SEDUTA 17 MAGGIO 2006
disegno di legge n. 136/XIII, "Informazione sulle alternative all'aborto",
proponenti: cons. Pino Morandini, cons. Denis Bertolini, cons. Cristano de
Eccher, cons. Carlo Andreotti, cons. Mauro Delladio
(...)
DELLADIO (Forza Italia): Grazie Presidente, egregi colleghi. Analizzando
i diversi interventi politici che hanno segnato la discussione accompagnatoria a
questo disegno di legge si nota, ancora una volta, la marcata insofferenza da
parte degli esponenti del centrosinistra trentino, e non solo quindi
della sinistra, verso chi si schiera esplicitamente a favore della tutela
della vita fin dal grembo materno, come pure della famiglia tradizionalmente
intesa e in generale del rispetto integrale della persona umana nella sua
interezza. Un’insofferenza ancora più evidente nei tanti cattocomunisti
presenti nella nostra società trentina e anche nel nostro parlamento
provinciale, che a parole e con i soldi degli altri sono sempre in prima linea a
difesa dei più poveri, professando una pace unidirezionale e una solidarietà
carica di astio e inimicizia nei confronti della controparte politica. Chi non
la pensa come loro è senza cultura, è razzista e fascista. Esempi di questo
pensiero imperante si trovano nelle recenti affermazioni del Presidente Dellai e
dell’Assessore alla sanità Andreolli verso i firmatari di questa proposta di
legge. Il Presidente e l’Assessore, rispettivamente, ci considerano tra l’altro
"integralisti guardiani delle ideologie" "animati da furore ideologico". Altro
esempio di questa pseudocultura è l’ordine del giorno numero 1 proposto dai due
più evidenti cattocomunisti dell’Aula consiliare, pieno di buone parole e
buoni intendimenti che va ad annullare la nostra proposta di legge.
Anziché presentare emendamenti al testo di legge si fa approvare dal Consiglio
un ordine del giorno che poi rimarrà in gran parte inattuato e che non produrrà
gli effetti voluti come con il testo di legge in esame. Questo disegno di legge,
che mi vede convinto firmatario, ricalca una proposta del Presidente della
Regione Lazio Storace ed è inteso a prevenire l’aborto introducendo volontari
accreditati per promuovere un’informazione mai invadente e assolutamente
discreta e rispettosa nei luoghi, i consultori, dove le donne si trovano
a scegliere, a dover decidere se tenere il bambino che hanno in grembo oppure
interrompere la gravidanza e la vita nascente da loro generata e di cui sono le
principali custodi. A fronte di questa proposta assolutamente civile e
compatibile con la legge nazionale vigente, la 194, colpiscono ancora più le
pesanti affermazioni - le mie sono camomilla al confronto - che un certo
movimentismo elitario e massimalista della sinistra nazionale sviluppa
nei vari portali internet che si trovano in rete dai quali ho tratto alcune
riflessioni. Si passa dal definire il Movimento della Vita un’organizzazione
“integralista” fino al considerare la proposta di legge da noi sottoscritta
un’ipotesi oscurantista, catto-fascista e profondamente reazionaria, che
vorrebbe lasciare nelle mani del più intransigente associazionismo, ottusamente
schierato a favore della vita, la gestione dei consultori pubblici affinché la
cultura patriarcale possa procedere alla discussione di una delle poche grandi
conquiste laiche degli anni ‘70, il tutto nel solco della peggiore tradizione
clericale.
Da queste parole traspare l’odio, tutto l’odio che costoro nutrono nei confronti
del popolo cattolico, della sua tradizione e cultura.
Fatta questa premessa c’è da rilevare, ritornando nell’ambito provinciale...
Signor Presidente le chiedo che i colleghi facciano un po’ di silenzio anche se
non condividono le mie idee che esprimo in maniera democratica in quest’Aula.
PRESIDENTE: Invito i consiglieri a stare tranquilli.
DELLADIO (Forza Italia): Fatta questa premessa c’è da rilevare,
ritornando nell’ambito provinciale, che in Trentino ogni anno ci sono più di
1.300 donne che ricorrono all’interruzione volontaria di gravidanza e che il 20
per cento di queste donne ha già sperimentato in passato l’aborto almeno
una volta confermandone il frequente utilizzo come un sistema sbrigativo di
contraccezione. L’Assessore alla sanità Andreolli e la vicepresidente della
Giunta provinciale Cogo, ambedue del partito della sinistra democratica, hanno
dimostrato di affrontare questo delicato problema, come pure quello attinente la
pillola abortiva RU486, in maniera pregiudizialmente ideologica,
minacciando di erigere barricate contro questa proposta di legge.
