SEDUTA DEL 26 LUGLIO 1996

a) disegno di legge n. 107: "Disposizioni concernenti l’autorizzazione e la variazione di spese previste da leggi provinciali e altre disposizioni finanziarie assunte per la formazione dell’assestamento del bilancio annuale 1996 e pluriennale 1996-1998 della Provincia autonoma di Trento;

b) disegno di legge n. 108: "Assestamento del bilancio di previsione della Provincia autonoma di Trento per l’esercizio finanziario 1996 e bilancio pluriennale 1996-1998".

 

DELLADIO: Vorrei fare innanzitutto una precisazione riguardo a ieri, quando avevo chiesto di poter parlare oggi per il fatto che non ero nello stato d’animo ottimale per fare l’intervento. Non lo sono tuttora, a causa di notizie poco felici che toccano persone a me vicine. Non era pertanto una mancanza di rispetto verso le istituzioni, o verso i colleghi consiglieri presenti in aula.

Passando all’analisi di questo bilancio di assestamento, in discussione generale toccherò molti argomenti, alcuni dei quali ho già evidenziato mesi orsono quando si discusse la finanziaria 1996. Oggi tali tematiche sono ancor più attuali, vista l’evidente recessione che avanza nella nostra Provincia. Certo è che per poter intervenire con l’adeguatezza che la situazione economica impone, che le esigenze del sociale richiedono, è necessario avere visione di insieme, capacità programmatoria, adeguate competenze. Sicuramente questa Giunta non ha ciò, questa è la triste realtà. I fatti evidenti sia nella finanziaria di novembre 1995, sia nell’assestamento odierno, lo dimostrano. Ancor più significativo, per quanto riguarda il settore economico, è lo spostamento interno dell’ufficio programmazione che dovrebbe essere, secondo logica, il fulcro, il motore della Provincia, mentre con le nuove competenze interne è stato ridimensionato ad una appendice dell’Ufficio Ragioneria. Questo esempio - ma ce ne sarebbero altri - la dice lunga sulla mentalità e sulla capacità di questa Giunta. Ci mancherebbe solo che con un bilancio di assestamento questa Giunta, per un solo rilancio di immagine propria, volesse trasformarlo in programma di governo. Questo bilancio di assestamento non ne ha la caratura e il titolo: infatti, solo la formazione di bilancio ufficiale rappresenta l’atto più squisitamente politico dell’azione di governo, perché solo in esso si programma l’attività futura della nostra Provincia e si prefigurano gli scenari a venire. La prima considerazione, quasi banale, concerne l’assoluta assenza di progettualità che caratterizza questa manovra di assestamento, una manovra che, come riconosce apertamente la stessa relazione accompagnatoria firmata dal Presidente Andreotti, non esprime nulla di nuovo rispetto al bilancio di previsione per il 1996, e alla stupefacente debolezza programmatica e di idee della Giunta precedente.

La povertà progettuale palesata, anzi, aggravata in sede di assestamento dell’esercizio finanziario in corso, è dunque la stessa che ha determinato l’inesorabile tracollo dell’Andreotti 1. Siamo in presenza di una manovra integrativa che ha già in sé l’embrione del fallimento anticipato anche del secondo esecutivo provinciale di questa undicesima legislativa. Alla faccia della stabilità e della governabilità invocate a gran voce da tutti i cittadini, dai comuni, dai rappresentanti dei lavoratori, dalle imprese! Del resto, c’era da aspettarselo da una coalizione Abete-Ulivo, formatasi in zona Cesarini solo per l’irresistibile voglia di potere che ha spinto una parte del centro sinistra, pilotata dal PDS, a scaricare alcuni fedelissimi alleati per occupare le principali poltrone della Giunta. Quanto a disfarsi dei colleghi di partito al governo, anche l’Abete si è dimostrato maestro. Ecco perché, a mio avviso, senza popolari, Solidarietà, De Stefani, Casagranda e Romano, è sbagliato parlare di coalizione Abete-Ulivo. Occorre piuttosto riferirsi ad un variopinto, ma non certo allegro, carrozzone formato da bruciacchiati rami d’Abete e poche fronde contorte dell’Ulivo, con in più un Vecli di incerta collocazione politica disposto a salire su qualunque albero pur di trovare posto ad una certa altezza dal suolo. Tuttavia l’assessore ai trasporti ha mostrato di schierarsi preferibilmente a sinistra, a fianco del collega Leveghi, con il suo ostruzionismo sul progetto ferroviario alta velocità Verona-Brennero sostenuto invece dal Presidente Andreotti all’ultima conferenza internazionale della Tecnofin.

Emerge chiara, al di là delle apparenze, l’egemonia del centro sinistra e non certo quella dell’Abete all’interno dell’attuale coalizione. Ma affiorano soprattutto le profonde contraddizioni politiche che impediranno giocoforza alla Giunta di attuare scelte e riforme rilevanti. La proposta di assestamento, di impronta ancora una volta ragionieristica, palesa questa impotenza politica programmatica e progettuale che fa a pugni con la presunta discontinuità imposta dal PDS. Solo fino ad un certo punto, tuttavia, la manovra può essere definita tecnica, anche se risulta evidente che a redigerla non è stata la Giunta, ma le strutture preposte all’interno della Provincia. Impegnato come era dal parziale, confuso e alla fine scarsamente incisivo rimpasto dei dirigenti generali e dei relativi incarichi, l’esecutivo ha finito per appaltare letteralmente le elaborazioni di questo assestamento al Dipartimento affari finanziari, oggi forzosamente caricato anche delle responsabilità della programmazione. Per inciso, anche tale scioglimento del Dipartimento programmazione nel Dipartimento affari finanziari la dice lunga sull’ulteriore appiattimento della funzione progettuale connesso all’avvento di questa Giunta, nonostante il recente varo della legge sulla programmazione. Per fare spazio al Dipartimento cultura tra le strutture della Presidenza, non si è infatti trovato di meglio che depotenziare una funzione strategicamente vitale come quella della programmazione. Il risultato è l’ancoraggio della presente manovra aggiuntiva da trecento miliardi ai contenuti e ai metodi del passato. Del bilancio approvato, anche quello in extremis, nel dicembre scorso, questa proposta conserva la stessa arbitrarietà di indirizzi ed obiettivi, l’identica e spaventosa mancanza di trasparenza, la medesima ed inquietante assenza di procedure di controllo. Un documento contabile che non presenti questi tre requisiti fondamentali, ripeto, i presupposti e le puntuali ragioni degli obiettivi perseguiti, la piena intelligibilità degli allegati di spesa, e infine collaudati e credibili meccanismi di verifica in ordine all’efficienza ed all’efficacia degli intervento finanziari prefigurati, ebbene, un simile documento contabile può solo essere bocciato, come del resto è già accaduto in Prima Commissione legislativa con il voto contrario degli stessi consiglieri della maggioranza.

