuscita a cambiare nulla di significativo, ma si ritrova oggi a promettere riforme destinate a restare sulla carta, esattamente come accadeva agli esecutivi precedenti, con l’inevitabile conseguenza di assistere all’erosione della sua credibilità presso l’elettorato. Anche se lo sciopero di venerdì scorso non ha portato in piazza le folle, il malcontento dei sindacati e di molti progressisti trentini verso la Giunta o rami di Abete, di Ulivo si fa ogni giorno più forte. La gente non coglie la benché minima differenza tra i governi provinciali dorotei della prima Repubblica, o tra la stessa precedente esperienza fallimentare della prima Giunta Andreotti, e l’attuale squadra di governo sostenuta da una robusta ma ininfluente iniezione di centro sinistra. La gente, i cittadini, gli elettori sono stufi di sentirsi annunciare cambiamenti e riforme che non si realizzano mai. Non vogliono più sentir parlare fumosamente di svolta: vogliono vederla nei fatti! Ed oggi hanno capito chiaramente che nessuna soluzione di continuità si è verificata nel passaggio da un governo provinciale all’altro. Hanno capito che questa Giunta è principalmente preoccupata di arrivare, senza correre grossi rischi, fino alle elezioni regionali del 1998. Per riuscirci, l’attuale governo punta su progetti istituzionali e riformisti che sa di non essere in grado di attuare con la politica regionale provinciale in queste condizioni. E a questo punto dico che ha ragione il direttore dell’"Alto Adige", De Battaglia, nell’articolo di fondo di domenica del 15 dicembre, quando dice che il Trentino non può impunemente oscillare tra Triveneto, Padania, Euregio, infatuazione comunarda, senza diventare schizofrenico e naufragare nell’impotenza. Serve, per quanto riguarda la politica regionale, una politica dei piccoli passi, ma concreti, assieme alla Provincia di Bolzano. E questo l’ho già detto in Consiglio regionale più di una volta. Con l’alibi dei grandi progetti, l’esecutivo non affronta gli impegni che invece potrebbe assumersi subito per la soluzione almeno di alcuni problemi urgenti e importanti entro la scadenza della legislatura.

E a questo punto parliamo di comprensori. E’ condivisibile lo smantellamento, con il passaggio ai comuni e ai consorzi di comuni o altro, di tutte le funzioni relative al governo e alla gestione del rispettivo territorio. Voglio ricordare a quest’aula, ai componenti, ai colleghi, che già nella seduta del 9 febbraio 1995 io avevo evidenziato alcuni aspetti, che adesso sono all’attenzione di tutti con il nuovo progetto di legge presentato dall’assessore Bondi, che penso, in termini di concretezza, sia uno dei pochi fino ad adesso ad aver presentato qualcosa di serio in tempi rapidi. A quel tempo parlavo di personale dei comprensori; parliamo del 9 febbraio 1995. In tema di personale, dicevo che era chiaro che non si volesse mandare a casa nessuno dei novecento o più dipendenti, anche perché tale personale è qualificato, è esperto in varie materie e bisogna sfruttare tali potenzialità, e mi chiedevo dove. Nei comuni, anziché puntare sulla mobilità all’interno della provincia, si è sempre proceduto all’assunzione di personale presso i comprensori, nonostante il calo drastico di attività e riduzione delle competenze. E poi continuavo dicendo che elementi utili alla risoluzione del problema comprensorio, ritenevo si trovassero leggendo gli articoli che vanno compresi dal 23 fino all’articolo 29 della legge 142 del ‘90. Facevo riferimento a delle leggi in vigore in cui venivano disciplinate quelle forme alternative per l’aggregazione dei comuni per soddisfare le esigenze del territorio. Dicevo che è positiva l’istituzione di una piattaforma di studio per stendere una legge quadro regionale, che finora è sempre rimasta nel cassetto, che assegna alle rispettive province le direttive in materia, una legge quadro che faccia chiarezza. Nei testi che menzionavo, la 142, i DPR, lo statuto di autonomia ed altre leggi, compaiono unione comuni, comunità montane, consorzi di comuni ed altro. "Ritengo, dicevo allora, comunque che la terminologia comunità montane si debba mantenere, siccome sono riconosciute dallo Stato e finanziate". Basti riguardare la legge del 3 dicembre 1971, numero 1102, e la legge sulla montagna, la 97 del ‘94, di cui noi tutti ci riempiamo la bocca, perché è una legge importante, però non è ancora attuata al cento per cento.

Però le comunità montane devono essere costituite su base volontaria. Un altro aspetto fondamentale proprio per la partecipazione diretta dei cittadini o dei rappresentanti dei cittadini. Dicevo che le comunità montane devono essere enti snelli, tecnici, che organizzano servizi che piccoli comuni da soli non possono permettersi. Il comune sarà il luogo delle scelte, le comunità montane saranno il braccio operativo per risolvere i servizi sovracomunali. Quello che proponevo in sintesi, si sta avverando; si stanno muovendo un po’ le acque. Meglio tardi che mai! Un’altra volta.

Io chiedo all’assessore Bondi, all’assessore Chiodi: "Fate in fretta, che siamo già in ritardo, per quanto riguarda la legge quadro regionale dei comprensori e per quanto riguarda la legge provinciale di recepimento della stessa".

Voglio ricordare un’altra cosa, per evidenziare il fatto che le minoranze sono attente, per quanto mi riguarda, a tutta l’attività del Consiglio provinciale e regionale. Voglio ricordare che già da più di un anno io ho presentato degli emendamenti alla legge Giovanazzi, che fino adesso è sempre rimasta nel cassetto, la legge di riforma dei comprensori. In quegli emendamenti evidenziavo il fatto che dovevano essere costituite delle entità sovracomunali su base volontaria; dovevano accedere, dovevano essere concordi almeno tre comuni contermini. Non dovevano nominarle comunità comprensoriali - un’invenzione di Giovanazzi o di altro - bensì comunità montane. Pertanto non inventarsi termini nuovi ed adottare quelli che esistono già nella normativa. In poche parole, andare verso la massima autonomia e responsabilità di gestione delle risorse dei comuni. Condivido - e finisco sul ragionamento comprensori - che bisogna andare e superare le chiusure campanilistiche, ricercando la collaborazione fra entità comunali, ben sapendo che le risorse finanziarie sono ferme o caleranno nel prossimo futuro.

