SEDUTA DEL 16 GIUGNO 1998

Disegno di legge n. 188: "Disposizioni concernenti l’autorizzazione e la variazione di prese previste da leggi provinciali e altre disposizioni finanziarie assunte per la formazione dell’assestamento del bilancio annuale 1998 e pluriennale 1998-2000 della Provincia autonoma di Trento";

disegno di legge n. 189: "Assestamento del bilancio di previsione della Provincia autonoma di Trento per l’esercizio finanziario 1998 e bilancio pluriennale 1998-2000";

disegno di legge n. 190: "Misure collegate con l’assestamento del bilancio per l’anno 1998"

DELLADIO: Grazie. Signor Presidente, egregi colleghi in questo mio intervento nel dibattito dedicato al disegno di legge numero 190, ossia "Misure collegate con l’assestamento del bilancio per l’anno 1998", suddividerò in tre parti le considerazioni che intendo proporre. La prima parte verterà sul giudizio relativo al comportamento politico della Giunta e della maggioranza attuali, ma anche della Giunta e della maggioranza precedenti, responsabili sia di questo provvedimento sia della conduzione dell’ultimo quinquennio, sia di questo disastroso finale di legislatura. La seconda parte del mio intervento concentrerà l’attenzione sul collegato visto nei suoi aspetti metodologici e di contenuto: metterò in evidenza le conseguenze negative che questa proposta di legge potrebbe determinare se dovesse essere approvata senza le modifiche di cui mi renderò promotore e voglio ricordare, a questo proposito, alcuni emendamenti di tipo economico, emendamenti per quanto riguarda la sanità, il potenziamento e la difesa degli ospedali di periferia ed altri. La terza parte indicherà l’alternativa politica e programmatica che fin d’ora occorre perseguire per lo sviluppo del Trentino, rovesciando l’impostazione data dalle varie Giunte Andreotti e anche in questo provvedimento allo scopo di promuovere un nuovo modello in campagna elettorale e poi nella prossima legislatura provinciale.

Inizio subito dalla prima parte che, come dicevo, voglio utilizzare per esplicitare il giudizio politico sulle forze del governo e su quelle dell’attuale maggioranza da cui questo disegno di legge è proposto. E’ un giudizio maturato non solo in me, ma anche in gran parte dei cittadini del Trentino e documentato dalle più recenti indagini di opinione. Innanzitutto, l’attuale quadro delle forze politiche di governo e che sostengono la Giunta provinciale va nettamente distinto in termini di responsabilità di idee proposte e comportamenti dal quadro politico delle forze di opposizione, di cui sono esponente. Il Governo Andreotti, come attestano i sondaggi pubblicati dalla stampa locale, non ha solo deluso le aspettative dei cittadini del Trentino ma le ha anche tradite. La Provincia ha perso terreno e credibilità su molti versanti, sia a livello nazionale sia nel confronti di Bolzano e di altre regioni, proprio per l’incapacità di avvalersi dell’autonomia di cui è ancora dotata. Un esempio recente riguarda la scuola e la mancanza di politiche adeguate alla provincializzazione del personale, il decreto del Presidente della Repubblica 408 in generale. Il risultato è una irrazionale distribuzione delle risorse che, con novecento miliardi di spesa per questo settore, rende esangue il bilancio provinciale nei prossimi anni senza prefigurare nessun miglioramento qualitativo e nessun progetto da riscatto della cultura scolastica in Trentino. Attraverso il monitoraggio sulle preferenze politiche, gli elettori nella nostra provincia hanno detto chiaramente che, in vista della prossima consultazione di novembre, pur tra molte incertezze, una cosa per loro assolutamente certa è la convinzione che Andreotti - che non è presente attualmente - e i suoi sostenitori abbiano sistematicamente male governato il Trentino, sia nell’ultima versione della sua Giunta sia in quelle rimpastate sotto lo stesso Presidente nell’ultimo quinquennio. Siamo di fronte ad un giudizio inequivocabile, che condanna senza appello un’intera stagione politica iniziata con la prima Giunta Andreotti all’insegna delle promesse di superamento della prima Repubblica e conclusa con la gente trentina indotta a rimpiangere i tempi di Malossini e comunque a dire basta a questa presa in giro.