Ma procediamo con ordine: partiamo dall’arbitrarietà degli indirizzi e degli obiettivi della politica finanziaria provinciale. Non occorre scavare molto fra le righe di questa manovra per accorgersi che essa obbedisce alla pura filosofia del giorno per giorno e all’ordinaria amministrazione, e non certo ad una volontà di governare le risorse della nostra comunità verso traguardi di sviluppo ben definiti. Si parla tanto di rilancio dell’autonomia, ma qui di autonomo c’è solo l’utilizzo delle nostre dotazioni finanziarie rispetto ad una direzione di rotta politicamente consapevole. L’inesistenza di questo nesso tra utilizzo delle risorse e finalizzazione delle stesse ad uno scenario di riferimento da cui si possa evincere un senso di marcia non è certo imputabile ai funzionari autori di questo assestamento e dei bilanci pregressi, che hanno fatto semplicemente quanto era loro richiesto. Delle scelte prive di adeguata giustificazione di cui la manovra è ricca, deve rispondere solo ed esclusivamente questa Giunta. Per capirci, può essere utile il richiamo al documento di programmazione economica finanziaria di cui tanto abbiamo sentito parlare nelle ultime settimane in rapporto alla discussa manovrina - si fa per dire - recentemente somministrata agli italiani dal Governo Prodi. Senza entrare nel merito della finanziaria nazionale, non si comprende perché anche la Provincia autonoma di Trento non possa, non voglia o non sappia dotarsi di questo strumento statistico-economico di analisi di valutazione e di conseguente progettazione degli interventi.

Un documento di programmazione economica finanziaria provinciale aggiornato in occasione di ogni manovra di bilancio, colmerebbe l’incredibile vuoto di dati e cognizioni precise sulla situazione progettuale del momento e sull’evoluzione del quadro economico provinciale nell’ambito di quello italiano e più in generale delle tendenze in atto. Senza questa fotografia dei problemi, dei bisogni e delle attese, non si comprende su quali basi possa risultare credibile una qualsiasi iniziativa finanziaria dell’ente pubblico nei confronti del sistema produttivo e dell’economia trentina in generale. Non basta accennare appena, come fa Andreotti nella relazione introduttiva, all’intonazione riflessiva dell’economia, senza che questa affermazione sia suffragata da alcuna indagine e soprattutto senza determinare alcun riflesso preciso e conseguente sull’utilizzo delle risorse. Basti solo pensare al calo economico per quanto riguarda il turismo, che è evidente in questo periodo sul territorio provinciale. Siamo ad un calo di presenza, almeno nelle seconde case ed in alberghi, dell’ordine del 30-40 per cento, pertanto è importante in tempo reale conoscere la situazione economica per programmare interventi precisi e mirati. Dal momento che i vertici della Provincia non sanno, e sembrano quasi non voler conoscere l’andamento e i problemi veri dell’economia e dello sviluppo del Trentino dotandosi di appositi strumenti in questo senso, non ci si può stupire più di tanto se poi le manovre finanziarie ripetono sempre gli stessi indirizzi generici e perpetuano gli stessi metodi abbondantemente avulsi dalla realtà, e quindi incapaci di aggredire i nodi più scottanti sul tappeto. Si riparla per l’ennesima volta di politiche di contesto, vale a dire di razionalizzazione ed efficienza di apparato pubblico, di erogazione di servizi, di ricerca, formazione ed informazione, di creazione di infrastrutture di collegamento in luogo dei vecchi contributi alle imprese, per mascherare in realtà l’indeterminatezza degli obiettivi, perché non si riesce a dire su cosa si vuole ed occorre decisamente puntare.

In queste condizioni è inevitabile, non meno che durante la Prima Repubblica, la dispersione delle risorse in mille rivoli, con il risultato che tutto o quasi rimane uguale a prima, anzi, peggiora. Ieri la dispersione delle risorse era finalizzata a soddisfare le categorie economiche con le agevolazioni monetarie dirette alle imprese. Oggi queste si sono ridotte, ma le risorse dell’autonomia sono cresciute e tuttavia non si riesce a vederne la destinazione non essendovi una chiara scelta di campo, quale potrebbe essere un forte investimento sulla ricerca, sulla viabilità o sul terziario avanzato. Almeno ieri si sapeva che la Provincia sosteneva finanziariamente e direttamente i settori economici e produttivi: oggi questo sistema non è più tollerato, ma non è stato ancora sostituito da una reale alternativa. Questo è il punto: le tanto declamate politiche di contesto stanno trasformandosi in un buco nero nel quale spariscono, o, meglio, si polverizzano, attraverso un’estrema frantumazione, gli obiettivi e le risorse dell’autonomia. Il sistema delle imprese, che dovrebbe indirettamente trarne beneficio, oggi si chiede dove stiano gli effetti positivi delle nuove politiche finanziarie provinciali.