Secondo loro bisognerebbe facilitare il più possibile l’interruzione di
gravidanza secondo il principio della discrezionalità assoluta posta in capo
alla donna, di non ingerenza nella sua scelta autonoma e solitaria, preferendo
questa soluzione a quella meno unilaterale che comprende anche la libertà di non
abortire. La maggioranza politica di questa Provincia assicura attraverso i
propri comunicati stampa che la legge 194 in Trentino sarebbe adeguatamente
applicata, per cui l’unica preoccupazione sarebbe semmai quella di potenziare
ulteriormente il ruolo dei consultori nell’ottica della prevenzione.
I dati smentiscono palesemente questa lettura e confermano l’impropria forzatura
introdotta nel modo di interpretare la legge 194, che anche qui come nel resto
del Paese è stata male applicata nella sua integralità e il cui spirito è stato
apertamente e concretamente violato.
È opportuno ricordare al riguardo l’articolo 1 della legge 194 del 22 maggio
1978 che recita testualmente: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione
cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e
tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza,
di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo
Stato, le Regioni e gli enti locali nell’ambito delle proprie funzioni e
competenze promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre
iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della
limitazione delle nascite.”.
Se si volessero attuare veramente lo spirito e la lettera di questa normativa e
dell’articolo appena letto, che costituisce non una cornice ma il fondamento e
la chiave di volta della legge 194, si dovrebbero porre in essere tutte le
misure necessarie affinché i consultori familiari si trasformino
diventando punti di riferimento per la vita, luoghi impegnati a sostenere
psicologicamente la donna quando nel suo percorso verso la maternità incontra
momenti di difficoltà, sconforto e incertezza, per aiutarla a superare queste
fasi delicate e accompagnarla verso l’accettazione di questa responsabilità
considerandola un bene per sé e un valore per tutti.
Al contrario oggi i consultori pubblici sono ridotti ad uffici nei quali con
estrema facilità, indifferenza e disinvoltura, si distribuiscono alle donne
certificati che attestano la necessità di abortire. Rinunciando completamente
alla sua specifica e primaria vocazione sociale, in questi ultimi anni il
consultorio ha assunto una funzione sempre più spiccatamente sanitaria, quasi da
ambulatorio medico infermieristico all’interno del quale si eseguono visite
ginecologiche e interventi di assistenza psicologica legati alla gravidanza,
improntati nel migliore dei casi ad una pilatesca neutralità rispetto
all’orientamento della donna, che così è implicitamente indotta a scartare
l’ipotesi di arrivare al parto.
Si tratta allora di rafforzare non solo a parole, le risorse esistenti e
disponibili nella società civile e nella nostra comunità perché la legge 194
possa tornare ad essere interpretata e attuata in funzione dei suoi originari
obiettivi. Questo significa utilizzare e valorizzare tutti gli strumenti offerti
a livello sociale, psicologico e di consulenza giuridica a servizio
dell’accoglienza e non del rifiuto della vita.
Solo una cultura della morte e una società senza speranza può mettere sullo
stesso piano queste due opzioni, e appunto in tal senso il disegno di legge di
cui il collega Morandini è primo firmatario, punta a rendere possibile il
ricorso a tutte le risorse e gli strumenti più adeguati per fornire alla donna
le maggiori e le migliori garanzie di protezione sia della sua salute e sia
della vita del bambino.
Ciò non significa affatto escludere a priori la possibilità che si arrivi ad
interrompere la gravidanza ma mettere la donna e la famiglia nelle condizioni
ottimali per valutare e comprendere tutte le circostanze e le implicazioni di
questa scelta. Una scelta talvolta, forse, inevitabile, ma della quale mai deve
essere nascosta o minimizzata la drammaticità e in alternativa alla quale
occorre offrire tutte le possibili via d’uscita umane, economiche e sociali così
come prescrive la legislazione nazionale quando insiste sul valore della
prevenzione.
Per questo la proposta legislativa che io ed altri colleghi abbiamo sottoscritto
mira a moltiplicare le informazioni perché le possibili alternative reali
all’aborto non rimangano sulla carta, non siano censurate e diventino anch’esse
ragioni capaci di entrare in gioco ed essere di effettivo supporto ad una
decisione consapevole quando la donna si trova ad affrontare un passaggio
estremamente difficile e determinante per l’esistenza propria e dei suoi cari.