Non è un caso che oggi le simpatie dell’elettorato siano invece indirizzate, come le indagini preelettorali documentano, palesemente verso le poche forze politiche estranee alle Giunte Andreotti nel corso di questa legislatura e in primo luogo verso quella che io rappresento, cioè Forza Italia, il cui merito è di non essersi mai resa complice del malgoverno al quale hanno invece largamente concorso sia i partiti pseudoautonomisti del Trentino sia i partiti della sinistra. Il tardivo ripensamento di questi ultimi, usciti malamente lo scorso anno dalla Giunta Andreotti, non basta a scagionare i rappresentanti delle forze uliviste riformiste e postcomuniste che siedono in questa aula dalla gravissima responsabilità di avere scelto di entrare nel governo provinciale contribuendo alla stessa politica di Andreotti, senza neppure turarsi il naso pur di assumere un ruolo di potere. Non basta a scagionarli, perché l’assoluta incompatibilità politica tra loro, il PATT e gli altri grigi esponenti veterodemocristiani perennemente seduti nell’esecutivo, era in realtà visibile a occhio nudo fin dall’avvio di questa ridicola alleanza. Gli elettori l’hanno capito subito perfettamente e ora si preparano a punire con il loro voto l’inaffidabilità di questi signori autonomisti senza identità da una parte, ed esponenti sia della vecchia balena bianca, sia di centro sinistra e di sinistra dall’altra. L’unica realtà politicamente credibile in questo Consiglio, l’unica realtà che i cittadini del Trentino si accingono a sostenere, anche grazie a questo sfacelo causato dalle finte maggioranza guidate da Andreotti, è oggi costituita dalle forze rimaste sempre chiaramente e coerentemente all’opposizione, innanzitutto dalla forza di cui sono rappresentante.

In questa cornice il disegno di legge collegato di cui stiamo discutendo non è che il coronamento di un processo di dissoluzione interno alla maggioranza e alle forze ad essa vicine, processo consumatosi lentamente perché trascinato il più a lungo possibile nel tempo, dall’inizio alla fine di questo quinquennio, al solo scopo di non perdere le poltrone e le posizioni di potere acquisite. Un processo di autodissoluzione, notate bene, di cui le stesse forze di governo sono sempre state lucidamente e pienamente coscienti e tuttavia, pur essendo consapevoli di andare incontro al baratro dell’insuccesso e all’insoddisfazione degli stessi cittadini elettori, queste forze di governo hanno continuato la loro opera di logorante sgretolamento della loro stessa dignità politica agli occhi della società e dell’opinione pubblica, un’insistenza questa che evoca l’antico adagio "errare è umano, perseverare è diabolico". Ma c’è un altro motto che con un piccolo ritocco si potrebbe applicare facilmente a questa Giunta - visto il nome dell’autore, Andreotti Giulio - con una modifica: il potere logora anche chi ce l’ha, nel caso in cui non sappia farne buon uso. Il problema però è che, oltre a logorare la Giunta Andreotti e le varie forze che l’hanno sostenuta, il malgoverno della macchina provinciale, delle sue risorse, ha trascinato nella sua rovina anche le istituzioni autonomiste con il risultato di spazientire i cittadini e le varie componenti organizzate dalla società civile del Trentino. Non a caso, per tentare in qualche modo di salvare la faccia, il Presidente Andreotti nella quasi totalità dei suoi discorsi ha incautamente attribuito a tutto il Consiglio provinciale e alle forze che ne fanno parte la responsabilità dello sfascio politico causato invece dal suo stesso governo, in primo luogo dal suo partito e dai suoi alterni alleati. Ma oggi i nodi vengono tutti chiaramente al pettine e gli elettori dimostrano di saper distinguere chi è colpevole e chi no rispetto all’attuale stato preagonico della nostra autonomia, rispetto alla perdita di credibilità e di autorevolezza della politica rispetto ai troppi problemi lasciati insoluti nel corso di questi ultimi anni, fino al punto che ora è diventato estremamente difficile raddrizzare certe situazioni. Il prezzo più alto da pagare ce l’avranno i cittadini, le associazioni, le imprese, il tessuto economico del Trentino che invano hanno sistematicamente reclamato un briciolo di responsabilità e di capacità decisionale da parte delle varie Giunte Andreotti nei confronti delle esigenze vere, reali, concrete del territorio e dello sviluppo.

E’ quindi giusto, anzi sacrosanto, che chi ha sbagliato, chi cioè non ha risposto a queste legittime istanze, chi addirittura spesso non le ha neanche ascoltate o le ha considerate con supponenza, perché aveva altro a cui pensare, ebbene chi si è comportato così se ne vada. Se ne vada però possibilmente senza provocare altri danni, se ne vada in silenzio senza lasciare traccia, facendosi dimenticare per non peggiorare il già bruttissimo ricordo che i trentini hanno di questa estenuante stagione di Giunta Andreotti. Se ne vada senza pretendere di rimediare a cinque anni di sostanziale vuoto politico e amministrativo con un assestamento di bilancio che dovrebbe essere solo di natura tecnico-finanziaria, e che invece viene strumentalizzato con un’operazione di basso profilo politico come quella del collegato. Non paghi della pessima figura rimediata in questi anni a colpi di malgoverno, adesso il Presidente e gli assessori alleati vogliono dare a se stessi e al Trentino un’ultima picconata utilizzando il collegato all’assestamento. Il nostro compito di oppositori dovrebbe essere quello di dissuadere il governo provinciale da questa ennesima prova di confusione e di inefficienza politica e amministrativa; forte è, d’altra parte, anche la tentazione di lasciar correre e di non impedire ai componenti di questa Giunta di andare incontro al loro sicuro suicidio politico proprio alla vigilia delle elezioni regionali, e non è un caso che sul collegato si sia espressa solo una delle Commissioni legislative del Consiglio provinciale chiamate ad esaminare il disegno di legge. Se ancora qualcuno nutriva illusioni circa la volontà politica di questa Giunta, di mandare avanti almeno in extremis delle proposte che si presumeva fossero condivise almeno dai consiglieri della coalizione, dagli assessori e dal Presidente, credevano nella grottesca conclusione dei lavori delle Commissioni legislative, documenta l’inesistenza di qualunque unità di intenti all’interno della maggioranza e l’assoluta incapacità di qualunque mediazione politica con le minoranze.

