SEDUTA DEL 7 febbraio 2001

Disegno di legge n. 101/XII:  "Misure collegate con la manovra di finanza pubblica per l'anno 2001" 

DELLADIO (Forza Italia): Grazie Presidente, egregi colleghi. Io approfitto di questa serie di emendamenti per fare alcune considerazioni sul tema scuola e poi entrerò nel merito dei vari commi dell'articolo che andiamo ad esaminare. Da due anni a questa parte il mondo della scuola e della formazione subisce in Italia un violentissimo “terremoto” riformista che in nome di un cambiamento prima mitizzato e poi avviato nonostante l'assenza di obiettivi ben definiti e sufficientemente condivisi dai soggetti più interessati, insegnanti, dirigenti e famiglie con i figli/studenti, rischia di spazzare via in pochissimo tempo i pochi aspetti affidabili rimasti faticosamente in piedi nel nostro sistema dell'istruzione.

Da questo rischio siamo chiamati a difenderci con tutte le nostre forze, rilanciando in chiave propositiva una coraggiosa progettualità che punti all'ulteriore qualificazione della scuola trentina a partire da interventi concreti come questo sui libri di testo. Ma per tornare al “terremoto”, appena terminate le “scosse di assestamento”, seguite alla delicata riforma delle elementari attuata più di un quinquennio fa, oggi assistiamo ad un riordino dei cicli che, oltre a cancellare in un solo colpo il senso e i contenuti di quella legge, smantella letteralmente la scuola media di primo grado. Rompendo ogni discontinuità tra i primi due segmenti del sistema scolastico, la riforma dei cicli ignora le più consolidate acquisizioni della ricerca pedagogica che da sempre suggerisce di trattare distintamente infanzia e preadolescenza.

A conferma che questo presunto rinnovamento della scuola italiana obbedisce ad un criterio esclusivamente quantitativo, quello di aumentare il numero dei diplomati finali al costo di sacrificare ogni riferimento di natura educativa ed a scapito, soprattutto, della qualità dell'offerta, il Governo non si è minimamente preoccupato di preparare ad una simile svolta, sotto il profilo della formazione, il personale insegnante e dirigente, né si è curato di adeguare a questo inedito modello i curricoli e i percorsi didattici.

La stessa scomposta “nevrosi” riformista presiede alle continue esternazioni dei Ministri alla pubblica istruzione Berlinguer e De Mauro, che sembrano divertirsi a seminare sconcerto sui temi più disparati, l'ultimo dei quali relativo all'opportunità, a loro dire, di sostituire, non si sa bene cosa, alle tradizionali interrogazioni. Il risultato è che a regnare sovrano oggi nella scuola è un misto di confusione e rabbia. Confusione e rabbia documentati da numerosi scioperi e diffusi tra gli insegnanti che si sentono usati e presi in giro a causa dell'ennesimo schiaffo inferto alla professionalità docente da una riforma negoziata sulle loro teste dai partiti forti della maggioranza, d'intesa con le organizzazioni sindacali sempre meno rappresentative.

Confusione e rabbia tra le famiglie per l'ennesima volta espropriate del loro diritto, ad una libera scelta scolastica, costrette ad iscrivere i figli del nuovo ciclo primario senza essere minimamente informate di quanto sta accadendo ed accadrà con la riforma.

Confusione e rabbia tra i dirigenti scolastici ai quali dapprima era stata promessa un'ampia autonomia dei loro istituti, salvo poi vedersi imporre l'esatto opposto attraverso una valanga di diktat sotto forma di circolari ministeriali e di conseguenti disposizioni provinciali, oltretutto quasi sempre di difficile interpretazione e di ancora più ardua applicazione.

Tutto ciò non può che produrre pesanti contraccolpi negativi sugli alunni e sugli studenti, in particolare per quanto riguarda il loro diritto a trovare nella scuola una risposta alla domanda di potersi confrontare con una proposta formativa culturalmente interessante per la loro crescita non soltanto intellettuale ma umana, sociale e civile.

Mi rendo conto di avere dipinto un quadro a tinte fosche, che ha però il pregio di mettere maggiormente in evidenza alcuni elementi sani e di vera novità, ai quali un'intelligente politica scolastica locale può attingere risorse, idee e prospettive per mitigare, se non neutralizzare gli effetti peggiori della riforma nazionale facendo leva, al tempo stesso, sui non pochi punti di forza esistenti nel nostro sistema.

