SEDUTA DEL 3 FEBBRAIO 2005
disegno di legge n. 87: "Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2005 e pluriennale 2005-2007 della Provincia autonoma di Trento (legge finanziaria)", disegno di legge n. 88: "Bilancio di previsione della Provincia autonoma di Trento per l'esercizio finanziario 2005 e pluriennale 2005-2007"
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DELLADIO (Forza Italia): Grazie signor Presidente. Io desidero riproporre all’aula alcune considerazioni che ho già avuto modo di fare in Commissione legislativa, affinché rimangano agli atti.
Concedere ai Comuni trentini un incremento dell’1,4% delle risorse a loro trasferite, nel contesto di riduzione delle risorse del bilancio provinciale del 2,9% sul 2005 e del 4,1% sul triennio 2005-2007, ha un effetto narcotizzante che ben si conosce in politica, signor Presidente. In questo modo si frenano le pulsioni bellicose dei nuovi principi o valvassini, che vorrebbero divenire principi, in attesa di conquistare scranni all’interno di questo Consiglio provinciale.
Aggiungo inoltre che questo articolo di bilancio, che introduce l’obbligo di redazione da parte di ciascun Comune di una relazione in merito al raggiungimento degli obiettivi e al completamento dei progetti contemplati nel patto di stabilità, nella quale si debbono evidenziare gli obiettivi raggiunti e le eventuali difficoltà incontrate, doveva contenere anche obblighi e sanzioni, e non ridursi ad un mero patto di natura strettamente politica che porta molte volte a mortificare i virtuosi ed a premiare gli inadempienti. Allo stesso modo riscontro ed evidenzio un comportamento decisamente disinteressato e assente – questo l’ho detto anche in Commissione – per non dire altro, della Provincia, soprattutto in ambito urbanistico, nel ruolo di controllo e verifica sui Comuni trentini. Il più volte conclamato principio di sussidiarietà in Provincia di Trento è applicato in modo parziale: solo sostegno, affiancamento e finanziamento, ma niente verifiche, indagini conoscitive, verifica dei comportamenti e dei risultati. Il tutto mascherato o giustificato dalla parola “autonomia” che rende liberi da obblighi e controlli superiori, e sgrava di incombenze gli uffici provinciali ed in primis gli Assessori competenti e soprattutto quando gli amministratori sono della stessa area o formazione politica.
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DELLADIO (Forza Italia): Grazie signor Presidente. Approfitto dell’introduzione del capo settimo bis “Disposizioni in materia di sanità” per fare alcune riflessioni in tema di sanità del Trentino. L’intervento che farò era stato predisposto per la discussione generale, purtroppo la ripartizione dei tempi fra i colleghi, il contingentamento dei tempi che ci ha visti parsimoniosi nella distribuzione fra di noi nel tempo disponibile, ci permette di avere a disposizione ancora molto tempo prima della fine della trattazione di questo disegno di legge. Faccio queste considerazioni sperando che non siano solamente delle parole al vuoto, al vento, ma che qualcuno ascolti e tragga comunque spunti per intervenire.
La lettura anche in termini programmatici che ci offre il sistema sanitario locale, non può che generare elementi di forte preoccupazione, anche se tante volte il sistema sanitario provinciale è incensato come uno dei migliori su tutto il territorio nazionale. Dobbiamo infatti registrare tre livelli rilevantissimi di incapacità, e precisamente: gestionale, programmatoria e delle scelte politiche. Incapacità che si traducono, anzi si sono tradotte, in un decadimento progressivo importante dell’intero sistema con un conseguente peggioramento dei servizi che vengono erogati ai cittadini. Ogni giorno a me telefonano cittadini che lamentano disservizi all’interno del sistema sanitario provinciale. Tempi lunghi, però magari a pagamento vengono accorciati o ridotti a zero.