Ci sarebbero altre considerazioni. I progetti strategici, ad esempio, del programma di sviluppo provinciale sono stati fatti propri dalla nuova Giunta solo per assegnare incarichi ai dirigenti trombati dalla recente operazione trasferimenti. Non esiste controllo di gestione, quindi neppure trasparenza e governo della spesa in settori cruciali per il bilancio, quali la sanità, più di ottocento miliardi, la scuola, i trasporti. A mio avviso ha fatto di più la Commissione per la semplificazione legislativa composta di quattro persone nelle sue riunioni, che la Giunta prima e quella che governerà nel futuro.

Adesso vorrei fare delle considerazioni per quanto riguarda questa maggioranza, considerazioni politiche. E’ una maggioranza a mio avviso fluttuante, perché ci sono dei componenti che aiuteranno in caso di difficoltà l’esecutivo e la maggioranza ristretta. Possiamo semplificare quella che stiamo vivendo, come la situazione di un film di indiani dove arrivano i nostri, e i nostri si potrebbero identificare in Casagranda, Panizza, Rifondazione comunista, Solidarietà (Fedel ha già dichiarato il proprio assenso). Pertanto un’opposizione vera, più o meno colorita, si riduce a una decina di persone. Io penso che questa maggioranza fluttuante si frantumerà come le onde del mare sugli scogli. Però voglio evidenziare una cosa: che in questa maggioranza si è distinto un consigliere in modo particolare, e spero non me ne voglia Giovanazzi. Io non ho niente contro di lui, faccio dei ragionamenti politici, ma in termini produttivi, di risultati, dobbiamo dargli l’Oscar dell’inefficienza, perché le riforme dei comprensori non sono state fatte, le riforme per l’indennità dei sindaci non sono state fatte, la riforma elettorale dei comuni è stata fatta male. Speriamo che adesso che lo troviamo in Giunta provinciale faccia meglio di quanto ha fatto in Regione, anche se lì ha preso gli applausi per le proprie dimissioni. Sicuramente farà bene la campagna elettorale per il 1998, che è già iniziata proprio per le visite ai comuni e alla gestione "oculata" delle risorse in tema di lavori pubblici. A mio avviso non è cambiato nulla. Andiamo avanti sempre con il solito metodo, è sempre la solita minestra, la solita procedura legislativa e vediamo che ci sono articoli in questa manovra che nulla hanno a che vedere con una finanziaria.

Passiamo alla relazione del Presidente, andiamo a farle un po’ le pulci, perché è importante anche questo. Ribadisco che considerazioni ne ho già fatte anche l’altro giorno, quando abbiamo parlato del rendiconto generale nel 1994: alcune sono sempre attuali, altre andiamo ad approfondirle. Si parla di obiettivi politici programmatici. Due in modo particolare: garantire al Trentino la governabilità e le riforme e poi si evidenziano nove ragionamenti, che, a mio avviso, più che tali sono contraddizioni, o illusioni alle volte, a partire dalla prima. Leggendo il primo comma del primo capitolo di questi primi ragionamenti, vedo che il dottor Andreotti è anche dottore in senso medico, perché propone diagnosi al malessere che affligge la politica trentina. E questa è una battuta relativa al primo capitolo di questi ragionamenti che ci vuol far fare il Presidente Andreotti. Si parla di due grosse minoranze, l’Abete e l’Ulivo, e abbiamo visto che l’Ulivo di fatto non esiste, perché ci sono delle schegge che hanno mirato agli scranni vicini al Presidente e di fatto l’Ulivo non è in questa maggioranza. Vedremo quali progetti saranno raggiunti da questa alleanza. Il Presidente dice che verrà istituita un’apposita task force presso la Segreteria generale per portare avanti criteri di collegialità, di progettualità, di concretezza e di concertazione. Io dico che se in tre anni non si è riuscito a predisporre un ufficio per il coordinamento delle minoranze e, soprattutto, non si è concretizzata una cabina di regia - così chiamata dal Presidente - in tema di materia europea, penso che questo gruppo probabilmente non verrà neanche realizzato nel rimanente periodo della legislatura e troverà delle grossissime difficoltà a realizzare qualche progetto.

Si parla di Trentino tra Regione, Euregio e Nord-est. Questo è il secondo ragionamento del Presidente. Andiamo a vedere e solleviamo alcune contraddizioni. Le prime che emergono solo quelle relative alla definizione di questa istituzione, di questo ente, di questo organo sovraregionale, sovranazionale. Se andiamo a vedere le dichiarazioni programmatiche rilasciate dal Presidente Andreotti, il Primo Andreotti, nel marzo del 1994, vediamo che si dice che bisogna partecipare attivamente alla costruzione della Regione Europea del Tirolo, che non dovrà essere semplicemente una riedizione storica del vecchio Tirolo, ma un’area omogenea e ben definita all’interno dell’Europa a cavallo delle Alpi con comuni problemi culturali, politici ed economici. La seconda riflessione, sempre relativa a questa istituzione, è riferita allo Statuto della Regione Europea del Tirolo come elaborato dalla Tavola Rotonda, Rundertisch, nel lontano gennaio 1996. Anche in questo documento troviamo la dicitura Euregio Tirolo, che differenzia da quella precedente, che era la Regione Europea del Tirolo: in questo caso si parla di ente pubblico dotato di personalità giuridica, pertanto è un secondo cambio di nome. A tal riguardo, voglio evidenziare il fatto che ci sono stati rimproveri di Durnwalder sulle modalità di presentazione di questo statuto, che doveva essere affidato eventualmente alle tre province congiuntamente. Andiamo a vedere le dichiarazione programmatiche del maggio 1996, e troviamo un altro cambio di nome: Euregio Alpina. Questo progetto è stato, prendendo spunto dagli articoli che ho in mano, azzoppato sia dallo Stato italiano sia da quello austriaco. A suo tempo il ministro degli esteri Susanna Agnelli aveva evidenziato l’impossibilità di conferire personalità giuridica ad un ente, ad un’istituzione, ad un organo di questo tipo, perché altrimenti esso sarebbe diventato titolare di potestà amministrativa, e cioè di poteri di supremazia finalizzati alla realizzazione di fini pubblici predeterminati. Anche Vienna ha sollevato delle perplessità nel luglio del 1996, nei confronti del proprio capitano tirolese, dicendo che il Tirolo è andato oltre le proprie competenze. Il capitano tirolese avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione del governo federale addirittura prima di cominciare a discutere con l’Alto Adige e il Trentino della nuova realtà transfrontaliera. Ed i costituzionalisti del governo austriaco hanno sollevato dubbi perché i lander federali nel loro campo d’azione non possono trasferire sovranità ad istituzioni transfrontaliere e ai loro organi. E se noi andiamo a vedere l’accordo quadro tra la Repubblica d’Austria e quella italiana sulla cooperazione transfrontaliera delle collettività territoriali, all’articolo 2 troviamo identificate le collettività o autorità territoriali, che per quanto riguarda l’Italia sono le regioni Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Veneto, le Provincie autonome di Trento e Bolzano, nonché le Province, i comuni, le comunità montane, i consorzi comunali e provinciali ubicati anche se solo in parte entro la fascia territoriale di venticinque chilometri dalla frontiera. Per quanto riguarda, invece, l’Austria si tratta di lander, comuni, e le associazioni dei comuni. Pertanto vediamo che in queste norme non è contemplata minimamente un’Euregio, una Regione Europea del Tirolo, o quant’altro. Ritengo che si debbano seguire - ed effettivamente le iniziative sono andate in questo senso - le norme e i trattati esistenti con gli altri stati internazionali, ed altro. Riassumendo, abbiamo visto che si parla di Regione Europea del Tirolo, di Euregio Alpina, di Euregio Transfrontaliera, come nella relazione propostaci dal Presidente Andreotti. A questo punto bisognerebbe proporre un concorso di idee, come quello per nominare l’ospedale di Rovereto. In una battuta si potrebbe chiamarla Euregio Transfrontaliera Alpina Tirolese della Madonna del Carmine, e questa Giunta in questo modo si affiderà nelle mani della Madonna per arrivare alla fine della legislatura. Magari anche con un viaggio al santuario di Pinè.