Ci troviamo in aula con un testo colabrodo: nessuno, né da parte della maggioranza né sul versante delle opposizioni, sarebbe disposto e scommetterebbe con certezza sulla tenuta di un solo articolo. L’ulteriore dichiarazione apparsa oggi sui giornali del collega Fedel ne è la riprova, certifica quanto detto. D’altra parte la Giunta non ha mai avuto e non ha neppure oggi il coraggio o, se vogliamo, l’umiltà di chiedere il sostegno delle minoranze per favorire l’approvazione di alcune scelte considerate irrinunciabili per il Trentino, eppure la ricerca di consensi di voti di appoggio al di fuori della maggioranza dovrebbe essere normale, per una coalizione che governa con numeri risicati e spesso divisa al proprio interno. Non è vero quindi, Presidente Andreotti, affermare come lei ha fatto che in questi anni le sue tre Giunte abbiano garantito un minimo di governabilità e di stabilità. Essere riusciti a trascinarsi in qualche modo fino al termine della legislatura non si può sbandierare impunemente come un successo e ancor meno rappresenta un bene per il Trentino: occorreva invece il pudore e l’onestà di ammettere che, quelli trascorsi per l’amministrazione provinciale, sono stati cinque anni di pura gestione dell’esistente, dove nessuno degli impegni programmatici rilevati assunto all’inizio è stato attuato. Occorre ammettere che la legislatura si sta concludendo con un nulla di fatto in materia - e qui l’elenco delle inadempienze e delle promesse non mantenute, lo preannuncio, sarà molto lungo - di riforma istituzionale, perché i comprensori dopo tanto discutere della loro soppressione e della loro trasformazione sono rimasti intatti sia per quieto vivere, sia perché per qualcuno - in particolare gli assessori del Partito popolare italiano - sono visti ancora un po’ illusoriamente come un possibile bacino di voti per le elezioni del novembre prossimo.

Nulla di fatto anche in materia di riforma elettorale, perché la soglia al 5 per cento è una riforma minima e non assicura alcune cambiamento positivo nei meccanismi di voto; di riforma delle politiche economiche, perché la Giunta è riuscita a malapena ad abbozzare un disegno di legge di adeguamento dei nuovi parametri dell’Unione europea già entrati in vigore, signor assessore Holzer; di riforma delle politiche del territorio, perché come è noto non avremo una variante al piano urbanistico provinciale, come è stato ricordato poc’anzi dal collega Pinter, nonostante l’urgenza da tutti riconosciuta di metter mano a queste norme che in nome della tutela dell’ambiente paralizzano lo sviluppo. Nulla nemmeno per quanto riguarda la riforma delle politiche del turismo: in quest’ultimo campo, in particolare, è mancata l’unica legge veramente attesa dagli operatori da oltre dieci anni, quella relativa alla riorganizzazione turistica del comparto; ma non bisogna dimenticare i pasticci della Giunta, che non è riuscita neppure ad approvare la proposta di legge relativa alla nuova classifica alberghiera che è impantanata nella Seconda Commissione legislativa per il fatto che si sono discussi argomenti che non erano priorità della Giunta, argomenti voluti e in discussione dagli stessi componenti della maggioranza. Sulla riforma delle politiche del commercio, mentre in Italia viene varata una vera e propria rivoluzione del settore con il decreto Bersani, in Trentino tutto ciò ha lasciato pressoché indifferente il legislatore provinciale, che non si è neppure preoccupato di capire i margini di autonomia per intervenire. Sulla riforma degli interventi a favore dell’artigianato, le promesse della Giunta sono rimaste solo sulla carta, nonostante la presenza nell’esecutivo provinciale dell’assessore Holzer, espressione diretta di questo comparto produttivo. Sulla riforma delle politiche scolastiche non certo riducibili al nuovo contratto degli insegnanti, riforme con cui occorreva conferire una reale autonomia agli istituti e gli emendamenti troveranno il voto positivo in questa collegata su questo aspetto. Come dicevo, sono riforme con cui occorreva conferire una reale autonomia agli istituti per ridurre la spesa pubblica in questo settore, e riforme in funzione di una concreta parità tra scuola statale e scuola non statale in base all’impegno affidato alla Giunta dalla maggioranza dei consiglieri provinciali con una apposita mozione del 5 maggio 1997.