In Trentino disponiamo infatti ancora di un personale dirigente e insegnante di buon livello, di condizioni logistiche e strutture scolastiche quasi ottimali, di una rete di offerte formative e di relativi servizi sufficientemente capillare sul territorio provinciale. Di istituzioni qualificate ed affidabili capaci di curare la preparazione di base ed in servizio del personale docente, di un pluralismo gestionale non molto differenziato ma ancorato ad una solida tradizione e largamente apprezzato.

PRESIDENTE: Grazie consigliere. Altri colleghi in discussione sugli emendamenti testé letti? Passiamo alle dichiarazioni di voto. Prego, consigliere Delladio, ne ha facoltà.

DELLADIO (Forza Italia): Grazie Presidente. Questi sono i fattori dai quali occorre ripartire con rinnovata convinzione interpretando e sfruttando fino in fondo la nostra specialità autonomistica in campo scolastico e formativo.

Guardiamoci intorno. Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, anche a costo di aprire un contenzioso con Roma hanno anticipato nei fatti forme di federalismo nel settore scolastico introducendo il buono scuola, attraverso apposite leggi e regolamenti, consentendo così alle famiglie di scegliere la scuola preferita senza più ostacoli di natura economica e inducendo gli istituti a competere in termini di qualità dell'offerta formativa.

Noi che nei settori della scuola e della formazione possiamo vantare una lunga ed interessantissima storia, siamo invece fermi alla legge 29/90, che abbiamo modificato poc'anzi, sul diritto allo studio, ormai ampiamente superata e dal riconoscimento della primaria responsabilità e dell'inviolabile diritto alla libertà di educazione delle famiglie. Se in Trentino siamo quindi in ritardo in materia di innovazioni rispetto alle Regioni contermini, abbiamo tuttavia ancora la possibilità di recuperare il terreno perduto. Il disegno di legge in materia di credito d'istruzione, sottoscritto anche da me, il cui primo firmatario è il collega Morandini, ha infatti superato l'esame in Commissione consiliare competente ed attende ora soltanto il dibattito politico conclusivo in quest'aula.

Confido si arrivi presto a questo passaggio considerando la sensibilità più volte manifestata in tema di scuola e formazione dal Presidente della Giunta provinciale Dellai e dallo stesso assessore all'istruzione Claudio Molinari.

Nel frattempo è importante dare corso a questo articolo relativo ad uno strumento indispensabile per assicurare la qualità della scuola, la gratuità per esempio dei libri di testo.

Qui voglio andare a braccio dicendo alcune cose. La prima che mi viene in mente è quella di dire che questo articolo nasce da una mozione che io avevo presentato nel lontano luglio del 2000. Una proposta di mozione che aveva un titolo, molto chiaro: "Riforma Berlinguer. Anche in Provincia di Trento i libri di testo in comodato gratuito per la scuola dell'obbligo".

Questa mozione nasce dal fatto che in Provincia di Bolzano, per esempio, i libri di testo in comodato gratuito erano dati agli studenti che frequentavano, e sono dati agli studenti che frequentano il primo anno di scuola superiore. Vedendo questa disparità di trattamento tra la Provincia di Bolzano e la Provincia di Trento subito ho richiamato l'attenzione dell'Assessore competente esprimendo la necessità di estendere anche agli studenti, parliamo dell’allora luglio 2000, anche agli studenti che si iscrivevano e che iniziavano la frequenza della scuola in settembre del 2000, di beneficiare di queste prerogative.

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DELLADIO (Forza Italia): Finisco il ragionamento che stavo per fare prima. Ricordavo che questo articolo da un certo punto di vista nasce anche da una mozione che avevo presentato a suo tempo, nel luglio del 2000, e ricordavo che l'Assessore sicuramente poteva, e sicuramente i servizi competenti potevano, a mio giudizio, intervenire già con l'anno scolastico in corso.

Questo è un rimprovero. Se prima ho richiamato la buona volontà dell'Assessore questa volta gli tiro le orecchie perché probabilmente si riusciva, con l'introduzione di questa norma già l'anno scorso, a fare risparmiare a tutte le famiglie trentine ottocentomila lire, più o meno, di libri di testo, per il primo anno delle scuole superiori relativamente alla scuola dell'obbligo. Anche perché la legge statale numero 9 del 1999 aveva elevato, a decorrere dall'anno scolastico 1999-2000, l'obbligo di istruzione da otto a dieci anni e prevedeva all'articolo 1 che l'istruzione obbligatoria è gratuita. Per queste motivazioni noi dovevamo già a suo tempo approvare questa norma che stiamo approvando adesso.

Aggiungo altre considerazioni. Anche la seconda parte di questo articolo nasce da un sollecito del sottoscritto, sempre confrontando la realtà di Bolzano con quella di Trento.