Ritorno alla traccia relativa alla finanziaria. Voglio dire che ci sono tre esempi da evidenziare nella politica attendista di questa Giunta. Prendiamo, innanzitutto, l’ipotizzata proposta della legge unica sull’economia. La Giunta sa perfettamente che questa riforma complessiva dei rapporti pubblici con il sistema imprese entro i prossimi due anni arriverà massimo all’approvazione dell’esecutivo, per sfumare poi nel nulla, quando nascerà, nel 1999, il nuovo governo provinciale. Intanto, però, "vendendo" in tutte le sedi ufficiali l’annuncio di questa svolta ancora allo studio, rinvia ad essa tutti gli interventi legislativi che potrebbe invece attuare subito per sbloccare le situazioni palesemente inadeguate, da cui dipendono molte difficoltà di sviluppo delle imprese.

Le aziende non possono più tollerare la lentezza della nostra politica. Stiamo vivendo un periodo dell’economia che deve rispondere ad un mercato sempre più competitivo ed internazionalizzato: la cosiddetta globalizzazione dei mercati. Le aziende che non si adeguano - e mi riferisco anche a quelle agricole - saranno espulse dal mercato, con conseguenze pesantissime in tema di occupazione e di ricchezza collettiva. Occorre che ognuno di noi si assuma le proprie responsabilità, in modo particolare l’attuale maggioranza. Per quanto riguarda le preoccupazioni delle nostre aziende, queste si concentrano su un calo della domanda interna ed esterna, sulle riscossioni per ritardati o mancati pagamenti, nel costo del denaro giudicato ancora alto, e comunque penalizzante per l’attività delle nostre imprese. La Giunta provinciale promette una legge unica sull’economia e il cittadino Trentino aspetta, e le aziende trentine soccombono perché non sono più concorrenziali e così via.

Analizzando la relazione del Presidente, che purtroppo non c’è, voglio soffermarmi su due punti, che ha chiamato le grandi opzioni e gli interventi per l’economia. Mi sento parte in causa quando lei evidenzia le critiche, in questo campo, di un bilancio provinciale da troppo tempo ragionieristico. In effetti più volte ho fatto questa accusa in quest’aula, ma è ormai evidente che le stesse associazioni di categoria richiedono a gran voce cambiamenti ed alcune supportano questa tesi, con dati di fatto, come da documenti pervenutici nell’ultimo periodo. E’ tempo di scelte, è tempo di ricercare una nuova programmazione economica più adeguata alla realtà provinciale, riconsiderando la logica di una politica economica indifferenziata, che non distingue le peculiarità e le differenze profonde tra valle e valle, territorio e territorio, che esistono nel tessuto economico provinciale. Non è possibile accettare una così elevata e ingiustificata discriminazione del sostegno pubblico tra un settore e un altro, quando l’economia è ormai mutata e le nostre genti hanno dato un chiaro indirizzo economico prevalente in ogni segmento del nostro territorio. Artigianato e commercio sono troppo penalizzati a tutti i livelli. L’artigianato ormai spazia in tutti i settori economici ed è l’ossatura centrale della nostra economia e soprattutto delle nostre valli. Va valorizzato; e al suo sviluppo potremmo prevedere nel medio e lungo periodo una crescita anche industriale su tutto il territorio provinciale.

Il commercio al dettaglio, in simbiosi con il turismo, punto focale dell’economia trentina, è un elemento coagulante per le nostre valli e per l’offerta turistica, che è necessario sviluppare con nuova programmazione e più incisiva metodologia. Il commercio all’ingrosso, allocato ovviamente nel fondo valle, è l’anello di congiunzione fra tutte le realtà economiche provinciali indispensabili anche per la conformazione del territorio. L’industria degli impianti a fune, aggregata a quella edile, è sicuramente elemento necessario per un’offerta turistica invernale qualificata; non deve essere penalizzata, ma incentivata ed aiutata, non tralasciando sicuramente l’impatto ambientale. Ma non può essere bloccata in ogni suo dove dalla burocrazia o da pregiudizi o da assurde prese di posizione.

Per tutta la nostra economia va rivisitato il piano urbanistico provinciale, anche con parziali interventi al fine di sbloccare situazioni oggettivamente insostenibili. Come in altre parti, ambiente, industrializzazione e sviluppo economico possono e debbono convivere. Come vede, signor vicepresidente, su linee di fondo posso essere d’accordo con la relazione scritta dal Presidente; ma le dichiarazioni di intento devono essere suffragate dai fatti. E anche in questa finanziaria vediamo che nulla è mutato. Più precisamente, l’economia continua la sua mutazione; e i capitoli di spesa del bilancio provinciale, le leggi farraginose, burocratiche che impediscono la nostra economia rimangono inalterate anche nei piccoli particolari. Proprio sulle leggi di settore voglio fare un esempio per tutti: la legge 8 sul commercio risulta inadeguata, sia per gli stanziamenti, sia per i fondi di rotazione, sia per le problematiche ed esigenze specifiche del dettaglio e dell’ingrosso; non differenzia le due categorie, non evidenzia le loro diverse problematiche e non considera le vere necessità dei due settori; inoltre con i parametri richiesti per l’accesso al credito, lo frena se non lo esclude. Non parliamo poi dei cavilli burocratici che impediscono l’accesso a questa legge, ma questo vale per tutto il comparto commercio, a tal punto che leggendola mi è dato da pensare che più che una legge di incentivazione sia una legge di disincentivazione per il comparto. Come dire: ti faccio la legge, ma faccio in modo che non puoi usufruirne. Inoltre le leggi provinciali frenano le stesse amministrazioni comunali, che si trovano con le mani legate da obsolete normative provinciali che limitano le loro attività rivolte allo sviluppo economico ordinato di tutti i comparti economici, paralizzando così la gestione del territorio provinciale sia nei centri maggiori, che in quelli periferici. La stessa legge 4, quella per l’industria, la migliore di comparto, sembra più un’enciclopedia che una legge di riferimento. E’ estremamente burocratica e non risolve, a mio giudizio, i problemi dell’industria trentina; ma è rivolta a favorire l’industria medio-grande, minoritaria in Trentino, quasi inesistente, come afferma anche il segretario del PDS, Albergoni, nel convegno intitolato "L’ambiente industriale Trentino, risorse e servizi per lo sviluppo". Lo stesso infatti cita testualmente: "...che l’industria trentina e le sue principali caratteristiche risiedono nella dimensione medio-piccola della maggior parte delle aziende, il 76 per cento è costituito da meno di cinquanta dipendenti. Nel tipo di azionariato, concentrato localmente e per lo più familiare, nell’essere mediamente sottocapitalizzata, è caratterizzata da una minore redditività rispetto a quella che si riscontra nelle province del Veneto e della Lombardia, nella grande differenziazione, nello scarso collegamento con le attività svolte".