C’è poi la riforma della formazione professionale, all’insegna di una maggiore flessibilità alle esigenze delle imprese e di un effettivo coordinamento dei centri, anche in relazione al proliferare di offerte proposte formative da parte sia degli enti pubblici e parapubblici sia dei privati; ci sono riforme di politiche sociali per renderle più selettive tra chi ha veramente bisogno di sostegno, chi invece ha la possibilità di sostegno e chi invece ha la possibilità di autogestirsi senza più aiuti pubblici. L’elenco delle riforme e dei provvedimenti mancati dalle Giunte Andreotti potrebbe proseguire citando la non attuazione della riforma del pubblico impiego, la mai avvenuta verifica delle produttività del personale, degli uffici dei servizi provinciali; ancora, la battaglia interrotta sulle politiche per l’energia e la prospettata riduzione del costo fiscale del gasolio nelle aree di montagna e così via.

Ma torniamo ad oggi: l’incertezza regna infatti sovrana anche su quest’ultimo passaggio legislativo, e ciò ovviamente a scapito della fiducia nelle istituzioni autonomistiche e nelle giuste aspettative delle forze sociali ed economiche della nostra provincia. Questo è l’altissimo prezzo di contenuto e di immagine che oggi la massima istituzione democratica e parlamentare del Trentino paga, non a causa della frantumazione del quadro politico e neppure a causa delle minoranze all’opposizione, ma solo perché chi era al governo non ha avuto il coraggio di evitare questo scempio, pur di salvare la propria permanenza o il proprio inserimento nella Giunta provinciale, nelle posizioni di potere da essa dipendenti. A questo punto è forse meglio per tutti che si consumi completamente questo processo di delegittimazione pubblica di una classe politica, grazie alla quale l’autonomia trentina non era mai caduta così in basso. Non sarà certo il mio voto sul collegato a fermare il vostro impulso autodistruttivo, tuttavia è bene che siano note da un lato la mia estraneità rispetto agli elementi palesemente inadeguati e inaccettabili di questa vostra operazione legislativa di fine mandato e, dall’altro lato, la mia volontà di favorire il più possibile la soluzione dei problemi urgenti non più eludibili e messi sul tappeto dalle forze economiche e sociali del Trentino.

Entro quindi subito della seconda parte di questo mio intervento, che avevo annunciato precedentemente, con le valutazioni relative al disegno di legge il quale, ripeto, anche sulla base delle limitate risorse finanziarie disponibili in assestamento, doveva essere un provvedimento finalizzato esclusivamente a sanare alcune questioni improcrastinabili e a sciogliere alcuni nodi retaggio del passato, pena il peggioramento di situazioni già difficili da sanare. Si è invece voluto coscientemente - e quindi ancora più colpevolmente - fare di questa proposta legislativa un coacervo di microriforme o di leggine ingiustificabili rispetto a questo passaggio conclusivo di fine quinquennio. Microriforme e leggine che, per loro natura, non sono né carne né pesce: esse infatti non costituiscono né un serio tentativo di affrontare organicamente e compiutamente le materie oggetto degli interventi, ma non sono neppure uguali a zero, perché incidono pur sempre, bene o male (ma di solito più male che bene), sull’assetto normativo provinciale. Si tratta quindi, lo sapete benissimo, di interventi inevitabilmente parziali e incompleti che rinviano a future leggi, quindi in qualche modo appesantiscono il già pesante fardello di difficoltà con le quali dovranno fare i conti i futuri amministratori provinciali. Questi futuri amministratori provinciali dovranno dunque rivedere il quadro legislativo e, trovandolo frantumato in mille parti, si vedranno obbligati a ricominciare da capo. Il Trentino perderà così altro tempo prezioso per le riforme, ma quel che è peggio è che questa perdita di tempo futura la ipoteca fin d’ora.