Altro capitolo, già menzionato prima, è quello della cabina di regia regionale per i programmi comunitari inserito nella relazione del Presidente. Io sono convinto, anzi, ne ho la certezza, di aver contribuito alla stesura del programma del Presidente Andreotti per quanto riguarda queste dodici, quindici righe in tema di politica europea con l’articolo pubblicato il 3 luglio 1996 sull’Alto Adige, che ripropongo all’aula, perché è importante. Iniziavo dicendo: "Il giro di valzer dell’alta dirigenza provinciale messo in atto nei giorni scorsi dalla nuova Giunta, ha perlomeno avuto il pregio di rompere il senso di insostituibilità, e quindi di inamovibilità che era andato rafforzandosi negli ultimi tempi ai vertici della burocrazia della massima istituzione trentina. Il crescente convincimento di non essere fungibili, fino a ritenersi quasi intoccabili, è maturato nei dirigenti generali soprattutto durante i sei mesi di crisi del governo provinciale, quando su di loro è ricaduta, con la paralisi legislativa di Giunta e Consiglio, la responsabilità pressoché totale dell’amministrazione. Se dunque la cosiddetta rotazione, per quanto incompleta e poco chiara nei criteri, ha avuto l’effetto di far arrabbiare più di uno degli alti burocrati spostati dall’esecutivo, è segno che ce n’era davvero bisogno. Ma è soprattutto la conferma che va radicalmente modificato l’equilibrio tra assessori e managers provinciale, per non lasciare a questi ultimi i poteri di cui solo i politici possono legittimamente farsi carico. Di questa esigenza dovrà rendersi interprete la riforma della pubblica amministrazione, il cui disegno di legge, riveduto e corretto, la Giunta si è impegnata a ripresentare prossimamente in Commissione legislativa. L’esperienza recente insegna infatti che non basta la distinzione dei ruoli, occorre anche definire con certezza i tempi e le modalità del rapporto di subordinazione fiduciaria che deve vincolare gli alti dirigenti ai politici".

Salto un pezzo che ripropongo dopo.

"Quanto invece ai contenuti delle competenze ripartite tra i nuovi assessori e i dirigenti generali trasferiti o confermati al loro posto, stupisce molto l’assenza di quella relativa all’Europa o alla politica comunitaria. Mentre il Presidente della Giunta provinciale continua a sventolare la bandiera della sua Euregio virtuale, mentre ormai nessun altro ente pubblico che si rispetti in Italia e all’estero è più sguarnito di forti strutture ad hoc per i rapporti con l’Unione Europea, mentre soprattutto l’accesso ai fondi comunitari ha conquistato un ruolo imprescindibile anche nei bilanci locali, la Provincia autonoma di Trento insiste nel non volersi dotare al proprio interno di un centro unitario per la gestione e il coordinamento in questa fondamentale materia. Qui regna ancora sovrana la logica della frammentazione delle iniziative settoriali, senza alcun punto di riferimento e di raccordo organico. Qui proliferano gli incarichi e gli interventi al di fuori di un progetto politico abilitato a governare, controllare e aggiornare, in ordine all’evoluzione delle attività, delle misure e delle opportunità di finanziamento a livello comunitario. Un po’ se ne occupa il Dipartimento enti locali, un po’ il servizio per la programmazione, un po’ la formazione professionale, un po’ l’agricoltura, un po’ l’ambiente, un po’ l’industria, un po’ il dottore Buffa, che non conosco, e tra qualche giorno anche il dottore Castellan, nei loro uffici di Bruxelles, un po’ il dottor Marcantoni con il suo nuovo progetto speciale. Tutti un po’. Risultato molti, troppi rischi di sovrapposizioni di risorse umane e di soldi sprecati, tante chiacchiere, nessuna vera regia politica ed amministrativa, nessun interlocutore autorevole per i privati, imprese, associazioni e cittadini. La Provincia autonoma poteva e doveva soddisfare questo diritto. L’occasione del rinnovamento della Giunta e dell’alta dirigenza provinciale era propizia per lanciare un segnale forte a livello politico e programmatico in questa direzione, investendo della competenza europea un’apposita struttura nell’ambito dell’amministrazione. Occasione perduta".