Questa tesi la condivido pienamente, come la seguente: "In passato si è spesso sottovalutato lo spazio che nel mercato globale si apriva a imprese di piccole dimensioni; ecco perché - come sottolinea ancora il Segretario del PDS Albergoni - le piccole imprese non hanno più bisogno di essere protette dalle prepotenze dalle grandi, ma piuttosto aiutate a nascere e a crescere, mettendo a frutto le loro possibilità competitive in termini di flessibilità e varietà offerte". Ecco perché è necessario valorizzare e sburocratizzare le leggi di settore delle categorie che prima ho menzionato, che sono il fulcro dell’economia trentina, tralasciando vecchi progetti di industrializzazione massiccia, con l’inserimento di grosse aziende esterne che dovevano, in teoria, ma in pratica non è stato così in questi anni, favorire il nostro indotto.

A questo punto voglio approfittare ancora per evidenziare il clima di sfiducia che da troppi anni appare, a tutti i livelli, nei confronti di tutte le attività imprenditoriali trentine, che sono, sia a giudizio mio sia a giudizio del Presidente della Camera di Commercio, Marco Oreste Detassis, come evidenziato nella sua relazione annuale, una cellula essenziale viva della nostra economia. Da troppo tempo a tutti i livelli si critica chi produce ed occupa forza di lavoro in Trentino, demolendo l’immagine imprenditoriale di fronte alla comunità e soprattutto ai giovani, mitizzando solo i fattori negativi dell’imprenditorialità, dimenticando volutamente le performance, i sacrifici, la dedizione al lavoro e all’impresa, come pure alla realtà trentina. Troppo spesso ingiustamente si è enfatizzato il ruolo della Provincia, la sua capacità di programmazione economica e il fatto che ha elargito grossi stanziamenti con le leggi di settore, ahimè da troppo tempo arcaiche, rigide - come ho già detto - burocratizzate, tali da essere sempre più superate da leggi nazionali, quali per esempio, la Sabatini.

Le famose, tanto declamate, leggi di settore provinciali non hanno, salvo rari casi, prodotto le aspettative richieste, per troppa burocrazia, perché non mirate ad uno sviluppo del nostro tessuto imprenditoriale formato da micro e mini aziende artigiane, commerciali e turistiche, che ben pochi aiuti reali hanno avuto dalla PATT, come appare evidente dalle leggi e dagli stanziamenti di bilancio; sacrificate da una folle politica di industrializzazione del territorio, ormai più che decennale, che ha spopolato le nostre valli, intasando il fondo valle, facendo perdere peculiarità importanti e favorendo l’imprenditoria esterna e non residente; che, sintetizzando, possiamo denominare, avendo senso storico, mordi e fuggi.

Significativa è la relazione "economia e comunità locale in Trentino" del professor Giuseppe Folloni, del dipartimento di economia dell’università di Trento, al convegno "Identità tra tradizione e progetto" promosso dalla Provincia, che conferma quanto io asserisco. E mi meraviglio che non sia stata evidenziata sui giornali locali e presa come spunto per la necessaria programmazione economica da questa Giunta. Sento ultimamente parlare della nuova legge quadro sull’economia come panacea di tutti i mali, e mi viene da pensare, oltre alle riflessioni che ho fatto prima, se le nostre aziende trentine, con l’attuale stato dell’economia, super tartassate dal fisco, potranno attendere oltre due anni - tale è il tempo di questa nuova legge per la sua entrata in vigore, secondo l’ammissione dello stesso Presidente della Giunta, ben oltre questa legislatura - per poter accedere, non sulla carta ma realmente, ai ben miseri fondi che l’ormai irrigidito bilancio provinciale lascia.

Certo che è inconcepibile che dirigenti che hanno gestito scelte politiche così importanti, quali dipartimenti, programmazione ed industria, siano ancora, dopo anni, a dirigere o gestire questo cambiamento, e vengano delegati anche a predisporre tecnicamente le nuove leggi e quindi la cura da attuare.

Mi scusi lo sfogo, signor Vicepresidente.

(...)

DELLADIO: Eh, ma virtuale non è reale. Così non va sicuramente bene. Chiari ed evidenti sono per la Provincia autonoma di Trento e per la nostra comunità i rischi di altri errori e fallimenti strategici. A riprova di quanto prima si è detto era notato che il nuovo programma di sviluppo non è riuscito a decollare, in quanto non sostenuto sinora né dalle forze politiche né dalle categorie economiche, forse perché hanno avvertito l’astrattezza, la fumosità, l’inconsistenza delle scelte strategiche per la sviluppo economico del Trentino.

Lei mi dirà, signor Presidente virtuale, che tutto quanto ho detto è allo studio e verrà risolto con le nuove leggi per l’economia, ma, signor Presidente, i nostri concittadini, le nostre piccole realtà economiche devono vivere la realtà quotidianamente, sono stanche di promesse e di grandi progetti a medio e a lungo termine, vogliono risposte immediate ed interventi strutturali che risolvano già da subito i loro problemi quotidiani, sono stanche della burocrazia legislativa e provinciale, chiedono con forza che mentre si studiano nuove leggi si intervenga con interventi anche piccoli sull’esistente, per ovviare alle carenze ormai usuali. Con questo dico che non si può credere di illudere la gente parlando della legge quadro sull’economia che, come lei ben sa, avrà tempi lunghissimi, che andranno oltre questa legislatura.

Questa è propaganda, è strumento per nascondersi nel nulla di fatto. Il nostro compito è pertanto di operare, maggioranza e minoranza, sia nel rifacimento progettuale delle leggi di settore, ma di intervenire nell’immediato mentre si predispongono queste alle opportune modifiche legislative, secondo l’indicazione delle categorie economiche e sociali per risolvere i problemi immediati. Questo è un altro aspetto che ho voluto evidenziare, che significa capacità di governare. Un altro esempio della politica attendista di questa Giunta è il nodo gordiano delle infrastrutture.

Anche qui sembra che gli unici progetti sui quali concordano tutti gli assessori in Giunta siano quelli non realizzabili entro i prossimi due anni: gli unici sì, riguardano i collegamenti ferroviari, Verona, Monaco, Valsugana, destinati non dico ad essere realizzati perché passeranno sicuramente più di vent’anni, ma anche solo ad essere approvati come progetti probabilmente dopo il Duemila.

Si tace o si pone il veto invece su tutte le altre iniziative infrastrutturali, i cui progetti esistono e la cui messa in opera con l’avvio dei lavori potrebbe migliorare concretamente da subito il sistema della viabilità e dei trasporti in Trentino. Nel frattempo i livelli di traffico e di inquinamento crescono rapidamente, tanto che per essere chiari la chiusura al progetto di completamento dell’autostrada della Valdastico ha tutto il sapore di una chiusura di tipo ideologico.