In Provincia di Bolzano, per esempio, per favorire il diritto allo studio si prevedono borse di studio per gli studenti che frequentano scuole secondarie di secondo grado costretti a risiedere fuori famiglia durante l'anno scolastico. Gli studenti che frequentano almeno quattro giorni alla settimana, o che assumono almeno un pasto al giorno nel convitto o altro, possono godere di borse di studio. Le norme in Provincia di Bolzano considerano il reddito familiare e calibrano le sovvenzioni sulle rispettive realtà territoriali, in base alla professione svolta in famiglia, lavoro in agricoltura o nell'industria alberghiera, lavoro dipendente o altro. In Provincia di Trento, come è stato più volte ricordato, la legge provinciale numero 30 del 1978 che andiamo a modificare, garantisce il diritto allo studio, nella legge si identificano i beneficiari destinatari, si delega ai comprensori la gestione, si garantisce il servizio di mensa, si danno i libri di testo che abbiamo discusso prima, e si danno anche assegni di studio ed altro. Però non si va a specificare in maniera precisa e certa le spese di convitto.

Per questo motivo, visto che manca un richiamo esplicito a questo tipo di spese ho presentato un emendamento in Commissione, recepito dalla Commissione, e che adesso è stato concordato con l'assessore Molinari e che andiamo ad approvare.

In prima battuta l'Assessore si era espresso negativamente verso questo emendamento proposto in Commissione dal sottoscritto ed approvato dalla Commissione stessa, però mi pare di capire che l'Assessore ha recepito il fatto che non solo alle famiglie in condizioni economiche disagiate vengono ad estendersi queste provvidenze, questi benefici, ma a tutte le famiglie che hanno studenti lontani dal proprio paese di residenza.

Sicuramente questo è un aspetto, e concludo signor Presidente, è un aspetto importante perché accorcia il divario tra gli studenti della periferia e gli studenti che hanno molti più servizi nel capoluogo o nei centri maggiori. Vi ringrazio.

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DELLADIO (Forza Italia): Signor Presidente, egregi colleghi. L'articolo 77 è un articolo importante e mi ricorda i lavori svolti in questa aula nella passata legislatura, però non risolve completamente i problemi di libertà di scelta auspicata a suo tempo ed anche ora con il mio intervento.

Farò un ragionamento iniziale, approfittando di questa serie di emendamenti per poi ricordare qualcosa della passata legislatura. Una delle principali ragioni che in Italia, nonostante la riforma in atto, impediscono e precluderanno anche in futuro, alla scuola statale di compiere un vero salto di qualità per allinearsi agli standard europei, sta nel fatto di non dover rispondere a nessuno del proprio modo di essere e del proprio modo di operare.

Si presume che un servizio sorga e funzioni per andare incontro ad una domanda e soddisfare quindi tendenzialmente un'istanza ben precisa. Questo elementare principio non si applica in Italia alla scuola di Stato. Da noi il sistema statale dell'istruzione e della formazione c'è, è istituito, attivato e da sempre mantenuto in vita, a prescindere da ciò che concretamente le persone, le famiglie e la società civile che ne sono utenti chiedono.

La scuola e la formazione statali altro non sono che un'emanazione diretta, un organo, un'articolazione dell'ente pubblico, del Ministero della pubblica istruzione ed in Trentino della Provincia, eccezione fatta per le scuole equiparate dell'infanzia, per una parte dei centri di formazione professionale e per le poche istituzioni non statali esistenti sul nostro territorio.

Siamo quindi in presenza di una logica radicalmente autoreferenziale in virtù della quale il sistema scolastico statale o provinciale non ha alcun vero stimolo ed interesse a confrontarsi sul serio con le aspettative degli alunni e delle loro famiglie, della società e dei molteplici “mondi vitali” circostanti, tutti soggetti verso i quali si manifesta nel migliore dei casi un atteggiamento di faticosa sopportazione.

In questo senso termini quali “partecipazione” o “collaborazione” degli studenti, delle famiglie o di altre realtà sociali ed economiche sono sempre stati retorici, perché tutti sanno benissimo che nessun potere effettivo è riconosciuto a queste componenti, formalmente coinvolte solo per salvare le apparenze. Dall'altra parte non può ragionare diversamente chi vede nella scuola un servizio assoggettato ad un “committente” come lo Stato, che ha la pretesa di rappresentare tutti i soggetti sopra citati, quando si tratta di educazione e di formazione della persona, materie sulle quali la titolarità naturale appartiene invece primariamente, è la stessa Costituzione repubblicana a sancirlo, alla famiglia è e alla società civile.

