SEDUTA DEL 5 MAGGIO 1997

Proposta di mozione n. 524, sui principi ispiratori della riforma del sistema scolastico provinciale.

 

DELLADIO Grazie, signor Presidente. Egregi colleghi, anch’io sono firmatario della mozione, una mozione importantissima che tratta della scuola, come è importantissimo l’argomento che determina il futuro di questa nostra terra. Oggi si fa un gran parlare di riforma della scuola, ma in realtà se ne conoscono poco e solo confusamente il significato e i contenuti. Ciò soprattutto a causa del metodo adottato dal Governo Prodi, che, servendosi delle deleghe, ha sottratto una materia tanto rilevante alla discussione in Parlamento e all’esame degli organi consultivi del Ministero, quali il Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione e il Comitato Paritetico delle associazioni familiari. La scelta compiuta dal ministro Berlinguer di acquisire prima e per vie dirette il consenso dell’opinione pubblica e degli operatori, scavalcando le sedi preposte al confronto politico e tecnico sul progetto di riforma dei cicli scolastici, rivela una grave e deliberata mancanza di rispetto per le istituzioni democratiche. Una mancanza di rispetto che abbiamo il dovere di stigmatizzare e di denunciare apertamente, con estrema energia. Non farlo, significherebbe avallare il verticismo decisionale del Governo proprio intorno ad un argomento, la scuola, che per definizione interessa invece le convinzioni e le attese delle famiglie dell’intera società, e chiama quindi in causa i rappresentanti dei cittadini nelle istituzioni democratiche, a cominciare dal Parlamento.

Anche le oltre settecento circolari già ricordate - inviate nel giro di un anno dal Ministero in tutte le scuole del Paese per introdurre, senza alcun dibattito o confronto previo con gli operatori del settore, profonde modifiche, sia nell’organizzazione del sistema che nei programmi di insegnamento - la dicono lunga sulla linea di condotta pesantemente centralistica dell’attuale capo del dicastero romano, tanto impegnato a predicare verbalmente l’autonomia quanto pronto ad impedirne qualunque esercizio nei fatti.

E’ appena il caso di ricordare che in Germania una riforma della scuola di questa portata ha la stessa dignità di un provvedimento di modifica della Costituzione ed implica, perciò, un dibattito parlamentare al termine del quale solo in presenza di una larghissima maggioranza è possibile procedere al varo di una nuova legge. In Italia, invece, non solo i tempi previsti dal Ministro per l’attuazione della riforma sono strettissimi e, a detta di molti, perfino tecnicamente impossibili da rispettare, ma tendono a precludere ogni spazio di critica rivolto all’impianto della proposta. Dietro questa fretta, giustificata dai sostenitori della riforma con la volontà di sbloccare finalmente la situazione della scuola in Italia, da troppi decenni bisognosa di ristrutturazioni globali ostacolate proprio dalle lentezze del sistema politico, si nasconde in realtà il disegno di un partito, il PDS, deciso a consumare fino in fondo, mediante un ministro che ne è l’espressione, il processo di omologazione culturale e di controllo totale sulle giovani generazioni e sul paese, già avviato in epoca democristiana e con la complicità della DC, sia all’interno delle istituzioni educative e formative, sia impadronendosi degli organi di informazione.

E’ quindi prioritario smascherare lo strisciante totalitarismo insito nel metodo di attuazione del progetto di riforma ed opporsi ad esso per evitare che sia svuotata l’autonomia delle scuole e quella della nostra Provincia, svuotamento derivante da questa impostazione della proposta che in realtà è un diktat, del ministro Berlinguer. In alternativa a una supina accettazione di questi diktat romani - che non fa certo onore alla nostra autonomia - la Giunta e l’Assessore competente devono rivendicare nei confronti del Governo romano spazi effettivi di autonomia per quanto riguarda la competenza concorrente sulla scuola dell’obbligo, per rispondere alle specifiche esigenze del Trentino in materia di istruzione.

La prima differenziazione rilevante con cui nella nostra Provincia possiamo e dobbiamo avviare fin d’ora con questa mozione rispetto alla riforma promossa dal Ministro, e senza neppure chiedergli il permesso, deve riguardare il metodo, perché il cambiamento e l’innovazione nella scuola trentina siano attuati senza scavalcare i primi interlocutori quotidianamente impegnati sul versante dell’educazione, dell’istruzione e della formazione, vale a dire le famiglie e gli insegnanti e non soltanto i sindacati, come è avvenuto alla recente conferenza trentina sulla scuola. Propongo quindi che questa richiesta di autonomia metodologica impegni chiaramente la Giunta provinciale nel dispositivo della mozione.