Il sospetto deve essere venuto anche al Presidente della Camera di commercio Marco Oreste Detassis, che nella sua relazione di fine anno il lunedì, 2 giorni fa, ha esplicitamente invitato la Giunta provinciale a pronunciarsi su questo progetto e ad esibire motivazioni razionali a favore o contro un’opera la cui esigenza è fortemente sentita dal sistema delle imprese e dalle diverse categorie economiche del Trentino. E a questo punto voglio leggere quanto ha detto il Presidente della Camera di commercio: "E’ poi necessario, a mio avviso, che la Provincia autonoma di Trento, esprima finalmente la sua posizione ufficiale sul progetto di completamento dell’autostrada della Valdastico, sulla cui opportunità ed urgenza sia l’ente camerale, che le principali associazioni imprenditoriali hanno in più occasioni convenuto. Ho peraltro l’impressione - parla il presidente dottor Detassis - che dietro questo più o meno manifesto o no ufficiale alla Valdastico, da parte della Provincia autonoma di Trento non vi siano motivazioni razionali o scelte meditate, bensì una semplice spinta emotiva causata da un inconscio timore di dover affrontare la competizione, il confronto con l’esterno e da una sorta di paura del nuovo. Nel contempo, visto che la maggior parte di coloro che si schierano apertamente a favore di questo importante progetto sono imprenditori, l’opposizione alla Valdastico è pure la conseguenza indiretta di un clima di sospetto e di prevenzione verso le imprese".

E a riguardo, a proposito di strade noi sappiamo che è in atto il passaggio di competenze per quanto riguarda le strade alla Provincia, dallo Stato alla Provincia. Le strade verranno provincializzate e io chiedo all’Assessore che manca, virtuale anche lui, quanti miliardi sono stati destinati nel bilancio 1997 per il passaggio delle strade alla Provincia autonoma di Trento sapendo che la Provincia autonoma di Bolzano ha già destinato 36 miliardi. E continuiamo con un altro esempio di fermo della Giunta.

Le politiche di spesa. I consumi pubblici dell’apparato provinciale superano nel bilancio 1997 la soglia del 60 per cento, calcolando, diciamo, la scuola, soprattutto a causa dei costi aggiuntiti della scuola, ma la Giunta continua a lasciare intatti i principali centri di spesa, responsabili di questa situazione, vale a dire gli enti collegati, ma anche gli uffici, i servizi e i dipendenti la cui inefficienza - è palese - danneggia i cittadini e l’iniziativa privata.

Come si può pensare che basti dimezzare il ricambio del personale che se ne va dalla Provincia per contenere i costi? Tanto più che la normativa prevede una serie di deroghe al provvedimento che ne vanificano la portata. A tal riguardo, faccio un’altra considerazione, esterna alla bozza relativa al bilancio, andiamo a parlare di norme di attuazione che ho già affrontato prima, per quanto riguarda le strade.

Parliamo di scuola, di uffici del lavoro e motorizzazione. Noi sappiamo che i costi incidono per più di 400 miliardi, di cui 380 miliardi vanno al solo settore scolastico. Abbiamo visto prima che un 60 per cento del bilancio della Provincia coperto, ha spese correnti più del 60 per cento, dovuto anche ad un circa 8 per cento della provincializzazione del personale della scuola trentina.

La somma prevista in bilancio è destinata probabilmente ad aumentare alla luce della contrattazione in atto. Può ben scrivere il Presidente Andreotti che si è raggiunto l’obiettivo di contenere entro il 2,5 per cento, che è il tasso di inflazione programmata, la crescita della spesa corrente non derivata da nuove competenze.

Bisogna prendere dei provvedimenti, dov’è finita la riforma della pubblica amministrazione? Il blocco del turnover al 50 per cento in Provincia autonoma di Trento o enti collegati, comprensori e Comuni, a mio avviso, non è la soluzione migliore: serve il blocco totale per almeno due o tre anni. Le risorse umane ci sono all’interno della macchina amministrativa: occorre mettere in atto una seria mobilità, perché alla fine di questa legislatura troveremo un bilancio eroso completamente o per la gran parte, supereremo quel 60, 65 per cento che abbiamo visto prima, con le spese correnti.

Questa è una soluzione tampone, mi riferisco al turnover al 50 per cento è una soluzione d’emergenza e io mi rivolgo al Vicepresidente, collega Alessandrini, che fine ha fatto l’indagine sui carichi di lavoro all’interno dell’amministrazione provinciale, i famosi carichi di lavoro della dottoressa Matonti? Se fosse stata completata avremmo ora in mano dei dati che permetterebbero di valutare l’apparato pubblico, avremmo in mano numeri e qualità dei servizi, e conseguentemente avremmo in mano le idee per fare le riforme, le linee guida da seguire, e invece tutto è fermo, come disegno di legge di riforma della pubblica amministrazione di recepimento della 421 nazionale.

Quanto alla provincializzazione della scuola, giustamente Rosenkrantz, più volte tirato in ballo per la sua pungente satira, Rosenkrantz sull’Alto Adige - dicevo - la identifica con una ulteriore colletta versata dalla nostra autonomia allo Stato, perché non sembra proprio che l’Assessore all’istruzione abbia intenzione (anche l’Assessore all’istruzione è virtuale in questo momento) di metter mano all’impianto scolastico Trentino per diversificarlo dall’azienda pubblica più sprecona del mondo, con oltre un milione di dipendenti, che risponde al nome di Ministero della Pubblica Istruzione, con sede a Roma in via Trastevere, in cui risiedono la maggior parte dei mali del sistema scolastico nazionale.

Non ci si preoccupa, soprattutto, di armonizzare la domanda di personale da parte delle imprese trentine e l’offerta di diplomati e laureati da parte del sistema formativo provinciale. Ma se il governo trentino della scuola non saprà facilitare questo incontro di aspettative sul mercato del lavoro, la provincializzazione sarà servita a ben poco. Scuola, economia, infrastrutture, spesa corrente: su questi punti cruciali la Giunta dimostra nel bilancio 1997 di non essersi affatto impegnata a favore delle tanto sbandierate politiche di contesto, vale a dire a creare un ambiente sociale e economico affrancato dal monopolio e dalle rigidità legislative, burocratiche della Provincia e quindi più adatto alla ripresa della responsabilità e dell’iniziativa privata. Il fatto è che il clima di sfiducia verso le imprese denunciato nella sua relazione annuale dal Presidente della Camera di commercio, trova oggi in questo esecutivo provinciale una delle cause più vistose.