Negativo anche il giudizio che si ricava da un recente sondaggio effettuato da un’associazione consumatori su un campione di intervistati alla fine del 2004, in cui si riscontra un peggioramento dell’evoluzione del sistema sanitario in Provincia di Trento negli ultimi quattro anni. Responso: i cittadini non sono soddisfatti del livello di erogazione dei servizi. Paradossale, ma soprattutto mortificante nei confronti dei cittadini, che con le loro tasse pagano i costi altissimi della nostra sanità, è risultata essere l’intervista rilasciata dal direttore generale non più di un mese fa presso una emittente locale. Allorquando il giornalista chiedeva al manager come mai la spesa sanitaria in Trentino fosse la più alta d’Italia, Favaretti con poca modestia rispondeva che “Se i trentini vogliono servizi di qualità allora se li devono pagare”. Signor Presidente, a dispetto delle sue promesse le ricordo – anche se sta telefonando e non mi vuole ascoltare – che il solo direttore generale costa alla nostra comunità ben più di mezzo miliardo di vecchie lire all’anno. Nel 2000, quando ci fu il cambio del direttore generale, fu proprio lei, Presidente Dellai – che non mi ascolta – a sostenere la necessità per l’azienda sanitaria di dover recuperare su due questioni fondamentali, la diminuzione della spesa anche in riferimento ai troppi costi destinati al management interno, procedendo anche ad una riorganizzazione interna ed al recupero di un dialogo e di un rapporto più proficuo con la componente medica. Mi dispiace Presidente, però questa missione è fallita su tutti i campi. I costi per la spesa sanitaria sono aumentati con un incremento che ci colloca ai vertici nazionali. Siamo la Provincia–Regione che più spende in tutta Italia, ovvero che registra il rapporto più alto tra il PIL e spesa sanitaria. Questo però senza registrare il conseguente e atteso aumento di qualità nell’erogazione dei servizi. Il solo management aziendale, direttori centrali, di ospedale e di distretto, ha consumato risorse per il solo 2003 quasi 5 miliardi delle vecchie lire, precisamente 2.132.4829 euro. Incredibile! A fronte di un apparato amministrativo colossale sono le spese per consulenze esterne, non solo quelle che abbiamo richiamato in discussione generale; queste sono nell’ambito del servizio sanitario. Nel 2003 l’azienda ha speso più di un milione di euro.
Sull’utilità e sulle modalità con cui vengono impegnate tali cifre è sufficiente il rimando alla brutta vicenda sulle consulenze informatiche sollevata dal compianto consigliere Dossi. Se i costi aumentano la qualità peggiora. Un dato significativo ci è offerto dal saldo tra mobilità attiva e mobilità passiva, che in alcuni interventi è stato richiamato.
Abbiamo 13 milioni di euro di mobilità passiva, questo è inconcepibile secondo me. Mobilità passiva significa il costo sostenuto dal servizio sanitario provinciale per i cittadini che sono costretti a recarsi fuori Provincia per farsi curare. Mobilità attiva vuol dire risorse che entrano in bilancio per le cure fornite in Provincia a cittadini di altre Regioni.
Nel 1999–2000 il saldo era sostanzialmente a pareggio, ovvero i costi sostenuti per pagare le prestazioni dei nostri cittadini che si recavano fuori dalla Provincia di Trento pareggiava con le entrate apportate da cittadini che giungevano da noi per farsi curare. Oggi questo saldo è fortemente negativo. Dovremmo avere solamente introiti per mobilità attiva se fossero vere le considerazioni autocelebrative della nostra sanità provinciale. Questo la dice lunga sulla qualità dei servizi sanitari che i trentini possono rinvenire all’interno della Provincia di Trento. A questo poi vanno aggiunti i costi diretti che il singolo deve sostenere per farsi erogare cure fuori Provincia, fuori dal suo contesto territoriale, penso al tempo, agli spostamenti, al pernottamento, al vitto, all’alloggio, al disagio complessivo.
