NOMINA DI UNA COMMISSIONE D’INDAGINE “SULL’ATTIVITÀ DEL CENTRO SERVIZI CULTURALI S. CHIARA, DI CUI ALLA LEGGE PROVINCIALE 18 NOVEMBRE 1998, N. 37
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DELLADIO (Forza Italia): Grazie, signor Presidente. Io desidero intervenire brevemente per focalizzare in principal modo cinque aspetti della questione sollevata dai colleghi consiglieri, in primis dal collega Morandini. Primo aspetto della questione è che molti cittadini non erano a conoscenza di ciò che andavano a vedere. Lo spettacolo era inserito in abbonamento, esistono delle responsabilità che poi andremo a vedere e infine urge rivedere la composizione del Consiglio di amministrazione e a monte la legge istitutiva del Centro servizi culturali Santa Chiara, che fa riferimento alla legge provinciale numero 37 del 18 novembre 1988. Il primo aspetto che voglio evidenziarvi è quello legato al fatto che molti cittadini non erano a conoscenza di ciò che andavano a vedere e per questo mi preme evidenziare quanto disse il critico del quotidiano cattolico “Avvenire” Alessandro Zaccuri, giornalista e critico letterario. Nel febbraio del 2003 ebbe a dire: “Mi meraviglio che dopo quarant’anni ci si scandalizzi ancora per Genet. Chi va a vederlo dovrebbe avere la consapevolezza di quello che sta facendo”.
A questo punto io reputo molto grave che i membri del Consiglio di amministrazione del Centro Santa Chiara non abbiano preso i provvedimenti necessari conoscendo le opere di Jean Genet.
L’altro aspetto riguarda lo spettacolo che era inserito in abbonamento. Il noto comico attore Castelli, attore ed autore, ha evidenziato questo aspetto, tra l’altro. Se lo spettacolo fosse stato predisposto autonomamente con locandine e prenotazioni svincolate dalla programmazione gli eventuali spettatori si sarebbero informati prima del tipo di rappresentazione che andavano a finanziare comperando il biglietto e questo è il secondo aspetto della questione.
Il terzo aspetto: la responsabilità. Provincia, Consiglio di amministrazione o Comune di Trento. Prendo spunto da una nota del Consiglio di amministrazione del Centro servizi culturali Santa Chiara, nella quale si sottolinea ancora una volta che il Centro servizi culturali Santa Chiara riceve gli indirizzi di politica culturale dalla Provincia autonoma di Trento e dal Comune di Trento. I bilanci preventivi e consultivi dell’ente sono pubblici, approvati dagli organi competenti e depositati presso gli enti finanziatori. A questo punto mi viene spontaneo dire che la responsabilità è sicuramente anche dell’Assessorato competente e del Comune, degli amministratori del Comune di Trento.
Penultimo aspetto è quello legato alla composizione del Consiglio di amministrazione. La legge istitutiva del Centro servizi culturali Santa Chiara fa riferimento alla legge, come ho già detto, numero 37 del 1988 dove all’articolo 4 si parla di Consiglio di amministrazione e si prevede che lo stesso è nominato dalla Giunta provinciale ed è composto da sette membri di cui sei designati dal Comune di Trento. A questo punto è naturale porsi il problema e correre ai ripari, al fine di modificare questa legge in modo da bilanciare in maniera migliore la presenza dell’ente pubblico che finanzia l’80 per cento gli spettacoli e l’attività del Centro Santa Chiara.
Rivedere la composizione del Consiglio di amministrazione aumentando la presenza della Provincia autonoma di Trento, magari con la presenza dell’Assessore alla Cultura visto, come dicevo e come si è detto oggi e ieri, che l’80 per cento dei finanziamenti sono erogati dalla Provincia.
Ultimo aspetto, ma non meno importante, la bestemmia. La bestemmia non è cultura, è offesa alla sensibilità di chi crede in Dio e nella religione. La cultura serve per la crescita umana, la bestemmia imbarbarisce l’uomo. La bestemmia non è arte. Comunque. Se vigesse un regime teocratico ove l’autorità politica è esercitata dal potere religioso sarebbe già stata emessa da tempo una fatwa, come per Salman Ruschdie. Vi ricordate la pubblicazione dei versetti satanici ad opera di Salman Ruschdie? In quel caso fu emessa nel 1989 dall’ Ayatollah Khomeini una fatwa e cioè una condanna a morte a causa del contenuto del libro considerato blasfemo. Per fortuna per i membri del Consiglio di amministrazione, per l’Assessore, e per tutti noi, in Italia ed in Europa, non è così. Spettacoli di questo tipo sono comunque motivo per gli islamici a considerarci deboli, senza morale e senza convinzioni religiose.
Concludendo, esprimo profondo disappunto e disgusto per quanto è successo e parere favorevole per l’istituzione di una commissione di indagine che possa almeno in parte contribuire e disincentivare simili spettacoli finanziati, è utile ricordarlo, con soldi pubblici. Grazie.