Il fatto è che accollandosi la gestione della scuola e della formazione in Italia, lo Stato ha inteso rendersi direttamente “garante di un diritto, il diritto di ciascuno all'istruzione, non ritenendo alcun altro soggetto affidabile per l'esercizio di questo compito.

Il risultato di questo modello, fondato sulla negazione del diritto proprio delle famiglie e della società civile di assumere legittimamente l'iniziativa in campo scolastico con lo Stato in posizione sussidiaria, per rispondere alla domanda educativa e formativa è sotto gli occhi di tutti: abbiamo una scuola aperta a tutto, tranne che alla domanda educativa e formativa dei destinatari di questo servizio, famiglie, alunni e società civile; abbiamo una scuola sostanzialmente uguale ovunque che considera marginali le differenti culture, le specifiche istanze, sensibilità e tradizioni locali in questo campo; abbiamo una scuola fortemente burocratizzata ed assoggettata al centro, che l'introduzione della cosiddetta “autonomia” degli istituti ha solo tentato di mascherare ma non ha scalfito minimamente; abbiamo una scuola molto più preoccupata di strappare sempre maggiori benefici nel contratto del proprio personale, che di migliorare e qualificare l'offerta formativa; abbiamo infine una scuola, ma potrei continuare a lungo in questo elenco, che l'attuale riforma vuole trasformare in una fabbrica di diplomati al solo scopo di produrne un numero molto più alto anche se si tratterà di ignoranti e soprattutto di persone culturalmente ed umanamente povere.

Due prove lampanti di questo sono da un lato la trascuratezza con cui il Governo sta affrontando il problema della formazione, della riqualificazione e dell'aggiornamento degli insegnanti, dall'altro il basso profilo che sta assumendo la cosiddetta “riforma dei saperi” dalla quale dovrebbero derivare i nostri programmi didattici.

A proposito di programmi, e quindi di materie di insegnamento, è il caso che nella nostra Provincia sia quanto meno esercitata la competenza legislativa in forza della quale possiamo introdurre nella scuola trentina quanto meno l'obbligo di rispondere ad una domanda delle famiglie, quella dell'apprendimento del lingue straniere per i propri figli. Credo cioè che concedere quanto meno ai genitori e agli alunni la facoltà di scegliere liberamente tra tedesco e inglese o di optare per entrambe sia un atto dovuto da parte nostra se vogliamo veramente avvicinare la scuola dell'obbligo, già a partire dal primo ciclo, alle legittime richieste delle famiglie e della nostra comunità.

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DELLADIO (Forza Italia): Grazie signor Presidente. Io approfitto per ricordare oggi quanto già detto nella passata legislatura in merito ai due disegni di legge Passerini-Panizza che imponevano il tedesco obbligatorio nella scuola elementare. Lo voglio ricordare, voglio ricordare queste considerazioni, ai consiglieri nuovi di questa legislatura ed anche a quelli che hanno votato il disegno di legge nella passata legislatura.

Io a quel tempo avevo fatto un lungo intervento dove evidenziavo la necessità di dare libertà di scelta della lingua straniera alle famiglie trentine, una libertà di scelta motivata su alcune riflessioni. Prima cosa è diritto dei genitori di poter scegliere la lingua straniera per i propri figli: è un diritto costituzionale dei genitori quello di operare le migliori scelte educative, le più opportune per l'istruzione dei propri figli.

La norma era contraria, quella dell'imposizione del tedesco, alle regole nazionali che riconoscono la possibilità di scelta tra le lingue, francese, inglese, spagnolo e tedesco. E a tal riguardo ricordo un parere del Consiglio nazionale della pubblica istruzione presso il Ministero di allora, un parere che evidenziava che l'obbligatorietà della lingua tedesca, quale lingua straniera, appare limitativa del diritto di scelta da riconoscere ai soggetti in formazione.

La realtà di oggi, con una grande globalizzazione dei mercati, vede l'inglese come lingua principale. L'inglese è la lingua della globalizzazione. Se noi andiamo a vedere in Europa vediamo che i tedeschi, gli olandesi, i polacchi, parlano inglese. Gli scambi culturali, tecnologici, scientifici e commerciali usano la lingua inglese. Le comunicazioni, le informazioni, penso ad Internet, penso ai manuali degli elettrodomestici che tutti noi abbiamo a casa, degli apparati tecnologici, di tutta la tecnologia che ha volumi o libri scritti nella lingua inglese.