Un’altra osservazione importante riguarda il fatto che non tutti gli articoli inseriti a varie riprese dalla Giunta nel collegato sono inutili e da bocciare, anzi: tuttavia, per il fatto che questi articoli sicuramente interessanti sono stati impacchettati in un fascio di norme del tutto inopportune all’interno del collegato, il rischio è quello di buttare insieme all’acqua sporca anche il bambino. Prendiamo un esempio di acqua sporca: nell’articolo 1 la Giunta propone di delegificare il programma di sviluppo provinciale giustificando l’iniziativa con l’esigenza di introdurre una maggiore flessibilità nella concertazione con le organizzazioni economiche e sociali e nel dibattito politico. Ritengo che ciò rappresenti un atto politicamente gravissimo e completamente fuori luogo nell’ambito del collegato, in quanto segna la resa definitiva della necessità di mantenere in capo il Presidente della Giunta provinciale la funzione di governo, indirizzo strategico, coordinamento e controllo dei piani di settore. Non a caso il programma di sviluppo provinciale in Trentino è stato sempre una legge fin dalla sua istituzione, nei primi anni Ottanta: esso deve infatti godere di una dignità politica di rango superiore rispetto ai piani settoriali per poterli presiedere e orientare con l’efficienza. Ciò in quanto i piani settoriali, eccezion fatta per quello sanitario che in questo collegato vuole essere delegificato, sono invece atti amministrativi e, in quanto tali, sottoposti all’obbligo della coerenza e della compatibilità con il programma di sviluppo provinciale e di relativi progetti e subprogetti in esso contenuti. Ridurre il programma di sviluppo provinciale ad una sorta di piano dei piani, come si afferma nell’illustrazione dell’articolo 1, significa svuotarlo di quell’autorità politica di tipo strutturale che solo una legge può avere; che il programma di sviluppo provinciale debba restare legge si spiega con la sua stessa natura di documento strategico che detta obiettivi criteri di intervento e progetti pluriennali ai quali le stesse normative di bilancio, che pure sono leggi, sono tenute ad obbedire.

Dovrebbe essere evidente che un piano approvato con delibera della Giunta provinciale non può condizionare le scelte qualificanti, le impostazioni e i contenuti di una legge finanziaria. Il piano di sviluppo diventa in questo caso totalmente inutile, un proforma e quindi scompare; la conseguenza immediata è la perdita di qualunque possibilità di governo dei piani settoriali, formazione professionale, turismo, lavoro la cui autonomia rispetto alle linee strategiche complessive è già oggi molto forte. In questo modo l’autonomia dei piani settoriali si trasformerà in totale indipendenza: vi lascio immaginare quale potranno essere i devastanti riflessi di questa operazione sul bilancio provinciale ed in particolare sulla spesa corrente. Ciascun settore con relativi dipartimenti servizi e uffici potrà contare su margini di manovra molto ampi, non più solo sul piano amministrativo ed anche in chiave politica ciò aprirà la strada a scelte solo apparentemente innestate nel piano di sviluppo, ma di fatto del tutto svincolate e potenzialmente orientate a consolidare e incrementare il già notevolissimo potere degli apparati burocratici e dei dirigenti provinciali. Non ho dubbi che la proposta di delegificare il programma di sviluppo provinciale provenga non dal Presidente o dagli assessori, ma dai dirigenti o, per lo meno, da alti funzionari la cui capacità di influenzare le scelte politiche della Giunta ha raggiunto con questo articolo il suo apice. E’ proprio il caso di fare i complimenti ai signori dirigenti: dopo aver abilmente piegato ai loro obiettivi la Giunta Andreotti - anche se questo non deve essere stato particolarmente faticoso - ora si accingono a sancire per legge la subalternità dei futuri governi provinciali e dei loro piani settoriali. A questo punto sarà il caso che il dottor Dal Monego, capo del dipartimento affari finanziari, nel gestire i cordoni della borsa se la veda solamente con i suoi colleghi e non perda più tempo con il Presidente e gli assessori della Giunta provinciale. Il bilancio, se passerà l’articolo 1 di questa legge, diventerà infatti una questione tutta interna alla burocrazia provinciale, insomma una torta da spartire tra settori di mamma Provincia attraverso i relativi piani. Certo, si obietterà che oggi, pur essendo approvato con legge il programma di sviluppo provinciale, non esercita affatto questo potere vincolante di indirizzo e coordinamento delle scelte settoriali. Rispondo che questo è senz’altro vero, ma non perché sia legge, bensì per l’inefficienza della sua gestione: basterebbe invece evitare che il programma di sviluppo provinciale rappresenti, come oggi accade, una sorta di libro dei sogni che contiene un po’ di tutto, ma che proprio per questo alla fine non regola un bel niente.

Il programma di sviluppo provinciale dovrebbe limitarsi a fissare in poche pagine una serie di obiettivi di carattere generale e alcuni criteri di comportamento estremamente chiari, ai quali tutti i piani settoriali e le leggi siano tenute ad assoggettarsi. Il programma dovrebbe indicare i tempi entro cui questi obiettivi vanno raggiunti e definire gli strumenti di verifica dei risultati, ma soprattutto il programma di sviluppo provinciale dovrebbe essere legge per poter costituire il manifesto politico vincolante di un’intera legislatura, al termine della quale tutti possono accertarsi della coerenza delle azioni rispetto all’esito finale. In questo senso il piano di sviluppo provinciale dovrebbe integrare le dichiarazioni programmatiche pronunciate da un Presidente della Giunta provinciale all’inizio di ogni legislatura e questo attraverso l’elaborazione del programma nella quale gli esperti non filtrino più di tanto, ma recepiscano effettivamente le richieste dei cittadini, delle amministrazioni locali e delle parti sociali ed economiche.

