SEDUTA 19 LUGLIO 2006
disegno di legge n. 129/XIII, "Sistema educativo di istruzione e
formazione del Trentino", disegno di legge n. 95/XIII, "Modificazioni della
legge provinciale 24 maggio 1991, n. 9 (Norme in materia di diritto allo studio
nell'ambito dell'istruzione superiore), in materia di prestiti", proponenti:
cons. Nerio Giovanazzi, cons. Mario Malossini, cons. Mauro Delladio, cons.
Walter Viola, cons. Flavio Mosconi, disegno di legge n. 101/XIII, "Formazione
continua degli adulti", disegno di legge n. 131/XIII, "Norme in materia di
programmi e valutazione del sistema scolastico e di diritto allo studio"
(...)
DELLADIO (Forza Italia): Grazie, signor Presidente, egregi colleghi.
Innanzitutto, come uomo residente in Val di Fiemme, espressione della Val di
Fiemme e non solo, permettetemi di rivolgere un pensiero alle vittime di Stava
nel 21° anniversario della tragedia. È già stato fatto stamattina globalmente
dall’aula. Una tragedia che ha segnato i nostri animi e che ci dovrebbe sempre
far riflettere sull’enorme importanza della vita che non può essere messa a
rischio dalla superficialità e dall’egoismo. Prendendo la parola in questo
dibattito mi voglio soffermare innanzitutto sulla questione di principio della
parità scolastica, che non può essere considerata un aspetto particolare e
ininfluente rispetto all’economia complessiva di un disegno di legge come quello
di cui ci stiamo occupando, ma a seconda dell’approccio con cui è affrontata
cambia sostanzialmente il taglio e i contenuti di una riforma del sistema
educativo dell’istruzione e della formazione. E spiego perché. L’offerta della
scuola paritaria potrà trovare il suo giusto riconoscimento, se mai ciò accadrà,
solo all’interno di un quadro di riferimento in cui la Provincia non sia più il
gestore diretto dell’offerta formativa, ma il garante dei livelli offerti tanto
dalle scuole direttamente gestite dall’ente pubblico e rese davvero autonome,
quanto dalle scuole paritarie. In termini sintetici, autonomia e parità
dovrebbero essere le due gambe della stessa riforma del sistema,mentre invece ci
troviamo ad esaminare un dispositivo che depotenzia l’autonomia e conferma
sostanzialmente un vecchio approccio alla questione della parità. Un approccio
in cui l’aspetto normativo e quello economico, che non si dovrebbero
separare,rimangono invece su due piani diversi. Dal punto di vista economico, le
soluzioni si possono sostanzialmente raggruppare in due grandi tipologie,
entrambe oggi applicate in Italia, ed entrambe utilizzate in diversi altri
Paesi: finanziamento alle scuole e finanziamento agli utenti. Il finanziamento
diretto alla scuola parificata, sulla base di convenzioni o altre forme
contrattuali, che in Trentino è stato introdotto dalle legge provinciale 29 del
1990 sull’autonomia e il diritto allo studio, è il più antico in Italia (risale
al 1926), e il più diffuso in Europa (Spagna, Francia, Paesi Bassi, Gran
Bretagna). Dove è sostenuto da una chiarezza normativa, ha l’indubbio vantaggio
di una trasparenza nei rapporti e di una ragionevole certezza per il gestore
nella consistenza dei finanziamenti. Il problema è che invece il finanziamento
alle paritarie è concepito in Trentino come una benevolenza della Provincia, che
“concede” e ridetermina di anno in anno i contributi, e non invece come un
elemento strutturale della spesa per l’istruzione. Il principio che sta alla
base dei miei ragionamenti è quello che la libertà di educare è un diritto e una
responsabilità naturale delle persone e delle famiglie,singole o associate. La
scuola deve riacquistare il carattere di servizio di pubblico interesse, capace
di rispondere alla domanda di educazione e di istruzione che proviene dalla
società. In questo senso, il quadro concettuale e quindi normativo è
fondamentale. Vi sono Paesi - ad esempio i Paesi Bassi e la Gran Bretagna - in
cui il pluralismo scolastico è l’ovvio presupposto del sistema di istruzione, e
di conseguenza il finanziamento alle scuole si accompagna pacificamente al
riconoscimento della legittimità della pluralità delle opzioni educative,
metodologiche, didattiche. In altri Paesi invece - l’Italia, ma anche la
Francia, gli Stati Uniti, per certi versi la Spagna - il modello concettuale è
quello della scuola unica gestita dall’ente pubblico statale o locale. Cosa
accade in queste situazioni? Accade che la scuola non statale viene
tendenzialmente finanziata nella misura in cui compie una funzione di supplenza,
o comunque si uniforma al modello statale prevalente. La dipendenza dai
finanziamenti pubblici tende in tal modo a uniformare le scuole, consapevolmente
o meno, sul modello privilegiato dal finanziatore. Questo è ciò che avviene oggi
anche in Trentino, dove le scuole paritarie assomigliano sempre più e ormai
quasi completamente a quelle provinciali e se ne auspica, anzi, la totale
identificazione e assimilazione per evitare al legislatore il fastidio di dover
sempre tener conto, nella produzione normativa, delle differenziazioni fra l’una
e l’altra tipologia di istituto, con complicazioni di non poco conto. Non a caso
anche nel testo di questa riforma la scuola paritaria viene sempre considerata
in seconda battuta, ed è essa a doversi adeguare a quella provinciale, non certo
il contrario. Fin qui il finanziamento diretto agli istituti.