Non mi pare che offrire alla libertà delle donne e delle famiglie un supplemento
di informazione e la possibilità di ascoltare, se - e solo se vogliono -
anche la voce di chi cerca di favorire una scelta a favore della vita, sia da
considerare alla stregua di chi vuole imporre nei consultori la presenza di
quelli che il Presidente Dellai - che è fuggito prima mandandomi a quel paese -
ha battezzato “guardiani dell’ideologia”. Si rassicuri Presidente - che non è
presente in aula - se questa proposta fosse approvata, fatto come sappiamo assai
improbabile, nessun “guardiano dell’ideologia” si permetterà mai di importunare
le donne che si rivolgono ai consultori per convincerle forzosamente a non
abortire. Ai volontari potranno liberamente rivolgersi solo le donne che lo
vorranno e se lo vorranno, magari per dare sfogo al loro bisogno di parlare con
qualcuno disposto ad ascoltarle, a cui confidare dubbi, ansie, preoccupazioni e
problemi. Per evidenziare quanto poco vi sia di ideologico e propagandistico in
questo testo mi permetto di leggervi questo breve articolo tratto dal quotidiano
“Il Foglio” di qualche mese fa: “I volontari del Centro di aiuto alla vita
non fanno propaganda demografica. Non pensano nemmeno che sia meglio avere figli
piuttosto che non averne; non è detto che debbano professare un generico e
retorico culto della vita che è molto dubbio e comunque discutibile che sia un
bene”, ha scritto Claudio Magris nella prefazione di un libretto di
testimonianze dal titolo “Le vite salvate” dedicato alle donne e ai bambini nati
e poi cresciuti con l’avuto dei volontari del Centro di aiuto alla vita.
“I volontari semplicemente cercano di aiutare i figli che già ci sono e i
genitori che non vogliono perderli; rispettare i viventi, coloro che - per
grazia o disgrazia - vengono messi al mondo senza averlo chiesto e hanno
diritto, come tutti, alla solidarietà di tutti. Non l’astratto incensamento alla
vita, ma il concreto rispetto e amore del fratello vivente muove la
straordinaria, generosa, illuminata opera del Centro di aiuto alla vita”.
Magris ascoltava a volte le telefonate dalla moglie, Marisa Madieri (il Centro
di aiuto alla vita di Trieste ora porta il suo nome), che discuteva ogni piccolo
caso di disperazione, che cercava aiuti e ne dava “con estrema discrezione e
sempre nell’assoluto rispetto della loro libertà e dei loro desideri”. Una
“lucida e spavalda carità”, una cosa quasi normale che non si veste di
crocifissi e baschi neri, che non spaventa né colpevolizza ma si mette accanto,
quando serve e quando c’è qualcuno che lo chiede. Donne che si fanno carico di
altre donne. Che provano ad offrire una possibilità o anche solo una carezza.
Laura Boiocchi fa la casalinga, ha un figlio e per lui ha dovuto lasciare la
carriera, non stava bene e aveva bisogno di lei. Un compagno di scuola del
bambino le ha raccontato un giorno che cosa faceva il suo papà, “aiuta le donne
che non hanno nessuno che le ascolta”, è stato così che Laura ha cominciato.
Voleva dare una mano, le sembrava una cosa bella, giusta. All’inizio nella
segreteria di un Centro di aiuto alla vita di Pavia, poi le hanno chiesto di
cominciare a fare anche i colloqui. “Mi tremavano le gambe la prima volta”, poi
è andata bene, è riuscita persino a calmare una ragazzina bionda che piangeva, a
farla uscire con un mezzo sorriso, un segreto in meno e un numero di telefono
stretto in mano. Hanno uno sportello, un piccolo ufficio nel day hospital di un
policlinico. Stanno lì, tre volte alla settimana, e aspettano.
“Siamo a disposizione di chi ci cerca”, spiega Laura. Le cercano le donne che
vanno a prenotare l’interruzione di gravidanza, e magari nella sala d’attesa
sfogliano nervosamente l’opuscolo del Centro di aiuto alla vita, vedono
quelle facce sorridenti e si lasciano per un attimo cullare dal dubbio che
potrebbero poi sorridere anche loro.
“A volte sono le anestesiste che accompagnano qui le ragazze - dice Laura -
perché le vedono con le lacrime agli occhi o anche solo sperdute”. A loro Laura
dice: non hai una cosa in meno, ma una in più.
Ho dovuto leggervi questo breve frammento di una lunga raccolta di testimonianze
per spiegare che dietro l’iniziativa di questo disegno di legge non c’è alcuna
battaglia ideologica ma solo l’attenzione gratuita, semplice e concreta alle
persone.
Per questo concludo ricordando la possibilità di devolvere il 5 per mille delle
tasse della propria dichiarazione dei redditi a favore delle associazioni di
volontariato non profit che hanno a cuore l’aiuto alle giovani madri in
difficoltà. Grazie per l’attenzione anche se in certi momenti è stata piuttosto
frizzante. Grazie.