SEDUTA DEL 8 MARZO 2005
disegno di legge n. 16/XIII: "Il crocifisso simbolo della nostra civiltà e della cultura cristiana"
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DELLADIO (Forza Italia): Grazie signor Presidente, egregi colleghi. I trenta minuti di tempo dati a disposizione al gruppo di Forza Italia per cinque consiglieri su un tema così importante sono veramente pochi, per questo motivo cerco di trasmettere a voi colleghi alcune considerazioni con uno scritto che ho preparato. Meglio sarebbe andare a braccio, però chiaramente se vuoi essere sintetico in tempi rapidi l’unica cosa, l’unico strumento è quello di presentarsi con un documento scritto sperando di trovare condivisione in altri colleghi.
Il disegno di legge presentato dal collega Divina ha subìto una prima battuta di arresto in Commissione. Oggi nell’aula del Consiglio sarà bocciato di nuovo da questa maggioranza che riserva ben pochi spazi e meriti alle proposte dei consiglieri di minoranza. Non per questo rinunciamo ad alcune riflessioni stimolate anche dalla presentazione dell’ordine del giorno che ho sottoscritto convintamente – che è stato illustrato dal collega Amistadi – con cui si chiede di promuovere la conoscenza della nostra identità e delle sue radici religiose per favorire il dialogo con le altre culture. Il disegno di legge esaminato in Commissione, modificato radicalmente rispetto all’originale, è più che altro un manifesto di identità. Resta il fatto che non esisterebbe questa nostra società occidentale se non ci fosse stato il cristianesimo ad alimentarla e a guidarla nel bene come nel male. E resta il fatto che ieri come oggi solo attingendo a questa radice la nostra civiltà può trarre linfa e vigore per affrontare le drammatiche sfide del terzo millennio.
Da questo punto di vista ritengo che male abbia fatto l’Europa a non inserire nel proprio Trattato costituzionale il riferimento esplicito a queste radici cristiane. Laddove manca il richiamo ai fondamenti della civiltà anche la politica perde consistenza, autonomia ed incisività, riducendosi a riflettere tendenze ed opinioni governate da altri centri di potere.
Come accade ad esempio nell’Olanda e nella Spagna di Zapatero, dove si producono leggi speculari al cosiddetto “sentire comune” della maggioranza dei cittadini. Una politica esclusivamente ispirata alla spasmodica ricerca del consenso è una politica alla deriva. Il rischio di una politica così intesa è quello di voler adeguare le leggi in tema di etica, di costume, di cultura, in modo tale da garantirsi il gradimento di un’opinione pubblica manipolata dai mass media obbedendo di fatto a criteri demagogici e populisti, alle mode e alle istanze più superficiali, irriflesse e “di pancia” della gente. L’ordine del giorno presentato dalla Sinistra di questo Consiglio, da qualche autonomista e da qualche catto–comunista ne è l’esempio, perché nelle motivazioni per il blocco alla discussione del disegno di legge si motiva che la questione trattata dal disegno di legge riguarda un fatto di coscienza che esula dalle competenze del legislatore. Io non sono d’accordo su questo principio.
Il risultato è che una politica così intesa non risponde più ai cittadini, ma alla pressione di alcune lobby di potere rinunciando al proprio ruolo guida all’interno della società. Cerchiamo allora innanzitutto, nell’affrontare il tema di oggi, di sottrarci a questo condizionamento. Questo sforzo di libertà ci permette di constatare che il benefico influsso del cristianesimo, pur senza negare i tanti errori umani commessi dai suoi rappresentanti nel corso della storia, lo si può riscontrare non solo in Europa, ma anche in Africa, nelle Americhe e nel continente asiatico dove l’8 per cento della popolazione è cristiana. In Indonesia ed in Corea del Sud, per limitarsi a due soli esempi, sono i cristiani a promuovere ed a trainare lo sviluppo.
Il disegno di legge presentato dal collega Divina e l’ordine del giorno – il nostro ordine del giorno – mi consentono di evidenziare alcuni concetti che sembrano essere tabù e se non sono considerati razzisti appaiono comunque non “politicamente corretti”. Il primo ragionamento riguarda il concetto di multiculturalismo di cui oggi si chiacchiera tanto e con grande disinvoltura, senza neppure sapere bene di cosa si parla. Multiculturalismo infatti non è sinonimo di pluralismo. Pluralismo significa innanzitutto rispetto per la cultura di tutti a partire da quella di chi ti ospita nel proprio territorio. Diverso è invece il senso del multiculturalismo. Un noto laburista particolarmente vicino a Tony Blair, Trevor Phillips, ha infatti indicato nel multiculturalismo un’idea sbagliata e da sostituire d’ora in poi con un’attiva politica di integrazione degli immigrati. Su questo argomento in Italia ed anche in Trentino regna ancora sovrana un’enorme confusione. Diversamente da quello che si pensa infatti il multiculturalismo non coincide neppure con la società multietnica. Quest’ultima è un dato di fatto, una realtà innegabile perché già in essere con la quale occorre confrontarsi, mentre il multiculturalismo è un progetto perseguito dall’Islam più organizzato e che spesso è anche il più estremista. Un progetto, quello del multiculturalismo, apparentemente condivisibile, ma in realtà molto pericoloso. Mentre infatti si vorrebbe accreditarlo all’insegna di valori come il rispetto e la tolleranza previsti dall’articolo 19 della nostra Costituzione (“Tutti hanno diritto di professare il proprio credo religioso”), esso si fonda sul relativismo culturale, secondo il quale qualunque posizione, comprese quelle che, ad esempio, negano i principi fondamentali della nostra civiltà, possono e devono trovare rispetto, tutela e protezione legale al pari della nostra.