Altro segnale negativo è rappresentato dal CUP, ossia il Centro Unico di Prenotazione. Questo sistema, creato sotto la gestione Nicolai nel 1998, con un grande impegno dovuto all’omogeneizzazione delle procedure di prenotazione su tutto il territorio, sotto l’attuale gestione sanitaria ha conosciuto un progressivo calo in termini di qualità del servizio: provare per credere. Il sistema ci era invidiato da molte aziende italiane e Trento era divenuto un punto di riferimento sul tema della prenotazione telefonica centralizzata. Nel 2004 il Centro Unico di Prenotazione ha conosciuto un momento di roventi polemiche legate perlopiù all’incapacità dei responsabili dell’Azienda di implementarlo secondo le richieste da parte dell’utenza. Ora si dice che il sistema di prenotazione è stato rimodulato e corrisponde agli standard di servizio richiesti. Prima il contatto era sempre gestito da un operatore fisico, che, tra l’altro, aiutava l’utente nell’interpretare giustamente la richiesta, ora – provate per credere – il primo contatto è con un risponditore automatico. È questo un meccanismo che metterebbe a disagio chiunque, figuriamoci un utente anziano o comunque un utente poco favorevole ad interloquire con una voce virtuale. Il sistema peraltro presuppone che l’utente sia già in grado di interpretare la specialità a cui ascrivere la prestazione specialistica che deve farsi effettuare. I tempi di attesa rappresentano la storia infinita, peggiorano, ovvero aumentano e dirottano decisamente un’ingente parte delle risorse economiche del cittadino su professionisti a pagamento o fuori Provincia.
Ogni anno l’Assessorato indica, negli obiettivi posti a carico dell’Azienda, l’abbassamento deciso di questi tempi di attesa. Ogni anno l’Azienda promette che lo farà, ogni anno i tempi di attesa aumentano, e da ben otto anni l’Azienda afferma che sta sperimentando un rivoluzionario metodo, i cosiddetti RAO, ossia Raggruppamenti di Attesa Omogenei, ovvero un meccanismo secondo il quale il tempo di attesa non viene assegnato in base alla prenotazione, ma all’affettiva urgenza con cui la stessa prenotazione deve essere erogata, che consentirà di risolvere la questione. Si resta anche stupefatti che questi RAO vengano proposti come una rivoluzione. A noi pazienti sembra invece che il tema dell’urgenza debba essere un principio intrinseco dell’attività medica e, nonostante tutto, l’Azienda rispetto agli obiettivi che le sono assegnati dimostra di averli raggiunti. Gli uffici dell’Assessorato avallano e i manager incassano gli incentivi. Se non lo sapete sono il 20% dello stipendio annuo.
E veniamo alla valorizzazione del personale aziendale. Questa Azienda ha dato vita ad un numero incredibile di commissioni – parlo dell’Azienda sanitaria – comitati, gruppi di lavoro e quant’altro. Il tutto, e su questo siamo intervenuti anche con un’interrogazione noi colleghi consiglieri di Forza Italia, ha condotto ad un aumento delle procedure burocratiche, ad uno svilimento delle professionalità amministrative interne. Sullo sfondo, a fare da contrappeso, resta invece la grande valorizzazione che viene fatta su professionalità giunte da fuori Provincia, e chissà perché dal Veneto. Il rapporto con la classe medica è un’altra grande scommessa persa da questa Azienda. La valorizzazione delle professionalità si è malamente infranta con l’unico meccanismo che l’Azienda aveva a disposizione, ovvero le “pagelle”, che altro non sono che uno strumento di valutazione del personale preventivamente concordato con le organizzazioni sindacali. Valutazione, non dimentichiamolo, alla quale è legato direttamente un riconoscimento economico. Ora non solo questa procedura ha scontentato i più, ma addirittura è stata gestita in maniera bulgara e poco rispettosa del personale. Infatti i singoli primari, i dirigenti delle diverse unità operative, hanno dovuto compilare una scheda di valutazione sul personale medico loro sottoposto, queste schede sono state inoltrate agli uffici competenti dell’Azienda i quali, arbitrariamente, hanno proceduto a cambiare queste valutazioni.