L’altra modalità fondamentale di sostegno alle paritarie è il finanziamento
destinato agli utenti, nelle due forme del buono-scuola e della detrazione
fiscale. Anche il meccanismo del buono-scuola adottato perla prima volta dalla
Regione Lombardia e poi introdotto anche in Veneto, Liguria e Sicilia, pur
dimostrandosi un sistema semplice ed efficace per facilitare la libertà di
scelta delle famiglie e soprattutto di quelle meno abbienti, che trovano in esso
uno strumento per rivolgersi alla scuola paritaria con maggior facilità, ha
palesato alcuni importanti limiti e difetti di funzionamento. La detrazione
fiscale è stata la novità introdotta con la Finanziaria per il 2003. La somma
stanziata allora (30 milioni di euro) era sì irrisoria rispetto alle esigenze
del sistema, ma la legge aveva stabilito un principio di grande valore e
l’aumento del finanziamento su questo capitolo di spesa, poi cancellato, poteva
diventare un’altra risorsa importante per chi sceglie la scuola libera. In
Italia quindi le due formule del finanziamento diretto alle scuole e del
finanziamento all’utenza coesistono e rispetto ad esse con questa riforma la
Provincia autonoma di Trento avrebbe potuto compiere un passo avanti in chiave
innovativa. Fermo restando il principio del riconoscimento alle paritarie la
stessa dignità e gli stessi diritti propri degli istituti provinciali autonomi
nell’ambito del medesimo sistema educativo, la formula diversa sulla quale
puntare avrebbe potuto essere quella dei voucher. A differenza dell’attuale
buono-scuola, che è una somma in denaro effettivamente erogata alle famiglie a
fronte di una spesa, il voucher è un assegno virtuale, messo a disposizione di
tutti i cittadini, destinato esclusivamente all’istruzione, e che ciascuno può
“spendere” nella scuola che preferisce. In questo modo l’utente dirotta le
risorse, che materialmente sono erogate dallo Stato alle singole scuole, verso
l’istituto di sua scelta, indipendentemente dal fatto che sia statale o di
qualunque altro soggetto gestore. Questo sistema ha almeno tre vantaggi:
riconosce agli utenti la titolarità del diritto di scelta del soggetto gestore
ed erogatore del servizio; elimina alla radice il problema dei contributi alle
scuole paritarie, perché finanzia il diritto del cittadino (di ogni cittadino)
all’istruzione; mette tutte le scuole, provinciali e non, in condizioni di
perseguire i propri obiettivi con risorse che dipendono direttamente dalla
soddisfazione dell’utente, e quindi costringe tutti a mettersi in competizione
per offrire il servizio migliore. Questa sì sarebbe stata una riforma coraggiosa
la cui realizzazione, me ne rendo conto, innescherebbe una rivoluzione
copernicana di tutto il sistema educativo e formativo. Una rivoluzione che
certamente riguarderebbe in primo luogo le scuole provinciali, ancora strette,
nonostante i proclami di autonomia, nei vincoli di una gestione sostanzialmente centralista e burocratica. La soluzione del
voucher prevede invece un
trasferimento diretto da parte della Provincia al singolo istituto di tutte le
risorse necessarie al suo funzionamento, determinate essenzialmente in base al
numero degli alunni (nonché di altri parametri da definire, in primis la
collocazione geografica e sociale,come piccoli Comuni periferici o aree
disagiate), che poi la scuola possa gestire in modo responsabile, individuando
autonomamente le proprie priorità e i propri obiettivi, e destinando le risorse
in base ai criteri scelti. Va da sé che questo tipo di funzionamento è
incompatibile con l’attuale sistema di reclutamento e di carriera degli
insegnanti, e condurrebbe necessariamente a una gestione autonoma del personale,
docente e non, da parte dei singoli istituti. E occorrerebbe evidentemente
riconsiderare in questa prospettiva anche la riforma degli organi collegiali,
destinati a diventare veri organi di autogoverno degli istituti, con