Noi troviamo adesso questo argomento nelle dichiarazioni programmatiche connesse al bilancio di assestamento del Presidente Andreotti, e vediamo se si riuscirà a concretizzare quanto asserito, ossia di veder realizzata una regia unitaria, univoca, in tema di programmi comunitari. Pertanto questa cabina di regia regionale per i programmi comunitari vedremo se sarà attuata, anche perché pochissime regioni italiane, compresa la nostra, non hanno ancora provveduto in tal senso. Speriamo che non succeda, come ho richiamato poc’anzi, per l’ufficio di coordinamento minoranze etniche.

Cambiando argomento, si parla di Regione, le inefficienze contestate a questa istituzione non vanno acuite, non vanno quindi superate sopprimendo la Regione autonoma. Ebbene, mi domando come sarà attuata questa politica di tutela della Regione quando in Consiglio regionale abbiamo una SVP che fa di tutto per dividere la Regione in due Regioni autonome. Io trovo che questa maggioranza avrà delle grandi gatte da pelare nel prosieguo di questa legislatura, proprio per il fatto che ha degli alleati altoatesini che vanno per la loro strada e non considerano minimamente le esigenze dell’altra metà del cielo della Regione, ossia della Provincia autonoma di Trento. Si parla anche di rafforzare le leve di governo, e nella relazione è evidente che questo si manifesterà adottando dei provvedimenti legislativi differenti tra la Provincia di Trento e quella di Bolzano. Qual è il progetto effettivo di questa maggioranza in tema di riforme elettorali? E’ univoco su tutto il territorio della Regione, o abbiamo differenziazione fra la Provincia autonoma di Trento e quella di Bolzano? Vogliamo porre una soglia? Vogliamo il premio di maggioranza? Ho visto che alcuni componenti dell’Ulivo hanno evidenziato il premio di maggioranza. Io vorrei conoscere esattamente il pensiero di questa maggioranza. Si parla di principio di sussidiarietà per porre rimedio alla storica minorità dei comuni trentini. Proprio su questo tema, per vedere se effettivamente questa maggioranza vuole riconoscere il ruolo importante, il ruolo principale dei comuni trentini, ho presentato un ordine del giorno, è il primo che verrà discusso in quest’aula, per quanto riguarda la delimitazione delle aree all’interno dei parchi. Ma ne riparleremo per vedere effettivamente quali sono le forze in quest’aula che concretamente riconoscono il ruolo principale dei comuni.

Voglio evidenziare un’altra contraddizione esistente tra due assessori, Bondi e Leveghi. Bondi, per quanto riguarda le riforme per gli enti locali, dice che bisogna porre rimedio alla storica minorità dei comuni trentini, andando verso l’attuazione del principio di sussidiarietà, ed accettando uno schema bipolare Provincia e comuni. Pertanto eliminare l’ente intermedio, qualsiasi ente intermedio. Leveghi, per quanto riguarda la variante al piano urbanistico provinciale, parla di assicurare al livello intermedio sovracomunale compiti di programmazione funzionale e di coordinamento. Un assessore dice: "Eliminiamo gli enti intermedi", e Leveghi, qui presente, dice: "Affidiamo al livello intermedio sovracomunale compiti di programmazione funzionale e di coordinamento".

(...)

DELLADIO: Lei, Leveghi non era in aula quando io ho fatto la relazione. Pertanto ho evidenziato una contraddizione tra lei e Bondi, io la interpreto in questo modo. Questa secondo me è una contraddizione evidente che farà nascere anche contraddizioni all’interno della maggioranza.

Si vogliono eliminare le assemblee comprensoriali sostituendole con assemblee dei sindaci. A mio avviso, allo stato attuale delle cose, ed avendo visto le varie proposte legislative arrivate in questa aula e bocciate, è una presa in giro per gli amministratori. E’ stata bocciata la legge all’inizio della legislatura sul commissariamento dei comprensori; la legge regionale di riforma degli enti intermedi a livello regionale è ancora nel cassetto; il consigliere Bondi voleva sostituire la legge Giovanazzi con degli emendamenti per eliminare le assemblee comprensoriali. Pertanto navighiamo a vista e vediamo che non c’è una progettualità chiara e precisa. Serve una riforma regionale per quanto riguarda i comprensori, seria e precisa, che riconosca le comunità montane con delle competenze certe, perché le comunità montane devono essere il braccio operativo dei comuni e già dal 1971 esse sono riconosciute a livello nazionale. Pertanto bisogna andare in questa direzione per risolvere questo problema e non tirare a campare. Le comunità montane devono soddisfare le esigenze dei comuni e devono porre in atto soluzioni di interesse comune tra più municipi. Le norme esistenti prevedono l’unione di comuni, consorzi di comuni, convenzioni, pertanto tutti i bisogni potrebbero essere soddisfatti. Manca in questo periodo, anche storico, un riconoscimento delle comunità montane sul territorio provinciale di Trento.

Adesso parliamo di spese correnti, un argomento che a me sta a cuore, perché dalle spese correnti si denota l’intelligenza programmatoria e la serietà di una coalizione di governo. Andiamo a prendere la relazione accompagnatoria all’assestamento del bilancio. In questa relazione, a pagina 12, si dice che operando il confronto tra aggregati omogenei, con l’esclusione degli accantonamenti per nuove competenze degli oneri straordinari per il ripiano dei disavanzi sanitari, il tasso finale di variazione della spesa corrente è fissato al 4 per cento circa. E nella tabella relativa alla spesa corrente, escluse nuove competenze, si evidenzia un tasso, una percentuale di spesa corrente del 49,7 per cento. A mio avviso non è vero, perché i calcoli sono fatti per imbrogliare chi legge e chi ascolta. Se noi andiamo a vedere la tabella 2 troviamo un avanzo di amministrazione di 583 miliardi ed entrate ex tributarie di 100 miliardi circa. Questo avanzo di amministrazione deriva per quasi 358 miliardi da economie di spesa, e per circa 225 miliardi da maggiori entrate di natura una tantum. Questo è il problema, questo è quello che determina il 49,7 per cento di spese correnti. Noi abbiamo visto una spesa corrente che aumenta del 4 per cento, abbiamo visto un’incapacità di investimento in conto capitale di 300 e più miliardi, e se noi facciamo dei conti, ma basta una semplice proporzione dove poniamo 4.901 miliardi, pari al 100 per cento, e calcoliamo i 2.435 miliardi, pari al 49,7 per cento come detto dal Presidente Andreotti, e facciamo la proporzione, vediamo che se non consideriamo questa una tantum di 225 miliardi le spese correnti sono pari al 52,07 per cento.