In altri termini, in nome del rispetto, della libertà e della pacifica convivenza, il multiculturalismo mira paradossalmente ad estendere il diritto di cittadinanza della nostra società anche a quelle organizzazioni islamiche o comunque portatrici di ideologie a sfondo terroristico il cui obiettivo ultimo è quello di “superare” il sistema che garantisce rispetto, tolleranza e pacifica convivenza.
“Abbandonare il progetto multiculturale – ha osservato Angelo Panebianco sul Corriere della Sera – non significa certo che si debba imporre agli immigrati di rinunciare a tutte le loro usanze. Si tratta piuttosto di negare protezione legale, e indulgenza culturale, a quelle usanze, e solo a quelle, che risultino incompatibili con i nostri principi liberali. O, che è lo stesso, si tratta di operare perché gli immigrati adottino costumi e credenze in modo tale da renderli coerenti con i principi e le regole della nostra convivenza civile. È stata la minaccia islamista a spingere Blair a un cambiamento di politica, anche in Italia, su questo, bisogna cominciare ad essere chiari. Ci sono qui da noi – continua Panebianco – mussulmani che vogliono integrarsi, che vivono il loro credo religioso in modo moderno e compatibile con il modello occidentale. Essi vanno aiutati in tutti i modi ad inserirsi. C’è però nel nostro Paese anche un Islam fondamentalista (e purtroppo si tratta dell’Islam più organizzato) che non accetta il nostro modello – e, aggiungo io, che non accetta il crocifisso nelle scuole e negli ospedali –. Questo è un Islam che non vuole affatto l’integrazione, ma il riconoscimento della propria irriducibile diversità e superiorità culturale. È allora il caso – conclude l’editorialista del Corriere della Sera – che anche noi si dica in modo netto, come ha cominciato a fare Blair, che non se ne parla proprio”.
Trevor Phillips, che è tra l’altro afro–caraibico, nonché segretario della Commissione per l’uguaglianza razziale britannica, è ritornato con un’intervista al Times su questi ragionamenti, che non hanno valenza solamente all’interno del Regno britannico, ma dovrebbero trovare ascolto ovunque.
Ebbene egli ricorda che propugnare divisioni e autoghettizzazioni razziali travestite da difesa dell’identità, rappresenta non solo un pericolo ma uno stimolo per creare nuovo estremismo e nuovo fondamentalismo. E prosegue dicendo che in una società integrata ogni persona è uguale davanti alla legge e, dove esistono, ai valori comuni come la democrazia, il rifiuto della violenza e l’utilizzo della lingua dello stato ospitante.
In sintesi, per una vera integrazione i cittadini di origine straniera o che professano una religione “altra”, non devono sentirsi prima di tutto e soprattutto – nel caso in questione – britannici. O italiani, se vivono in Italia, dove lavorano e partecipano alla crescita della nostra – e anche loro – società. Non possono e non devono isolarsi o concepirsi fuori dal nostro sistema di vita. Non possono permettersi di autopercepirsi come un mondo a parte, come una realtà a se stante dotata di proprie leggi particolari e di valori contraddittori con i nostri.
Ritengo, concludendo, che sia necessario tenere presente i suggerimenti offerti dall’esperienza di Paesi come l’Olanda e l’Inghilterra nei quali la presenza di persone e gruppi islamici e non solo è di gran lunga maggiore rispetto all’Italia. E l’esperienza talvolta drammatica e tragica di queste nazioni – si pensi al caso Van Gogh nella apertissima Olanda – ci dice che la via della convivenza oggi ci si chiama integrazione e non più multiculturalismo.
Si tratta cioè, per chi arriva qui con il proprio specifico bagaglio culturale e religioso, di paragonare questo bagaglio con la nostra cultura ed i nostri costumi, per poi trattenere di esso solo quanto è compatibile con le leggi e le tradizioni delle comunità e del territorio ospitanti.
Illudersi di poter essere tolleranti con chi considera l’intolleranza un principio irrinunciabile, o credere di riuscire a dialogare con chi utilizza il dialogo solo come una tattica per arrivare a comprimere la nostra libertà ed i nostri diritti affermando i propri, significa aver perso contatto con la realtà preferendo ignorare ciò che non rientra nelle propria astratte teorie pur di non turbare la purezza dei propri schemi ideologici. Noi non possiamo toglierci di dosso la nostra storia e le nostre origini di popolo cristiano come fosse un abito qualunque, e perdere la nostra identità per apparire più gradevoli e accettabili agli occhi di chi invece disprezza proprio la debolezza della nostra identità culturale e religiosa.
Mi auguro quindi che l’ordine del giorno sia approvato da una larga maggioranza di colleghi per favorire il recupero di questa consapevolezza e di questa autostima, che non significano disprezzo per le altre tradizioni e culture ma costituiscono la condizione irrinunciabile per instaurare con esse rapporti positivi e avviare un processo di integrazione capace di arricchire noi e chiunque altro. Grazie dell’attenzione.