Mi permetto di rievocare una parte della riflessione del Presidente Detassis, perché mi sembra molto significativa in ordine a questo "primato" dell’ente pubblico che ancora caratterizza a spese della libertà e della iniziativa dei privati, il modello di riferimento delle politiche provinciali in Trentino. Richiamando appunto il "clima di prevenzione" che traspare oggi nei confronti delle imprese, il Presidente della Camera di Commercio cita alcuni segnali inequivocabili, come la sempre maggiore disaffezione dei giovani verso l’attività produttiva e il consolidarsi del mito del posto fisso nel pubblico. Appare quindi indispensabile - ha detto Detassis - recuperare in tempi brevi una solida e direi proprio sana cultura di impresa, che sappia inculcare nei giovani i valori della professionalità e del merito, nonché lo spirito di intrapresa e la capacità di rischio. E questo - ha tenuto giustamente a sottolineare il Presidente della Camera di commercio - senza voler fare rischiosi affrettati confronti o aprioristiche e ingiuste condanne verso il settore pubblico. Non si tratta infatti - aggiungo io - di demonizzare il pubblico impiego e il ruolo irrinunciabile della burocrazia, ma di toglierli il primato culturale e politico, per restituirgli quello di servizio ai cittadini e allo sviluppo sociale e economico di una comunità.

Questo è il principio di sussidiarietà calpestato oggi dal governo dell’autonomia e dai dirigenti provinciali che oggi ne surrogano abilmente le funzioni di potere e di scelta, stante la totale e manifesta inconsistenza della stessa classe di governo. E qua facciamo un’altra parentesi: parliamo di turismo. Per il turismo serve un salto di qualità, la risposta degli operatori turistici del Trentino deve basarsi su idee nuove e diversificate, con prezzi concorrenziali e perciò appetibili, perché il turista nei prossimi anni si sposterà nelle località turistiche, valutando con molta attenzione i prezzi. C’è tendenza ad accorciare il periodo di vacanza, c’è tendenza a variare la destinazione, si fanno più viaggi in un anno e non si fanno vacanze lunghe, c’è una richiesta di prodotti differenziati. E per quanto riguarda l’organizzazione occorre copiare le situazioni e organizzazioni degli altri, basti pensare alla Provincia di Bolzano, dove la stessa offre contributi agli operatori turistici tanti quanti contributi si riescono a recuperare nei settori privati. E poi possiamo vedere anche come funziona nel Tirolo. Nel Tirolo c’è il coinvolgimento dei privati obbligatorio, non c’è solo il volontariato, in modo che i privati siano partecipi in prima persona a gestire le scelte politico - turistiche di quel determinato territorio. Il turismo è la componente principale dell’economia trentina, pertanto rilanciare il turismo è rilanciare l’economia del Trentino. Occorre un serio confronto con gli operatori del settore, che sono molto attenti e che hanno già prodotto documenti e proposte valide, come le associazioni delle categorie economiche.

Serve in questa legislatura ridefinire le aziende di promozione turistica. Le future strategie del turismo devono essere coordinate, programmate e studiate in maniera integrata, con questi obiettivi non è da scartare, a mio avviso, l’idea di istituire un’authority del settore turistico, che studi lo sviluppo e identifichi le politiche da adottare. Un’authority snella ed efficace con poteri decisionali e di coordinamento, dotata di adeguati finanziamenti pubblici ed anche privati. E in questo punto del mio discorso è opportuno ricordare il tema energia Le nostre aziende alberghiere non solo vivono una concorrenza fortissima con gli alberghi d’oltre Alpe, basti pensare al Tirolo, alla Valle D’Aosta, dove è fornita l’energia elettrica a prezzi agevolati, occorre, a mio avviso, incidere rapidamente sui costi fissi: riscaldamento, energia elettrica, abbassando e fornendo energia a costi ribassati.

E qui noi sappiamo che nella seconda commissione legislativa, della quale io faccio parte, c’è un disegno di legge che istituisce l’ASPE, l’azienda speciale per l’energia provinciale.

Vedremo cosa uscirà e poi affronteremo in maniera completa il discorso in quest’aula.

Io seguirò indubbiamente due linee guida su questo aspetto: coinvolgimento degli enti locali e dell’Enel all’interno di questo progetto energia, e favorire le aziende trentine operanti nel settore alberghiero o in altri settori.

Se noi consideriamo la stagione turistica estiva del 1996, che va da giugno a settembre, noi vediamo che ha un’andatura fluttuante che ha portato ad un valore consultivo di un calo di presenze pari al 4,5 per cento in meno.

Le zone contermini, il Tirolo e l’Alto Adige, hanno avuto flessioni anche più consistenti, ed un’analisi su un periodo più lungo della realtà trentina ci fa dire che la situazione del turismo in Trentino non è catastrofica.

Il turismo comunque sta vivendo come tutti un periodo di recessione, di globalizzazione dei mercati turistici e di concorrenza. Serve un efficiente sistema infrastrutturale e di servizi, occorre sfondare nei mercati stranieri informando e commercializzando il prodotto Trentino. Serve attivare e promuovere sinergia tra albergatori, operatori del turismo, aziende, specializzazione nel settore informatico ed operatori della commercializzazione internazionale. Serve un progetto globale elastico e non rigido come gli attuali strumenti pianificatori della Provincia. E qua, apro una parentesi che attualmente noi stiamo operando su un piano turistico del 1989 ancora del lontano Malossini e stiamo vivendo su quel piano prorogato in continuazione.

Dicevo che serve un progetto globale elastico che attualmente questa maggioranza non ha. Perché è preoccupata solamente della propria sopravvivenza e di arrivare al termine di questa legislatura. E ho finito l’argomento turismo. Adesso voglio affrontare un altro tema, quello dei rifiuti, molto importante per la nostra comunità trentina.

Cosa prevede questa manovra finanziaria 1997? Prevede che i gestori degli impianti di smaltimento dei rifiuti solidi urbani dovranno corrispondere al Comune, sul cui territorio è allocata la discarica, un contributo di 30 mila lire per tonnellata di rifiuti conferiti.

Ebbene, al riguardo, io già nel novembre del 1995 avevo presentato un’interrogazione molto articolata sul tema di discariche in esaurimento, riciclaggio, pirolisi e termodistruzione con recupero di energia. E chiedevo se nelle prossime modifiche al piano provinciale per lo smaltimento dei rifiuti nella Provincia di Trento era contemplata per tutte le discariche, ed in particolare modo per quelle periferiche: Primiero, Valli di Sole, Non, Fiemme, Fassa e Giudicarie, che non fanno riferimento agli impianti per la produzione di RDF, oltre alle varie tecniche di riciclaggio, l’attivazione di impianti basati su processi fisico - chimici della pirolisi. Argomento importantissimo a mio avviso.