Fino ad oggi il Comitato provinciale per la programmazione ha reso puramente formale l’operazione ascolto della società civile nelle sue diverse espressioni. Questo ha finito per demotivare sia le amministrazioni comunali, sia le associazioni di sindacati circa la possibilità di far rifluire idee, proposte e progetti all’interno del documento programmatico. E’ tempo invece che il programma di sviluppo provinciale torni a rispondere effettivamente alle attese della comunità trentina: la trasformazione in legge di questo documento sarebbe un segnale molto importante di democrazia sostanziale e impedirebbe al Presidente, alla Giunta provinciale, di prescindere dal programma di sviluppo nel perseguire la loro linea di governo, ma solo se sarà legge il programma di sviluppo acquisterà un forte peso politico e strategico, diventando soprattutto un vero strumento di paragone e di indirizzo rispetto ai successivi progetti, alle successive strategie, alle successive scelte legislative ed amministrative della Giunta e del Consiglio provinciale. Diversamente, la sistematica mancanza dell’indispensabile raccordo tra dichiarazioni programmatiche di un Presidente della Giunta all’inizio di ogni legislatura e programma di sviluppo provinciale, la mancanza di un sistematico raccordo tra le annuali dichiarazioni di bilancio ed eventualmente di assestamento al bilancio e programma di sviluppo provinciale e infine la mancanza dell’irrinunciabile subordinazione dei piani settoriali e programma di sviluppo provinciale, raccordo che solo facendo di quest’ultimo una legge si potrebbe sancire, continueranno ad ingenerare confusione e ad impedire la verifica dei risultati raggiunti rispetto alle intenzioni progettuali, agli obiettivi annunciati.

Non si comprende comunque perché la delegificazione del programma di sviluppo provinciale, costituendo una riforma politicamente rilevante sotto il profilo dell’impianto istituzionale, dovrebbe essere proposta in sede di collegato alla finanziaria di metà anno, vale a dire di un provvedimento di rilevanza prettamente tecnica. Questa infatti dovrebbe essere la connotazione di questa finanziaria di inizio estate preelettorale. Preannuncio quindi fin d’ora il mio voto decisamente sfavorevole all’articolo 1 del collegato.

Un esempio invece di ciò che dal collegato non dovrebbe essere espunto, per stare alla metafora iniziale del bambino da non buttare via assieme all’acqua sporca, si trova nell’articolo 68 ed in particolare alla parte relativa ai contributi di concessione. Qui si tratta infatti di sanare una di quelle situazioni che prima definivo inique e non ulteriormente tollerabili in particolare per il sistema delle imprese del settore dell’ingrosso. Si tratta insomma di un’ingiustizia o, meglio, di un’iniquità palese e in quanto tale da rimuovere immediatamente: non serve una legge organica per prendere questa decisione, basta solo essere ragionevoli. Premetto subito che la materia è pienamente riferibile al contesto in cui si inserisce questo disegno di legge, in quanto si tratta di una questione finanziaria o, meglio, di finanza locale e precisamente di tasse comunali sui manufatti. Per chiarire la richiesta in questione mi limito a sintetizzare un pezzo giornalistico apparso recentemente a questo proposito su un quotidiano locale. Sono molti - dice l’articolo - gli impegni presi dalla Giunta provinciale che rischiano di rimanere sepolti sotto questa abborracciata fine legislatura. La riduzione degli oneri di urbanizzazione per il commercio all’ingrosso è fra questi. Da qualche anno il settore protesta perché, collocandolo nella categoria C2, la legge urbanistica 22 del ‘91 lo assimila ai fini del pagamento degli oneri di urbanizzazione al commercio al minuto. Ne consegue che costruire un capannone da destinare all’ingrosso risulti molto più costoso di un analogo investimento destinato all’artigianato, alla piccola industria su cui, collocati come sono nella categoria C1, gravano oneri mediamente dimezzati. Ne risulta un ingiustificato aggravio di costi e conseguenze urbanistiche poco desiderabili per la collettività: i capannoni dei grossisti, infatti, tendono con ciò a non trasferirsi nelle aree miste a loro destinate ma a restare nei vecchi siti, magari nel cuore dei centri urbani, con tutto il disagio che ciò comporta nei complessi rapporti tra esigenze di spazio, circolazione e traffico commerciale.