Entrando, dopo questa considerazione di metodo, sul terreno dei contenuti della riforma Berlinguer che l’assessore Passerini sembra sempre più impegnato a "clonare" anche per il Trentino, una prima fortissima perplessità riguarda, a proposito dei cicli scolastici, l’ipotesi di anticipare l’obbligo fin dal terzo anno della scuola materna. E’ difficile comprendere, in primo luogo, per quale motivo dovremmo accettare una riforma dell’unico segmento scolastico efficiente di cui disponiamo, la scuola dell’infanzia, appunto che è anche il solo a esserci invidiato non soltanto in Italia ma a livello europeo. In secondo luogo l’obbligatorietà del terzo anno della materna è in controtendenza rispetto alle richieste di non istituzionalizzare la vita sociale e le persone attraverso i servizi. Costringendo le famiglie a iscrivere i propri bambini a scuola un anno prima, l’Ente pubblico riduce di fatto i tempi e i margini di intervento educativo, ma anche di contatto dei genitori e accresce i propri, secondo una logica di ingerenza nella sfera delle responsabilità primarie decisamente anacronistica e sicuramente non finalizzata a valorizzare le risorse sociali, come vorrebbe invece il principio di sussidiarietà. Infine, dal punto di vista psicopedagogico le più autorevoli riviste specializzate sconsigliano decisamente l’assimilazione dell’ultimo anno della scuola dell’infanzia alla scuola di base, perché è inevitabile che ciò finisca per irrigidire il rapporto del soggetto in età evolutiva con l’istituzione, quando invece, fra i tre e i sei anni, servono ambienti e percorsi educativo-didattici quanto più possibile flessibili e calibrati rispetto alle specifiche esigenze prescolastiche di crescita dei bambini.

C’è inoltre, nella riforma del Ministro, una estensione esorbitante del tempo scolastico, fino a toccare il tetto delle 40 ore settimanali, ormai rifiutate anche dal sindacato dei metalmeccanici. Anche qui la famiglia non solo non è presa in considerazione, ma nel testo del Ministero si afferma espressamente che occorre "vincerne le resistenze". Il fatto che la pura permanenza dell’alunno a scuola sia considerata un valore in sé è confermato dai "premi" assegnati in termini di punteggio in occasione dell’esame di maturità a chi avrà frequentato maggiormente la scuola sotto il profilo della quantità. Alla qualità si preferisce quindi decisamente la quantità, senza preoccuparsi minimamente di dare al tempo-scuola anche pomeridiano contenuti significativi, anche perché nel modello ministeriale prevale il mito dell’autoformazione dei ragazzi e del ruolo sempre meno autorevole del personale insegnante. Basta considerare, da questo punto di vista, lo "statuto delle studentesse e degli studenti" posti formalmente sullo stesso piano dei docenti, ma in realtà resi molto più potenti di loro. Lo "statuto" priva i docenti anche di quel poco di autorevolezza che ancora conservavano sugli alunni. Nessuno studente potrà, ad esempio, essere sospeso se non dopo "gravi e reiterate infrazioni disciplinari, ovvero quando siano stati commessi reati o vi sia pericolo per l’incolumità delle persone". In altre parole, nessuno può essere sospeso se non viola il codice penale. Inoltre per "partecipazione al percorso formativo" si intende che "gli studenti potranno chiedere il riesame delle decisioni già assunte dai docenti", mentre la "valutazione delle prove scritte ed orali in corso d’anno deve attivare un processo di autovalutazione". Cioè equivale a una continua possibilità di boicottaggio delle normali attività didattiche e a impedire nei fatti all’insegnante quella selezione che pure egli è chiamato a compiere.

Si dà poi agli studenti la possibilità di indire referendum relativi alle scelte compiute dagli insegnanti, che rischiano quindi di non riuscire neppure a lavorare se non con il consenso degli alunni. Presupposto di questa logica è che la volontà degli studenti sia sempre e comunque buona, mentre le decisioni degli insegnanti tendano sistematicamente a configurare forme di prevaricazione e vadano quindi imbrigliate. Al rapporto educativo, personale ed umano tra professore ed alunno viene dunque sostituito un meccanismo burocratico ed impersonale di reciproco controllo, al punto che nessuna iniziativa del docente può essere assunta senza il placet degli alunni. Non ci si rende conto che sostituendo la democrazia all’educazione non si compie, come si pensa, un atto di giustizia e di civiltà, ma si svuota dall’interno la sostanza stessa dell’insegnamento che è prima di tutto un’esperienza di autorevolezza e di ascolto attraverso la quale, e solo in virtù della quale, è possibile veicolare adeguatamente un sapere.