Pertanto non si può, nel calcolo delle spese correnti, a mio modesto avviso, inserire un’entrata di natura una tantum. Questo falsa il ragionamento, perché un altro anno potrà esserci un’altra una tantum, ma di altra natura. Pertanto a mio avviso le spese correnti non sono come asserito dal Presidente il 49,7 per cento, ma sono il 52,07 per cento. Vuol dire che siamo sempre molto alti e che dobbiamo - è un impegno prioritario che una maggioranza di governo deve porsi - abbassare le spese correnti al di sotto del 50 per cento. Bisogna contenere assolutamente le spese correnti, anche perché, parlando di riforma di pubblica amministrazione, vediamo che nel 1995 la Provincia autonoma di Trento ha presente in ruolo 5.374 dipendenti, e in servizio 5.794. Se noi vediamo l’incremento dal 1994 al 1995 in termini percentuali, vediamo una crescita del 2,69 per cento per quanto riguarda il personale in ruolo e del 2,42 per cento per il personale in servizio. C’è un trend positivo che bisogna limitare al massimo, anzi bisogna cambiare di segno: è necessario contenere notevolmente questo esubero di personale, perché secondo me esistono tantissime persone brave, efficienti, che lavorano all’interno dell’ente pubblico e che perdono di visibilità rispetto ad altre che non hanno meriti. Io chiedo: come volete fare, come si legge dalla relazione, una Provincia leggera con un trend di crescita di questo tipo annuale? Bisogna urgentemente bloccare il turnover e soprattutto bisogna porre in atto la riforma della pubblica amministrazione; bisogna recepire la 421.

Io prima avevo letto un articolo e avevo saltato un pezzo, che adesso ripropongo, relativamente alla riforma della pubblica amministrazione. Il 3 luglio di quest’anno scrivevo: "Nulla di tutto questo tuttavia si delinea all’orizzonte, visto che l’assessore competente, nonché Vicepresidente, Carlo Alessandrini ha recentemente annunciato proprio in Commissione legislativa l’affossamento della decantata riforma della pubblica amministrazione in luogo della quale la Giunta proporrà una leggina di recepimento della nuova normativa nazionale sul pubblico impiego. Alla faccia della politica delle grandi riforme che doveva essere collante dell’esecutivo Abete centro sinistra". Io ho sentito il collega consigliere, nonché Vicepresidente Carlo Alessandrini in Commissione che diceva che bisognava limitarsi ad una legge che recepisse i concetti base, i principi. Poi col tempo si organizzerà la Provincia autonoma di Trento e in seguito si provvederà a estendere i modelli organizzativi. A mio modo di vedere non c’è più tempo per aspettare, ma bisogna attuare una mobilità sul territorio provinciale per cui dove serve personale bisogna spostarlo. Abbiamo esubero di personale e bisogna contenere il turnover e il numero dei dipendenti della Provincia. La legge sulla riforma della pubblica amministrazione sanciva essenzialmente due principi: quello della privatizzazione del rapporto del pubblico impiego, nonché quello della divisione dei compiti e delle responsabilità tra politica e amministrazione. La legge 421 del 1992 è stata attuata dal governo con un decreto legislativo del 3 febbraio 1993, numero 29, e con una serie di decreti correttivi emanati nel corso dello stesso anno. La spinta decisiva alla privatizzazione è arrivata dall’esigenza di attuare nello svolgimento dell’azione amministrativa quei criteri di economicità, efficienza e produttività propri dell’impresa privata e dall’urgenza di mettere sotto controllo la spesa per il personale. Noi abbiamo visto che la legge era stata preparata dalla dottoressa Matonti, ed anche in questa sede voglio ricordare che la legge prende il nome dal dirigente e non dall’assessore: questa la dice lunga. Probabilmente anche la legge sul turismo, se verrà emanata, prenderà il nome di legge Matonti. Abbiamo bisogno di riforme veloci, altrimenti la Provincia autonoma di Trento andrà a picco. Non avremo più risorse per investimenti produttivi, se la spesa corrente continuerà ad aumentare. Pertanto ci sarà un inviluppo, un’implosione, e la Provincia autonoma di Trento avrà delle grossissime difficoltà progettuali nel futuro. Pertanto sono necessari blocco del turnover, mobilità, veloce riforma della pubblica amministrazione, ma questi obiettivi non li vedo, non riesco a coglierli in questa maggioranza.