In merito a questo argomento mi sono stati negati, signor Presidente, mi sono stati negati i documenti che avevo richiesto e che aspetto dal 17 novembre 2004. Il direttore generale, avanzando futili e inesistenti argomentazioni a sostegno del diniego nel fornire la documentazione richiesta, ancora una volta ha dimostrato con quanto poco rispetto tratta e considera il ruolo e la funzione dei consiglieri. Signor Presidente, questo non è un atteggiamento che possiamo tollerare. Nemmeno una lettera di sollecito del Presidente del Consiglio ha sortito questo effetto. Questo vuol dire che non esiste un minimo di rispetto né per i consiglieri né tantomeno per le istituzioni.
Ora, con il presente bilancio, viene dato un altro colpo di grazia, opzione sulla libera professione di cui andiamo a discutere su questi articoli introdotti nel bilancio. L’opzione sulla libera professione, mentre nelle altre Regioni d’Italia verrà effettuata ogni anno, da noi dovrà valere per ben cinque anni, e le sanzioni previste sono di gran lunga più pesanti di quelle previste a livello nazionale. Grande segnale di fiducia nei confronti della classe medica. E ancora, non ho finito signor Presidente, molti reparti hanno conosciuto un abbandono progressivo di professionalità mediche, il tutto aggravato dal fatto che in questi anni sono stati pressoché nulli gli investimenti in merito all’introduzione di professionalità importanti che possono apportare nuove tecniche e nuove metodiche.
Anche l’aggiornamento professionale sembra investire tutto su temi quali la qualità, il management, e via dicendo. Ci si chiede quanti sono i medici che in questi anni si sono recati all’estero o in altre aziende per imparare nuove metodiche e nuovi approcci terapeutici? Quali nuove specialità sono state introdotte in Trentino a parte l’attivazione della PET, ossia la tomografia ed emissione di positroni che costerà un occhio della testa sia in termini dirigenziali che strutturali? Insomma, appare quasi si viva di rendita e tutto è fermo; ma in sanità, come in altri settori, stare fermi vuol dire andare indietro, pesantemente indietro signor Presidente.
A fronte di un tale quadro, davvero problematico, viene da chiedersi quale sia il ruolo esercitato dall’Assessorato alla sanità che non ha mai preso posizione pubblicazione su questi aspetti, e al quale spetta il compito istituzionale di valutazione e programmazione delle attività e delle risorse. Anche presso l’Assessorato doveva essere portata a termine un’azione di razionalizzazione, avete visto qualcosa? Si diceva che alcune competenze, che dall’Assessorato erano transitate in capo all’Azienda, dovevano per forza di cose comportare una revisione complessiva con l’abbattimento di costi soprattutto del personale. Nessuno si illuda. Le strutture sono perfino aumentate. Ci si è inventati persino il Servizio innovazione e formazione al cui interno scopriamo che è addirittura attivo un ufficio, con conseguente capo ufficio ben retribuito, denominato Ufficio comunicazione per la salute. Ma non esiste già una struttura in Provincia dedicata alla gestione della comunicazione? E questa comunicazione non era poi gestita dall’Azienda sanitaria? A questo punto ogni servizio della Provincia si doterà di un suo ufficio per la comunicazione. Per non parlare dei quintali di carta patinata attinenti le riviste informative stampate dalla Provincia spedite ad personam a tutti i dipendenti della sanità, che finisce puntualmente nel cestino perché non gradita dal personale. Queste sono informazioni che provengono dai vari settori sanitari, ad esempio l’ospedale Santa Chiara del Trentino e del capoluogo.
Ho solo offerto pochi e alcuni spunti, signor Presidente, indicativi di una situazione che è ormai giunta ad un deciso punto di rottura; rottura data dall’insostenibilità sia sul piano del consenso dei cittadini, sia per i costi che questo apparato continua a divorare. Vi ringrazio per l’attenzione, scarsa qualche volta. Grazie.