Nella risposta alla mia interrogazione si evidenziava che la tecnologia della termolisi, che è una variante avanzata della pirolisi, è già prevista ma limitatamente ai due impianti previsti per la produzione di RDF di Trento e di Rovereto. L’Assessore competente non riteneva adeguata, per ragioni di economia di scala, la costruzione di tanti piccoli impianti di termolisi nei comprensori periferici (assessore virtuale per i rifiuti). Ritengo responsabili gli Assessori competenti che non voglio assumere decisioni politiche intelligenti e lungimiranti. Inoltre è da denunciare l’assoluta assenza di linee politiche e la totale mancanza di progettualità alternativa al problema rifiuti.

E’ una bomba ad orologeria che esploderà quanto prima e poi di nessuno sarà la colpa. Casagranda scaricherà su Giovanazzi, Giovanazzi su Leveghi e così via fino alla fine della legislatura; e poi chi verrà vedrà. E poi si deciderà con emergenza, come è stato fatto per i rifiuto dei Val di Non che sono stati conferiti di imperio a Trento presso la discarica Ischia-Podetti che vedrà sempre più ridotta la sua vita. Oppure saranno conferiti fuori Provincia con costi altissimi che graveranno sulla collettività.

Ritengo che non bisogna aspettare fino all’ultimo momento, ribadisco, inoltre, che è opportuno permettere la sistemazione presso le discariche periferiche, come quella di Fiemme, per esempio, di impianti che si basano del processo fisico - chimico della termolisi e pirolisi e che impiegano un’originale tecnologia di termogassificazione controllata.

Adesso spieghiamo anche il procedimento di termolisi e pirolisi in cosa consiste. Si tratta di una complessa serie di reazioni chimiche e fisico-chimiche, che hanno luogo nella sostanza organica ed inorganica sotto l’azione del calore. In assenza di ossigeno o di qualsiasi altro ossidante.

Tali impianti consentono di recuperare dai materiali trattati dei residui solidi, secchi, e del tutto esenti da inquinanti organici che si potrebbero usare come combustibili per centrali termoelettriche.

Un’ulteriore e fondamentale funzione è la separazione del residuo solido di materie prime e seconde con la conseguente possibilità di recupero. Il sistema di depurazione dei fumi permette l’abbattimento delle polveri ed il recupero dell’acido cloridrico sotto forma di soluzione acquosa. Tutto il processo è realizzato in modo da impedire tassativamente la formazione di diossine.

Stando alle informazioni raccolte, il costo dell’impianto è molto limitato, dell’ordine di alcuni miliardi, parlo di impianti di pirolisi e termolisi, contro i circa 100, ed ultimamente l’Assessore ha evidenziato che i miliardi sono 120 circa, per un inceneritore provinciale e di circa 125 per un impianto di RDF.

Se non si vuole adottare decisamente tale tecnica si potrebbe provare con uno o più impianti sperimentali. Valzelfena, Val di Fiemme, potrebbero ospitare un impianto di questo tipo. Si ridurrebbe il deposito dei rifiuti e si allungherebbe la vita della discarica in attesa che si costruiscano gli impianti RDF a Trento e Rovereto magari con tecniche, che ho suggerito, di project financing, ossia di costruzione e gestione da parte dei privati di impianti di termodistruzione o di altre strutture utili alla collettività.

Però, la Giunta non ci sente, è sorda a tutte queste proposte.

Esprimo, inoltre, preoccupate perplessità per la realizzazione della discarica ai Cantoni nel Comune di Capriana, sistemata in una zona di esondazione del torrente Avisio, ai piedi di un versante geologicamente instabile, sul quale sarà costruita una strada tortuosa con costi altissimi e solcato da rivi che devono essere regimentati ed altamente pericolosa dal lato idrico ed igienico.

Sono consigliere provinciale e non posso fermarmi al ponte della Costa o a Trodena, di comunitaria memoria - dai documenti antichi la Val di Fiemme era circoscritta tra il ponte della Costa e Trodena, il ponte della Costa vicino a Predazzo - devo ragionare, siccome sono un consigliere provinciale di tutta la Provincia e regionale di tutta la Regione, per il bene di tutti gli abitanti del Trentino, anche per i lavisotti e per i trentini di Trento.

Perché si vuole la discarica ai Cantoni di Capriana e non si cercano soluzioni alternative? Quanto costerà l’eventuale bonifica di tutte le discariche del Trentino nel futuro? E’ evidente a mio avviso una colpevole ottusità politica che potrebbe anche poi sfociare in responsabilità ben più gravi di natura penale.

E’ chiaro che il problema diventerà esplosivo nell’immediato futuro e che occorrono soluzioni adeguate ed intelligenti. Già i comprensori effettuano una raccolta differenziata per vetro, carta, pile, lattine, rifiuti domestici pericolosi ed altro. L’ente comprensoriale di Fiemme per esempio, dopo la mia presa di posizione a favore della pirolisi, nel novembre del 1995, ha istituito una Commissione consultiva che aveva lo scopo di elaborare una proposta concreta di intervento per la riduzione, il riutilizzo ed il riciclaggio di rifiuti solidi urbani, nonché per la raccolta e smaltimento finale anche con metodi alternativi alla discarica.

Ebbene, la Commissione comprensoriale competente, in conclusione del proprio lavoro, ha proposto di orientare il trattamento dei rifiuti solido urbani verso un impianto tecnologico di pirolisi che può risolvere in maniera ottimale la problematica.

Occorre procedere velocemente alla realizzazione degli impianti per la produzione RDF o termodistruzione con recupero di energia, al fine di conferire il residuo dei rifiuti delle valli periferiche, considerando che i tempi di entrata in esercizio, secondo le indicazioni dell’Assessore, dipenderanno dall’iter procedurale dell’appalto di servizio: 8 o 10 mesi dopo aver raccolto tutti i pareri. Seguirà la procedura VIA, 12 mesi, e poi occorreranno altri 500 giorni dalla data di consegna da parte della Provincia delle aree su cui insisterà l’impianto, tempo complessivo della costruzione e messa a punto dell’impianto.

Purtroppo l’attuale maggioranza che governa il Trentino è contraddittoria e poco autorevole.

Altro aspetto, sanità. Parto da un dato di fatto evidenziato dall’Assessore competente in Prima Commissione legislativa. La spesa sanitaria nell’ultimo quinquennio è passata da 798 ad 855 miliardi con una spesa pro capite salita da 1 milione 756 ad 1 milione 821 mila lire. Nel 1997 è previsto che la spesa corrente aumenterà di 875 miliardi con un incremento di ulteriori 20 miliardi. Io dico che con un aumento di spesa non si ha un aumento di qualità dei servizi.