Parliamo di viabilità. Si legge dalla relazione del Presidente che, per quanto riguarda l’autostrada della Valdastico, la nuova Giunta, pur aperta al confronto con tutte le proposte, esprime un orientamento negativo. Ebbene, io mi domando: vogliamo creare, garantire delle opportunità di sviluppo del Trentino con il rilancio dell’economia, con la nascita di molte piccole imprese? Vogliamo isolare il Trentino? E’ chiaro che gli altri non stanno a guardare, gli abitanti delle province a noi limitrofe prendono provvedimenti. Se noi freniamo queste iniziative, l’asse di collegamento si sposterà ad est. C’è l’Alemagna da completare ed ho sentito che un pool di banche, non so se austriache o germaniche, prevede la realizzazione completamente in galleria di questa arteria stradale. C’è una considerazione da fare: noi siamo sempre stati territorio di passaggio. Io ritengo che un’opera come quella della Valdastico, effettuata con tutti i crismi della legalità, con tutti i crismi di tutela del territorio, porti dei vantaggi al Trentino nella sua interezza. A mio avviso la realizzazione di questa arteria - e non parlo per interesse, ma ho ragionato su questo fatto - non porterà alla realizzazione della terza corsia dell’autostrada del Brennero. Noi invece dobbiamo contemporaneamente potenziare l’interporto, sicuramente la ferrovia e l’intermodalità. E’ chiaro che se non sarà realizzata la Valdastico in questi prossimi due anni in cui sarà esaminata la revisione del piano urbanistico provinciale, probabilmente neanche nei successivi dieci anni verrà mai realizzata. E mi trova scettico l’affermazione fatta dall’assessore Leveghi per quanto riguarda l’istituzione di una forma di tariffazione per il traffico pesante sulla Valsugana. Quando saranno realizzate le due pedemontane, la est e la ovest, che faranno confluire i mezzi di tutti i tipi sulla Valsugana, quest’ultima diventerà una camera a gas. E allora avrete anche quelli della Valsugana che protesteranno per non avere predisposto forme intelligenti per sopperire a questi problemi.

E’ interessante leggere, da ultimo, alcuni concetti esternati dalla Lega vicentina che vuole l’autostrada. L’onorevole Stefano Stefani è imbufalito con la Provincia di Trento, lo scrive il giornale di Vicenza, e dice: "Noi abbiamo promesso ai nostri elettori che ci saremmo battuti per il proseguimento della A31, e le promesse le manteniamo fino in fondo. Ai trentini diciamo - è importante saperlo e conoscerlo -: Attenzione! Per ogni cento lire che noi riceviamo dallo Stato voi ne prendete settecento, ottocento. Combatteremo su tutti i fronti. Vogliono mettere il laccio al collo dell’economia trentina? Noi ci comporteremo di conseguenza. Quando a Roma cominceremo a presentare emendamenti a tutti i provvedimenti che interessano a loro, se ne accorgeranno". Poi continua: "Loro - i trentini - invece pretendono più di quello che danno. Io sono solidale con i siciliani e con i calabresi, ma non con i trentini che fanno i signori con i soldi nostri e per di più si permettono di mettere i bastoni fra le ruote della nostra economia". L’onorevole non parla a titolo personale, ma come Presidente federale della Lega, sapendo interpretare il pensiero di tutti i leghisti. Con questo concludo le riflessioni sul nodo Valdastico e viabilità del Trentino.

Passiamo al tema turismo. Anche questo argomento lo avevo toccato in sede di bilancio 1994. Questa Giunta vuole adottare un sistema di privatizzazione per quanto riguarda il mondo turistico? Vuole seguire il modello austriaco, da cui a mio avviso bisognerebbe prendere esempio, dove esistono dei consorzi obbligatori, dove attraverso l’assemblea dei soci si attuano, si evidenziano le iniziative da prendere sui bacini turistici ben identificati? Dobbiamo tenere in considerazione anche le nuove norme di attuazione varate dal Governo in questi ultimi giorni: norme in tema di privatizzazione della scuola, della quale io sono fermamente convinto, sono favorevole soprattutto per la continuità didattica e per altri aspetti. Ma anche come norme di attuazione per quanto riguarda la finanza regionale e provinciale. In questo decreto si parla, al comma 2 dell’articolo 1, dell’imposizione sul turismo. In questa norma di attuazione si definiscono con maggior precisione ed organicità l’oggetto e il contenuto dell’imposizione del turismo. E’ data la possibilità di attrarre, nell’ambito della sua sfera applicativa, anche l’utilizzo dei beni riferiti alla pratica turistica. Questa norma di attuazione non comporta l’ulteriore inasprimento dell’attuale livello di tassazione sugli immobili, ma definisce solo il campo di applicazione della potestà legislativa e provinciale in materia di autonomia impositiva. Pertanto con questa norma si aprono scenari nuovi per quanto riguarda il turismo. A mio giudizio tutte le persone, tutte le imprese che operano su un determinato territorio, dal dentista all’ostetrico, dai commercianti ai campeggiatori, dagli industriali al fiorista, dalle aziende per agriturismo ai villaggi turistici, anche i complessi ricettivi a carattere turistico-sociale, in poche parole chi trova vantaggio dal turismo, deve essere fatto partecipe, e a mio giudizio l’idea dei consorzi obbligatori sul modello austriaco va bene. E’ chiaro che la Provincia autonoma di Trento in questo settore può comunque intervenire a sostegno, soprattutto come controllo ed indirizzo. Non bisogna riproporre, come era inserito nell’ultima mozione ritirata dalla consigliera Chiodi, la tassa sul turismo, cacciata dalla porta e reintrodotta dalla finestra. Bisogna riscrivere le norme, rivedere il modello turistico Trentino. A mio giudizio il sistema austriaco funziona molto bene e noi dobbiamo recepire le cose positive da qualunque direzione esse provengano. Però io chiedo a questa maggioranza se la proposta a suo tempo formulata dall’ex assessore Valduga, di piano di politica turistica è ancora valida. Come vogliamo privatizzare le APT? Quale riqualificazione vogliamo intraprendere? Quale formazione per gli addetti vogliamo sostenere? Quale politica delle seconde case vogliamo attuare? Sono domande a cui non deve dare risposte la minoranza, ma la maggioranza. La minoranza, eventualmente, fa delle proposte su tutti i settori della vita civile.