A suo tempo evidenziavo che il pluralismo linguistico sta alla base delle convivenze, della libertà e della democrazia. Obbligando alla lingua tedesca si instaurava un diverso peso e una diversa valenza tra le lingue straniere in Provincia di Trento, non era considerata l'altissima richiesta che proveniva dalle famiglie trentine e dalle scuole. Noi avevamo percentuali altissime, pari al 95 per cento degli studenti, e ricordo anche la petizione popolare del 1995 che aveva a corredo quasi diecimila firme. L'imposizione di tipo ideologico è contrastante con le aspirazioni dell'utenza, delle famiglie e degli studenti.

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DELLADIO (Forza Italia): Il collega Panizza, è simpatico il collega Panizza quando richiama Innsbruck. Voglio evidenziarvi la considerazione che ha l'istituto Regione nei confronti della lingua tedesca. Io ho in mano un documento, un'interrogazione del lontano 1995, nella quale si parla di un convegno internazionale fatto ad Innsbruck, organizzato per parlare di sistemi politici, in quel convegno la lingua ufficiale era l'inglese. Cosa risponde il dottor Pahl, Assessore regionale di quel tempo? Cosa risponde all'evidenziazione che è stato usato l'inglese e non il tedesco in un territorio dove la lingua madre è il tedesco? Risponde dicendo che "Si segnala che l'uso della lingua inglese è giustificato dal fatto che essa, all'interno del mondo scientifico accademico, si è affermata come lingua franca. Va inoltre aggiunto che essa permette pure un non trascurabile contenimento dei costi"; questo sono i tedeschi che lo dicono!

E' una continua contraddizione e soprattutto è una questione ideologica. Allora visto che l'Assessore ha riaperto la discussione continuo con alcuni altri concetti, dicendo che l'imposizione di una unica lingua discrimina gli utenti provinciali e nazionali, pertanto introduce del disagio per chi proviene da fuori Provincia e per chi va fuori Provincia. E' stata richiamata la parola "autonomia", l'autonomia non vuol dire avere qualcosa in meno rispetto al resto d'Italia, imporre una sola lingua è un indebolimento e svuotamento dell'autonomia didattica delle istituzioni scolastiche che dovrebbero soddisfare l'esigenza degli utenti. Adesso parliamo anche un po' di sperimentazione, attualmente la sperimentazione è stata bloccata dall'assessore Molinari. A suo tempo, un paio di anni fa, subito dopo l'approvazione della legge in esame, la sperimentazione favoriva esclusivamente le scuole ubicate nella valle dell'Adige, nel capoluogo, a scapito di tutte quelle realtà scolastiche della periferia e si aggiungevano problemi ai già problemi conosciuti della viabilità, della sanità e di fatto dell'istruzione per quanto riguarda la continuità didattica, gli alloggi più cari in periferia, eccetera.

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DELLADIO (Forza Italia): Grazie Presidente. Io concluderò adesso il mio intervento facendo alcune riflessioni ulteriori. Si parla di costi maggiori per introdurre la libertà di scelta e/o la seconda lingua, io penso che basti tagliare le spese superflue ed utilizzare le risorse finanziarie per qualificare la scuola trentina, investire in questo settore secondo me è un buon investimento. Si dice inoltre che il tedesco è una lingua strutturata e che l'inglese è una lingua più semplice, si dice che mancano professori di inglese o ci sono professori di tedesco in esubero. Io penso che si possono riconvertire i professori eventualmente dal tedesco all'inglese, se c'è la possibilità. Molti insegnanti sono abilitati all'insegnamento della lingua inglese comunque.

Io penso che sebbene in ritardo, meglio tardi che mai, sia utile introdurre il concetto che bisogna far parlare i nostri figli almeno due lingue straniere nella scuola elementare al più basso livello possibile. Basta rivedere i programmi ed utilizzare le risorse che ci fornisce la nostra autonomia.

Ultimo documento che richiamo è una mozione approvata nel 1994 da questo Consiglio provinciale, la mozione impegnava la Giunta provinciale a predisporre una specifica norma di legge che consenta la modifica dei programmi della scuola trentina ad iniziare dalla scuola elementare fino alle scuole superiori al fine di rendere obbligatorio l'insegnamento di due lingue straniere oltre a quella parlata.

Questa mozione è stata disattesa. Io porto l'esempio dei miei due figli. Io ho un figlio che frequenta attualmente il primo anno di scuola superiore a Bolzano, impara il tedesco e l'inglese, pertanto due lingue straniere per tutti i cinque anni di scuola superiore. E’ andato a Bolzano perché l'ha voluto e perché la famiglia l'ha voluto, non c'è stato imposto da nessuno. Pertanto imporre qualcosa non è mai positivo. Grazie.