La periferia, in modo particolare, è dimenticata. La periferia subisce continui attacchi, per raggiungere un contenimento delle risorse, dirottamento delle stesse altrove. La periferia non pagherà per gli sprechi, per i doppioni esistenti altrove, questo deve essere ben chiaro. La periferia accusa i colpi ma si sta organizzando. Numerose firme sono state raccolte, e vi porrò un esempio, esempio che riguarda la situazione pediatrica della Val di Fassa. Poco tempo fa, il 2 dicembre esattamente, ho presentato un paio di interrogazioni sul tema sanità dove scrivevo che la Val di Fassa è una realtà territoriale periferica comprendente 7 Comuni, che presenta una popolazione residente di circa 8700 persone che si espande fino a superare il mezzo milione con gli arrivi nei periodi turistici.

La zona dolomitica di Fassa, nelle ultime statistiche, ha registrato oltre 3 milioni e 900 mila presenze: tale situazione abbisogna di servizi adeguati alle varie necessità della popolazione residente e dei numerosi ospiti villeggianti. Ultimamente il servizio statistiche della Provincia autonoma di Trento, in un’analisi dettagliata della popolazione trentina nell’anno 1995, evidenzia che nella Val di Fassa, dove ci sono 8794 persone, sono nati vivi 111 bambini.

La situazione sanitaria pediatrica al riguardo, esistente in Val di Fassa, prevedeva un pediatra di base con servizio a domicilio su chiamata, per i casi più gravi c’era la reperibilità 24 ore su 24, con visite di controllo nei giorni successivi alla chiamata.

La situazione pediatrica sanitaria prevedeva che i bambini portatori di eventuali patologie non dovevano essere portati in ambulatorio, perché era il medico che si recava al loro domicilio.

Esisteva un servizio pediatrico nei Comuni di Moena, Pozza di Fassa, Campitello, Canazei. Questa era la situazione ante. Dopo il novembre sono iniziati i problemi, negli ambulatori pediatrici della Valle di Fassa, Canazei, Pozza e Moena, non ci sono più le infermiere professionali, non so se sono state riammesse in servizio in questi giorni, però fino a poco tempo fa non c’erano più le infermiere professionali. Un servizio utile soprattutto nelle valli periferiche come prevenzione e filtro per le strutture sanitarie superiori, e su questo problema sono state raccolte molte firme e sono state prese posizioni dagli amministratori locali.

E poi ancora, dal novembre di quest’anno, con la cessazione del servizio del pediatra locale, che si è spostato fuori Regione, è venuto a mancare totalmente il servizio pediatrico a domicilio, manca la reperibilità pediatrica sulle 24 ore, il Comune di Campitello non ha più il servizio pediatrico ambulatoriale settimanale, tutti i bambini portatori di patologie e non devono essere visitati presso gli ambulatori, con il rischio di passarsi le malattie da un bambino all’altro, e per concludere, la ciliegina sulla torta, pare che nelle prossime festività di fine anno i medici addetti al servizio di igiene e medicina pubblica saranno assenti per ferie, e questo si desume dai giornali locali del 1996.

Questo fatto, in modo particolare, con l’apertura della stagione turistica, non è concepibile perché l’eventuale mancanza dei servizi, anche burocratici relativi al settore del rilascio di libretti sanitari e visite mediche per il personale stagionale ed altro, deve esistere sul territorio.

Interrogavo, relativamente a questa problematica della pediatria della Val di Fassa, per sapere quali motivi avevano spinto l’Assessorato e/o l’Azienda sanitaria a sopprimere questi servizi sanitari, questo è grave, e bisogna capirlo, penalizzando ancora più le comunità periferiche, la comunità locale in questo particolare modo della Val di Fassa rispetto al resto del Trentino e chiedevo se non si intendeva urgentemente ripristinare i servizi sanitari come erogati precedentemente al mese di novembre di quest’anno.

Ed una domanda abbastanza pungente era quella se esiste, e mi riferisco all’Assessore, la progettualità politico sanitaria relativa alle valli periferiche, in questo caso di Fiemme e Fassa, alternativa o integrante al programma di attività per l’esercizio 1996. Questo è il problema di fondo: non esiste una progettualità politico sanitaria!

Un Assessore alla sanità - e parlo da periferia - cittadino non è un buon Assessore - è provocatoria questa domanda - perché non vive la realtà periferica o almeno non si sforza di conoscere la realtà periferica.

Altri aspetti legati alla periferia. Il comitato sanitario del distretto ladino di Fassa - e focalizzo l’aspetto proprio perché anche in questi giorni la comunità di Fassa è interessata a delle modifiche legislative in Consiglio regionale e a prese di posizione sui giornali relativamente al disegno di legge dell’assessore Bondi - aveva scritto delle note puntuali sul piano sanitario provinciale. Tra l’altro proponeva che il servizio di fisioterapia venga esteso a tutto il territorio in almeno due sedi: Moena e Canazei, perché allo stato attuale vengono segnalati grandi disagi sui post infortunati, invalidi, convalescenti, anziani, che devono sopportare il disagio del trasferimento per le cure fisioterapiche, 7 chilometri da Moena, 14 da Penia per arrivare al distretto dove opera la fisioterapia che è nel Comune di Pozza di Fassa.

Altra proposta del comitato sanitario è quello di, sempre relativamente alle cure fisioterapiche, di convenzionare alcuni specialisti locali, alcuni centri fisioterapici locali con il sistema pubblico che sono ottimamente attrezzati e con personale qualificato.

Inoltre venivano evidenziati anche i problemi di trasporto relativamente all’elisoccorso.

Noi sappiamo che l’intervento dell’elicottero dalla base di Trento alla periferia ha tempi molto alti. Il decentramento all’elisoccorso consente di ridurre notevolmente i tempi per raggiungere il traumatizzato. Il soccorso effettuato in tempi brevi ha consentito, in Regioni vicino alla nostra, una riduzione del 50 per cento dei decessi, con un conseguente calo dei tempi di degenza ospedaliera ed un risparmio annuale notevolissimo.

E’ opportuno evidenziare che il costo della quasi totalità degli interventi può essere recuperato dalle assicurazioni, considerato che gli escursionisti sono associati a Cai, Sat, Fisi e club esteri analoghi che hanno di diritto la copertura assicurativa come per gli incidenti stradali o sul lavoro dove l’assicurazione è obbligatoria.

Anche in questo caso ho presentato un’interrogazione alla Giunta provinciale chiedendo se non si riteneva di sottoscrivere un’apposita convenzione tra gli organi sanitari competenti: l’Azienda, la Croce Rossa locale e la società Aiut Alpin Dolomites dell’Alpe di Siusi, per beneficiare del servizio di elicottero nei casi di soccorso e di emergenza in montagna che si verificano in Val di Fassa considerato che i brevissimi tempi di intervento dell’elicottero, parliamo di tempi dall’ordine di 9 minuti, nell’area dolomitica del gruppo del Sella, consiglierebbero tale soluzione.