Altrettanto inaccettabile, sotto questo profilo, è la proposta di riforma della composizione degli organi collegiali, in base alla quale gli insegnanti avranno rappresentanza paritetica rispetto a quella degli studenti nelle scuole superiori. Tenendo conto della presenza delle altre componenti questa situazione spoglia di fatto il personale docente del ruolo preponderante che invece dovrebbe avere nelle decisioni e li induce a recitare sempre più la parte di funzionari-burocrati di un sistema al quale nulla interessa delle loro motivazioni e della loro effettiva professionalità. Non è un caso che nella proposta di riforma del ministro Berlinguer non appaia mai il termine di "educazione". Secondo il Governo l’educazione della persona, lo sviluppo della dimensione umana che in essa alberga, non rientra tra i compiti della scuola: nessuno era mai arrivato a tanto. Questa è la più grossa novità immaginata dal Ministro: i giovani hanno bisogno di una guida "illuminata" ma non di educazione. Sorge il sospetto che questa "guida illuminata" sia rappresentata dal partito del Ministro, che si servirà della scuola di Stato per controllare e orientare i processi evolutivi delle giovani generazioni verso i propri obiettivi di potere, adottando per questo inevitabilmente un modello uniforme di "cultura nazionale", che prima è stato ricordato dal collega.

Un altro elemento fondamentale della riforma Berlinguer è l’esclusione, almeno in questa prima fase, di modificazioni strutturali del sistema, di un provvedimento che parifichi realmente le scuole a carattere non statale con quelle direttamente gestite dall’Ente pubblico. Ancora una volta prevale la logica secondo cui solo lo Stato sarebbe in grado di garantire a tutti un’istruzione e una formazione adeguate, mentre non si potrebbe mai essere sicuri del servizio fornito da altri soggetti. Questo persistente sospetto di inadeguatezza proiettato dall’Ente pubblico, statale o provinciale che sia, su soggetti sociali che si organizzano per realizzare un servizio scolastico finalizzato a soddisfare la domanda educativa e formativa delle persone, è totalmente in contraddizione con il conclamato obiettivo dell’autonomia scolastica. Se infatti si va fino in fondo alla logica dell’autonomia scolastica, chiesta per rendere l’offerta dei singoli plessi sempre più rispondente e sensibile alla domanda articolata delle persone, delle famiglie e della società, il punto non è più chi gestisce la scuola, ma i risultati che si perseguono e si conseguono. Se a contare sono i risultati, lo Stato non può più permettersi di discriminare in base ai soggetti che erogano il servizio, perché dovrà guardare agli esiti e alla rispondenza del servizio stesso rispetto alla domanda, sostenendo l’istituzione in funzione del raggiungimento di tali obiettivi, chiunque sia a fondare e a gestire una scuola.

Autonomia, quindi, significa strutturalmente anche parità, vale a dire uguali condizioni offerte ad ogni singola istituzione statale, provinciale o di diversa natura, per potere rispondere al meglio possibile, anche se ciascuna a proprio modo alla domanda delle persone, delle famiglie, della società. Separare invece l’autonomia dalla parità, come pretendono di fare sia il ministro Berlinguer che l’assessore provinciale Passerini attraverso le loro leggi nazionali e provinciali, equivale a rimanere all’interno della logica del monopolio statalista. Il monopolio dello Stato è incompatibile con un’autentica autonomia delle scuole. In una situazione di monopolio, infatti, non soltanto la collettività non può avvalersi liberamente di servizi scolastici organizzati da soggetti diversi (se non subendo le gravi discriminazioni finanziarie attuali), ma anche le scuole gestite dall’ente pubblico non sono poste in condizioni di esercitare una vera autonomia, in quanto sempre limitate nella loro iniziativa e pur sempre costrette a rispondere, in ultima istanza, più allo Stato o alla Provincia che alle persone, alle famiglie e alle comunità. L’autonomia istituzionale delle scuole a carattere non statale risulta quindi un’autonomia per così dire "fuori mercato", vale a dire accessibile solo a prezzo di enormi sacrifici per le famiglie non agiate. E ciò nonostante considerata sempre di "serie B" e tollerata a fatica (come oggi accade) dall’Ente pubblico. Dall’altra parte, l’autonomia delle scuole statali o provinciali resta di fatto solo apparente e comunque molto ridotta, a causa della soggezione al monopolio centralistico di Roma o di Trento e quindi alla sostanziale uniformità dei modelli di gestione dettati dal vertice, non essendo proponibile il confronto con scuole gestite da enti diversi e, in quanto tali, escluse dalla logica del sistema scolastico.

Dal punto di vista delle famiglie, degli alunni e della società, dal punto di vista...