Altro capitolo: politiche sociali. Non ho trovato una parola che è stata dimenticata nella penna, "non profit". Cos’è il non profit? La parola stessa è una contrazione, "not for profit", non per profitto. Sono delle aggregazioni che svolgono un ruolo importante nella società, che producono beni e servizi a favore della collettività, o anche per parte di essa, soprattutto per categorie più deboli quali gli anziani, la sanità, i problemi psichici, i problemi di tutti i tipi e non sono caratterizzate dalla realizzazione di un profitto per i propri membri. Noi stiamo attraversando un periodo molto difficile in cui abbiamo poche risorse, c’è bisogno di un contenimento della spesa pubblica. Pertanto queste nuove aggregazioni sociali, che si rifanno ai primi articoli della Costituzione, gli enti intermedi, articolo 2 della Costituzione, sono nuove forme di risposta per soddisfare questi bisogni della società, per soddisfare i bisogni del Welfare State. Il non profit affianca lo Stato per soddisfare questi bisogni. E’ bene ricordare che, dalle ultime statistiche, ventunmila sono le associazioni di volontariato censite per quanto riguarda la penisola, e in Regione ne esistono quattrocentotrentasette. Svolgono attività nel campo sanitario, nel sociale e raccolgono la maggior parte dei volontari italiani. Il non profit ha una funzione che deve essere quella di produrre reddito e ricchezza per fini di interesse collettivo: a tal riguardo ho presentato in Consiglio regionale, a suo tempo, un disegno di legge per esaminare questo aspetto della vita sociale, nel quale si riconosce alle organizzazioni non profit, accanto alle tradizionali funzioni di solidarietà, di pluralismo e di sviluppo civile, una valenza economico-imprenditoriale. Le organizzazioni non profit producono beni e servizi di pubblica utilità sociale di cui l’intera collettività, o parte di essa, può beneficiare (gli anziani, l’emarginazione sociale, l’infanzia, la sanità, e tanti altri). Bisogna riconoscere questa valenza economico-imprenditoriale e allo stesso tempo facilitare il riconoscimento per operare. Bisogna andare contro quell’iter complicato che attualmente esiste presso i vari Ministeri, che porta in là nel tempo la possibilità di agire a queste organizzazioni. Bisogna fare in modo che queste organizzazioni seguano le stesse procedure, come per le aziende commerciali. Bisogna semplificare la vita di queste organizzazioni favorendo l’iscrizione al registro delle imprese presso la Camera di Commercio. Su questo argomento è bene ricordare a quest’aula che esiste già un disegno di legge del ministro Fantozzi, che prende il nome dal presidente di questa commissione, Zamagni, in tema di agevolazioni fiscali per le aziende non profit, ONLUS, organizzazioni non lucrative di utilità sociale. Ritengo che un alleggerimento della pressione fiscale e una facilitazione nel riconoscimento del ruolo produttivo delle associazioni non profit darebbe al terzo settore la possibilità di uscire dal solo volontariato per acquisire un ruolo importante della società italiana, fra Stato e mercato, o nel mercato come è stato evidenziato nell’ultimo convegno organizzato dalla Compagnia delle Opere a Roma delle settimane scorse. Uscire dal solo volontariato per acquisire un ruolo importante tra servizi pubblici ed imprese. Il non profit deve essere considerato non una emanazione dello Stato, ma un suo collaboratore nel gestire le risorse destinate al bene comune; dalle imprese il non profit può prendere la mentalità imprenditoriale e l’efficienza.

Ritengo che questa dimenticanza nella relazione del Presidente sia un fatto molto grave. Esprimerò parere contrario a questo provvedimento legislativo, prima di tutto perché come tecnica legislativa non ci siamo. Noi vediamo un insieme di provvedimenti, non collegati minimamente al tema fondamentale di questo provvedimento legislativo, ossia il bilancio, le spese e le entrate. A mio giudizio questo disegno di legge va contro tutte le parole, tutti gli intendimenti manifestati in quest’aula anche per quanto riguarda l’argomento semplificazione normativa. E’ opportuno ricordare che noi abbiamo, come aula, licenziato una commissione composta di quattro membri, il cui presidente era il professor Gregorio Arena, per il quale bisogna prendere atto del lavoro svolto e dell’impegno profuso. Questa commissione di semplificazione normativa ha già provveduto a semplificare notevolmente, o a fare delle proposte in Consiglio regionale, per quanto riguarda la delega di riordino normativo all’esecutivo provinciale o regionale. Ha già predisposto un testo coordinato in tema di sanità; un disegno di legge per eliminare più di centocinquanta leggi. Pertanto presentare disegni di legge con questa logica dove ci sono articoli che trattano di tutto un po’, che modificano leggi senza toccare il problema finanziamento, non è più tollerabile, bisogna respingerlo proprio per questi motivi poiché si continua, a mio avviso, con i soliti vecchi metodi della prima metà legislatura. Noi vediamo articoli sulla caccia, per cui probabilmente c’è qualcuno che ha da coltivare la propria parrocchia; vediamo articoli sul personale e non andiamo a fare una riforma organica della pubblica amministrazione. Abbiamo visto, e qui lo voglio ricordare, una contrapposizione tra i componenti della maggioranza, seppur lieve, ma evidente, tra Alessandrini e Binelli in commissione legislativa: probabilmente non sarà la prima contrapposizione, o almeno differenza di opinione, contrasto di opinione. Noi stiamo vedendo in questo provvedimento finanziario che è gravissimo il trasformare in provvedimento amministrativo il piano sanitario provinciale, pertanto escludendo quest’aula da una discussione che sicuramente è costruttiva in tema di sanità. Non è concepibile trasformare il piano sanitario provinciale in un provvedimento amministrativo della Giunta. Pertanto, su quell’emendamento proposto dal Presidente, ci sarà battaglia, e non sarà il solo. Con questo provvedimento, concludendo, è chiaro che non si hanno obiettivi chiari di lunga scadenza. E’ un provvedimento legislativo di basso profilo, contraddittorio, senza metodo e progettualità. Ritengo che il non fare delle scelte in questo periodo sia gravissimo, poiché queste non scelte graveranno sui prossimi lustri, sui prossimi decenni. Pertanto sarà negativo per tutto il Trentino, per tutta la collettività, dai cittadini alle categorie economiche. Il mio voto a questa finanziaria, a questo bilancio di assestamento sarà negativo.