Recentemente, prima l’assessore Leveghi poi l’assessore Zanoni, si erano mostrati ragionevoli e sensibili al problema e la soluzione trovata era molto semplice: assimilare l’attività economica dei grossisti a quella artigianale industriale come in effetti è. Ora il rischio è che un settore che conta un migliaio di aziende, undicimila addetti, venga danneggiato dalle conflittualità e dalle ripicche che accompagnano questo collegato. Il rischio insomma è che questa norma tendente a sanare la pur manifesta incongruenza legislativa, venga assimilata alle altre norme urbanistiche dell’articolo 68 e considerata non pertinente rispetto alla natura tecnico finanziaria di questo collegato. Non a caso nei giorni scorsi la Commissione legislativa competente aveva cassato dal testo in polemica con la Giunta provinciale tutte le norme urbanistiche, sostenendo che andavano trattate autonomamente per non alimentare ancora il pasticcio di una finanziaria già sufficientemente incongruente. Si tratta di una ragione sicuramente importante, che tuttavia rischia di affossare anche un intervento indispensabile, di natura finanziaria come questo. In gioco è infatti una norma finanziaria che fissa gli introiti comunali per gli oneri di urbanizzazione. Occorre rimediare subito a questo classico caso di alterazione della realtà economica vista non per quello che è concretamente, per come si presenta, ma con gli occhiali della burocrazia, e quindi classificati in modo del tutto inadeguato. Poco male se la conseguenza non fosse un balzello assurdo rispetto alle dimensioni e all’attività effettiva delle aziende dell’ingrosso; se il Consiglio dovesse cassare il provvedimento che nel collegato risolve questo problema, dimostrerebbe ancora una volta la distanza tra la politica provinciale e l’esigenza dell’economia della società trentina. Sempre in tema di commercio, ma il riferimento stavolta al commercio al dettaglio all’articolo ex 30 ora 29 mostra fino a che punto l’assessore Moser e la Giunta siano riusciti a pasticciare con le norme di un settore già messo ampiamente sotto sopra causa la difficile interpretazione delle novità annunciate da gennaio fino ad oggi dalla riforma Bersani in campo nazionale.

Come è noto la liberalizzazione del commercio al dettaglio - chissà perché prima e finora unico comparto economico in Italia ad essere liberalizzato - non è stata ancora recepita in Trentino, in quanto la legge Bersani consente alle Province autonome e quindi anche alla nostra di adeguare entro un anno la riforma, alle specifiche esigenze del nostro territorio, con una apposita norma di attuazione statutaria. Nonostante le sollecitazioni delle associazioni economiche interessate, la Giunta Andreotti non si è minimamente attivata per legiferare in tal senso con il pretesto delle elezioni imminenti: in realtà è un disegno di legge largamente condiviso dalle categorie, era già pronto dall’anno scorso ma è rimasto nel cassetto, e tutto ciò nonostante la Giunta avesse inserito proprio questo provvedimento sul commercio tra i disegni di legge considerati prioritari e ai quali riservare una corsia preferenziale allo scopo di consentirne l’approvazione in Consiglio provinciale. Fatto sta che, in assenza di un adeguatamente legislativo, gli operatori commerciali del Trentino rischiano di trovarsi in netto ritardo rispetto alla rete distributiva del resto d’Italia nell’avvio del difficile processo di rinnovamento del settore. Ecco perché va detto a chiare lettere che la colpa di questo ritardo non è imputabile alla ravvicinata scadenza elettorale del novembre prossimo, ma alla discontinuità delle Giunte Andreotti ed in particolare all’immobilismo degli ultimi due anni. L’assessore Benedetti aveva infatti predisposto un disegno di legge accettabile approvato dalla Giunta un anno fa e che tuttavia l’ultimo governo provinciale con il nuovo assessore Francesco Moser non ha saputo portare in aula. Evidentemente l’assessore deve essersi reso conto della figuraccia che stava rimediando da questo punto di vista e per questo i suoi servizi hanno sfornato una sottospecie di leggina, un unico lunghissimo articolo - il numero 30 - inserito quasi completamente a sproposito nel collegato per allineare parzialmente il commercio trentino a quello del resto d’Italia come era prima della riforma Bersani. Insomma, dopo venticinque anni il settore dei punti vendita della nostra provincia viene regolato su quello delle altre regioni, e il grottesco è che questo avviene proprio mentre le altre regioni si accingono ad un cambiamento radicale all’insegna della liberalizzazione imposta dalla Bersani. Questo articolo del collegato può essere considerato quasi l’emblema di tutto il disegno legge: qui è condensata infatti tutta la tardiva pretesa della Giunta Andreotti di recuperare affannosamente e maldestramente il tempo sprecato negli ultimi cinque anni.