(...)

DELLADIO: (Concludo e dopo passo in dichiarazione di voto, per completare il ragionamento). Dicevo, dal punto di vista delle famiglie, degli alunni e della società, poi, in una parola, dal punto di vista della domanda, un’autonomia scolastica concepita nell’ambito di una situazione di monopolio qual è quella di oggi non ha alcun significato, perché non apre la strada ad alcuna differenziazione sostanziale nell’offerta, quindi sotto il profilo della qualità intesa come armonizzazione tra offerta e domanda di servizi, in questo caso di natura scolastica.

Concluderò il mio intervento in dichiarazione di voto.

(...)

DELLADIO: Desidero completare il ragionamento che non ho terminato nei 15 minuti primi assegnatimi dal regolamento in discussione generale.

A proposito di parità, la riforma Berlinguer avrà ben poco di europeo se non avvicinerà il sistema scolastico italiano a quello dei molti paesi dell’Unione, dove la libertà scolastica non fa più paura allo Stato, che la sostiene in varie forme, ma sempre partendo dal presupposto di voler utilizzare in pieno tutte le risorse educative di istruzione e formative esistenti nella società, senza privarsi di qualcuna di esse solo perché non gestita direttamente dall’ente pubblico. E’ tempo di riconoscere per legge che in Italia esistono risorse educative enormi anche al di fuori del monopolio statale. Risorse indispensabili alla crescita e al miglioramento dell’efficienza dell’intero sistema, che non possono, come oggi accade, continuare ad essere escluse dal pieno sostegno pubblico, al pari di tutte le altre scuole, per essere offerte alla collettività e a chiunque desideri scegliere liberamente un percorso formativo. Finché lo Stato e la Provincia continueranno ad aver paura delle differenze, il nostro sistema scolastico nazionale e locale non potrà liberare pienamente le proprie risorse e capacità di iniziativa e di risposta scolastica al bisogno educativo della collettività.

Le scuole materne del Trentino, inserite per legge in un sistema misto pubblico e privato, e quello dei centri di formazione professionale della nostra Provincia, anch’essi caratterizzati da una pluralità di soggetti gestionali e non governati soltanto dall’ente pubblico, sono il miglior esempio di quanto la differenza in questo campo possa essere una ricchezza. Non a caso, scuola dell’infanzia e formazione professionale sono riconosciute dallo stesso assessore Passerini come segmenti di eccellenza nel sistema scolastico provinciale. Perché allora non estendere la stessa logica anche alle scuole dell’obbligo? Essendo improbabile che il ministro Berlinguer riesca a mantenere la promessa della parità scolastica, dovendo fare i conti con Rifondazione Comunista - ma è forte sospetto che quello di Rifondazione sia un ottimo alibi per non procedere a una riforma in tal senso - vale la pena di esplorare, anche attraverso l’impegno richiesto alla Giunta provinciale da questa proposta di mozione, le vie per anticipare in Trentino una legge che sancisca la parità tra scuole gestite da enti diversi all’interno di precise garanzie di perseguimento di obiettivi di interesse pubblico.

E’ opportuno esplorare subito gli spazi di intervento giuridico in questa direzione, senza attendere Roma. Dimostreremo così di utilizzare in modo dinamico e innovativo la nostra speciale autonomia statutaria. Si tratta di dar vita ad un sistema scolastico integrato che rispetti l’autonomia delle singole istituzioni nel quadro di obiettivi generali e comuni definiti e verificati nel loro raggiungimento, sia nelle scuole provinciali sia in quelle gestite da altri soggetti.

Concludo ricordando perché, almeno su questo punto della libertà scolastica e del monopolio statale, non possiamo non dirci gramsciani. Scorrendo le pagine di questo intellettuale comunista per obbedire alla circolare diffusa dal ministro Berlinguer che invitava le scuole a celebrare i sessant’anni della morte di Antonio Gramsci, promuovendo lo studio della sua opera, può capitare infatti di imbattersi in una frase degli scritti del 1915-1921 riferiti alla scuola. Testualmente, la frase è già stata riportata dal dottor Pino Morandini. Scrive Gramsci: "Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera, della scuola lasciata all’iniziativa privata e ai comuni. La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola è indipendente dal controllo dello Stato" (Antonio Gramsci, Scritti 1915-1921, Nuovi contributi a cura di Sergio Caprioglio, I quaderni de "Il Corpo", Milano 1968, pagina 85). Sono totalmente d’accordo con Gramsci e sottoscrivo il suo giudizio; quindi ringrazio il ministro Berlinguer per avermi dato l’opportunità di scoprirlo.

Il mio voto convinto, comunque, sarà al documento senza compromessi.