Ultima cosa, sempre relativamente da queste problematiche sollevate dai rappresentanti di questa comunità periferica, chiedevo se non si era mai analizzata la possibilità di convenzionare il servizio sanitario pubblico, come ho detto prima, con gli specialisti privati di fisioterapia operanti nella zona ladina, Moena e Canazei, allo scopo di migliorare il servizio e di ridurre i tempi di attesa, viste le notevoli distanze che gli utenti, soprattutto anziani, devono percorrere per recarsi presso gli ambulatori pubblici.

Ultima interrogazione sulla quale prendo spunto per fare delle considerazioni. Un’interrogazione presentata a suo tempo da un collega consiliare dove nel titolo si legge una domanda "il piano sanitario Morandini è anche il piano sanitario della nuova Giunta provinciale?".

Ebbene, l’assessore Conci risponde che è stato importante, deciso di modificare, secondo modalità in via di definizione, l’attuale disegno di legge del piano lasciando lo stesso iscritto ai lavori della Quarta Commissione, e si intende il disegno di legge di Morandini, in modo da consentire l’inserimento al suo posto di un nuovo eventuale elaborato evitando, di conseguenza, ulteriori ritardi nel suo esame.

Le considerazioni che voglio fare sono queste. La risposta a questa interrogazione è una risposta di respiro, è una risposta poco seria. Non si può, e si sa dalle regole esistenti, non si può sostituire un disegno di legge già presentato, se non viene ritirato dal proponente. Lo si può emendare, come è successo con il disegno di legge, se non sbaglio, numero 72, relativamente alla riforma della pubblica amministrazione; oppure affiancare lo stesso con un altro della Giunta per fare una discussione abbinata e poi eventualmente procedere al non passaggio all’articolato del precedente votando questa proposta all’interno della Commissione legislativa.

Concludendo condivido, e sono convinto, che serve una chiara separazione dei ruoli tra Provincia autonoma di Trento, Assessorato alla sanità ed Azienda provinciale per i servizi sanitari. Alla prima spetta una funzione di programmazione strategica, di controllo e finanziamento, la seconda deve attuare e gestire le linee politiche sanitarie con attenzione, fornendo prestazioni omogenee su tutto il territorio provinciale, sia nella periferia che nei centri cittadini.

E mi domando, come ho domandato, dove sono le linee programmatiche sanitarie di questa maggioranza, dove è il nuovo piano sanitario provinciale. Quale futuro è previsto per le strutture periferiche. E’ chiaro che quando sarà il momento, se necessario, farò le barricate in aula, tenendo conto che il mio impegno emendativo eventuale ai disegni di legge presentati, seguirà delle linee precise di fondo, centralità della persona umana, dignità della persona umana. E con questo ho chiuso il capitolo sanità.

Affrontiamo il discorso caldaie. Per fortuna c’è un Assessore reale e non virtuale, l’assessore Vecli.

Allora, con l’emendamento della Giunta, presentato a suo tempo, emendamento alla finanziaria, gli utenti non erano più obbligati all’autocertificazione. Sorge spontanea una domanda: i cittadini che hanno provveduto diligentemente ad apporre le marche da bollo sull’autocertificazione cosa diranno? Io sono tra questi "sprovveduti", siamo in un sistema dove i furbi aspettano l’ultimo giorno per adeguarsi, tanto un domani ci sarà un condono, un condono fiscale, edilizio ed altro.

Io proponevo, all’emendamento Vecli, un subemendamento, vorrei leggerlo perché è importante e non è demagogico, a mio giudizio. All’emendamento Vecli, alla legge finanziaria, io aggiungevo un comma che recitava: "La Giunta provinciale con proprio provvedimento disciplina le modalità per il rimborso delle marche da bollo apposte sulla dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà resa ai sensi dell’articolo 4 della legge 15 del 1968, relativa alla denuncia, manutenzione ed esercizio di impianti termici esistenti sul territorio provinciale, presentata dai cittadini entro le scadenze previste dalle norme".

Cosa vuol dire questo emendamento? E’ semplice e lo si è capito. Che la Provincia autonoma di Trento dovrebbe, doveva rimborsare le marche da bollo a quei ligi cittadini che hanno provveduto a depositare l’autocertificazione in tempo. Sarebbe un riconoscimento, sarebbe stato in riconoscimento alla legalità, sollecitudine e alla correttezza di quei circa 40 mila cittadini trentini che solo in Vallagarina sono circa 10 mila.

Molti cittadini si sono sentiti presi in giro dall’ente pubblico, con questa manovra. E le 20 mila lire sono molto importanti per esempio, a chi vive di sola pensione.

Dobbiamo renderci conto che ci sono delle fasce sociali deboli e che sono importanti anche questi piccoli contributi. E’ una questione di principio, i cittadini devono essere tutti uguali di fronte alla legge.

Purtroppo l’iniziativa è caduta con la non ammissibilità dell’emendamento della Giunta da parte del Presidente del Consiglio. E questo subemendamento o emendamento lo riproporrò nella prossima occasione legislativa quando si tratterà lo stesso tema.

Concludo questo mio intervento con un estremo e a dire il vero anche poco fiducioso appello alla seconda Giunta Andreotti, perché rimetta al primo posto di tutte le proprie azioni e tutti i propri provvedimenti la società con le sue tesi e i suoi problemi, le sue speranze e le sue iniziative concrete che non possono ancora una volta essere frustrate dalla presenza e dall’invadenza pubblica.

Occorre ripartire dalla società, dal sistema economico nella sua complessità, dalle associazioni, dai mondi vitali della nostra comunità, ed assumere decisioni conseguenti perché le istituzioni tornino ad essere ed operare al servizio dei cittadini, e non si costringano i cittadini a servire le istituzioni.

Se questo non avverrà, se questa svolta politica come credo, purtroppo, non si verificherà, saranno i cittadini, le forze economiche sociali a riconquistare gli spazi e la centralità sottratti loro da questo governo.

Saranno loro per vivere, lavorare e crescere, a scalzare dalle istituzioni nazionali e da quelle della nostra autonomia, l’inefficienza dei politici e dei burocrati che oggi ostacolano lo sviluppo promosso dal basso per salvare l’apparato pubblico.

Nel frattempo però è necessario fare tutto il possibile per sciogliere i nodi che possano essere affrontati subito, senza perdere altro tempo prezioso, dando voce ai mondi sociali ed economici che hanno diritto a risposte precise ed immediatamente dell’ente pubblico.

Anche in sede di bilancio di previsione, quando in gioco ci sono diritti negati e soluzioni veramente a portata di mano che solo l’irresponsabilità, l’ottusità e talvolta la malafede di certi esponenti politici nelle istituzioni, impediscono di attuare.

Grazie per l’attenzione.