Sia ben chiaro, non voglio dire che l’assessore Moser e la Giunta dovessero starsene con le mani in mano, era però sufficiente che facessero l’unica cosa sensata e da tutti invocata, anche perché imposta dalla stessa Bersani nel resto d’Italia, cioè bloccare per un altro anno fino all’autunno del 1999 l’autorizzazione alla apertura di nuove grandi superfici commerciali, superiori agli ottocento metri quadrati, sul territorio provinciale. Bastava insomma in questo collegato rinnovare il no a nuovi grossi supermercati e agli ipermercati, così come richiesto dalle associazioni di categoria, invece Moser preso dall’ansia insana di far vedere qualcosa di più, qualcosa che si avvicinasse ad una mini riforma del commercio in Trentino, ha pasticciato abbondantemente. In primo luogo, dopo aver dato l’idea di sancire il blocco richiesto, l’assessore invece ha inserito con l’avallo della Giunta norme che permettono l’apertura di grandi superfici in deroga al blocco, e mi riferisco alle famigerate lettere a) e b) del quinto comma dell’articolo 30 del collegato. In questo modo Moser ha dato adito a legittime perplessità e a sospetti di cedimento ad interessi estranei a quelli di una corretta disciplina del settore. La sua reazione stizzita sui giornali e l’aver mantenuto queste norme anche dopo le critiche a lui rivolte per questo dalle categorie economiche, non ha fatto che accentuare ulteriormente l’impressione che l’assessore avesse la coda di paglia, non ha fatto che acuire queste perplessità e questi sospetti proprio perché l’unica risposta possibile ed accettabile che ci si aspettava da lui era l’eliminazione di queste evidenti contraddizioni.

Un secondo pasticcio incomprensibile riguarda le regolamentazioni di alcune tabelle merceologiche per avvicinare la situazione del commercio al dettaglio del Trentino a quella del resto d’Italia, se non che nel resto d’Italia anche altre tabelle merceologiche che da noi sono programmate risultano da anni deregolamentate. Non si capisce allora perché Moser voglia fare ad ogni costo le cose a metà, creando evidenti discriminazioni tra esercizi commerciali con diverse tabelle merceologiche, anziché allineare completamente la situazione del commercio in Trentino a quella esistente nelle altre regioni d’Italia. Il terzo elemento inaccettabile della leggina Moser sul commercio è al comma 1: la facoltà data agli esercizi commerciali già attivi fino a duecento metri quadrati di superficie di trasferirsi liberamente all’interno del territorio di un comune. In questo modo non si favoriranno di certo i trasferimenti di negozi all’interno dei centri storici, ma semmai il contrario, cioè la fuga dei punti vendita dal cuore delle città verso le periferie, con il risultato di una ulteriore spoliazione dei servizi nelle realtà urbane e di una cresciuta necessità di spostamenti della clientela per gli acquisti. Insomma l’articolo ex 30 ora 29 del collegato andrebbe ricondotto alle sole norme del blocco imposto all’apertura sul nostro territorio di grandi superfici commerciali e per il resto respinto, per non danneggiare la già incerta condizione del settore del dettaglio. Senza questa correzione radicale il provvedimento merita di essere bocciato, così come hanno chiesto del resto tutte e due le organizzazioni economiche interessate le cui osservazioni l’assessore ha quasi completamente ignorato.

Un altro settore economico preso di mira da un articolo del collegato, ed esattamente dall’articolo ex 26 ora 25, è il turismo, con una incauta inesplicabile modifica alla legge provinciale 21 del 1986, nuova organizzazione della promozione turistica della Provincia autonoma di Trento, cioè la legge istitutiva delle APT. Si tratta di uno strano anticipo di quella che dovrebbe essere la riforma delle APT, con la quale si introducono i cosiddetti patti strategici di area: anche qui, come per il commercio, probabilmente con intenzioni in perfetto stile moseriano di produrre una microriforma peraltro assolutamente fuori luogo in quanto avulsa dal contesto organico di una vera legge di riforma in materia da anni invocata e proposta dalle organizzazioni economiche in campo turistico. L’assessore sapeva benissimo che un articolo del genere non avrebbe convinto le categorie, perché gli operatori turistici del Trentino attendono da anni la privatizzazione delle APT e la possibilità di una diversa regia della programmazione turistica, sia a livello centrale sia nelle valli. Ma se Moser non poteva aspettarsi che critiche, non si capisce perché abbia voluto ugualmente questo articoletto. Anche a questo articolo dico comunque il mio no a nome delle aziende del turismo in Trentino e sollecito piuttosto il governo Andreotti ad approvare in sede di Giunta il disegno di legge messo recentemente a punto e presentato dall’Unione commercio e turismo e attività di servizi in materia di riforma dell’organizzazione turistica e delle APT, affinché sia possibile lasciare alla futura coalizione provinciale un testo, avendo in mano il quale non sia più necessario ripartire da zero. Ciò soprattutto perché tra operatori e amministrazione provinciale era stata raggiunta una sostanziale condivisione attorno a questa proposta.

Io, signor Presidente, mi fermo e concluderò il mio intervento sull’articolo 1 visto che sono già andato oltre i tempi consentiti, grazie.