responsabilità decisionali nella gestione dei fondi e del personale. In questa
direzione due nodi rimarrebbero da sciogliere, entrambi legati all’articolo 33
della Costituzione, che da un lato prevede l’istituzione di scuole non statali
“senza oneri per lo Stato”, e dall’altro stabilisce il cosiddetto valore legale
dei titoli di studio prescrivendo “un esame di Stato per l’ammissione ai vari
ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi”. II primo problema in
fondo è il più semplice. Si tratta infatti di intendersi sul concetto di
“onere”. Occorre ricordare che, in base all’articolo 34 della Costituzione,
dall’obbligo scolastico discende l’impegno dello Stato, nel nostro caso la
Provincia, a sostenere le spese per l’istruzione dei cittadini, e che ogni
alunno che si iscrive a una scuola non statale consente all’ente pubblico di non
spendere la cifra che gli costerebbe se frequentasse le proprie scuole. Non c’è
“onere”, in questa accezione, se non c’è aggravio di spesa rispetto a quella che
la Provincia dovrebbe comunque sostenere se lo studente frequentasse una delle
sue scuole. Certo, questo implica entrare nel merito dei costi della scuola, il
che non è facile. Le indagini pubblicate a questo riguardo documentano che
finanziare la scuola non statale potrebbe rivelarsi non un onere ma un risparmio
per la Provincia. E’ comunque certo che in Italia uno spostamento di alunni
dalle scuole cosiddette pubbliche a quelle paritarie che portasse queste ultime
ad ospitare un 30 per cento della popolazione scolastica, come è in media nei
Paesi Ocse, potrebbe condurre a un’economia in termini assoluti dell’ordine di
qualche miliardo di euro. Il vero problema di ordine costituzionale riguarda il
valore legale del titolo di studio. E' questa la vera pietra d’inciampo sulla
strada di un sistema realmente autonomo e pluralista. Finché il titolo di studio
avrà valore legale, inevitabilmente una grossa fetta dell’utenza continuerà a
chiedere alla scuola, consapevolmente o meno, più il “pezzo di carta” che una
reale preparazione. In questo scenario la concorrenza fra scuole rischia di
diventare una concorrenza al ribasso, una gara a chi garantisce il “pezzo di
carta” con più facilità, penalizzando proprio gli istituti di maggior qualità. È
su questo terreno inoltre che prosperano iniziative che si limitano a favorire
l’acquisizione del titolo, senza investire sulla qualità dell’istruzione.
Tuttavia qualcosa di nuovo si sta movendo anche su questo fronte. Penso ad
esempio alla scelta di alcune università italiane di effettuare i test di
ammissione prima e indipendentemente dai risultati degli esami di Stato: questo
esprime evidentemente la volontà di privilegiare la verifica diretta delle
competenze rispetto alla certificazione che la scuola ne dà. Ciò prefigurerebbe
forse e finalmente quello scenario che personaggi del calibro di Luigi Sturzo,
Gaetano Salvemini, Luigi Einaudi e Antonio Gramsci invocavano più di mezzo
secolo fa: “Ogni scuola - scriveva Sturzo - quale che sia l’ente che la
mantenga, deve poter dare i suoi diplomi non in nome della repubblica, ma in
nome della propria autorità: sia la scoletta elementare di Pachino o di Tradate,
sia l’Università di Padova o di Bologna, il titolo vale la scuola. Se una tale
scuola ha una fama riconosciuta, una tradizione rispettabile, una personalità
nota nella provincia o nella nazione, o anche nell’ambito internazionale, il suo
diploma sarà ricercato; se, invece, è una delle tante, il suo diploma sarà uno
dei tanti”. Vi è poi un secondo gravissimo problema di fondo che merita di
essere evidenziato se come è sicuro questa riforma lascerà sostanzialmente
intatto il primato della scuola pubblica provinciale intesa quale modello ideale
per garantire una presunta libertà di espressione e un altrettanto teorico
pluralismo all’interno degli istituti di istruzione e formazione. Nella scuola
gestita dall’ente pubblico provinciale, si nasconde in realtà una situazione ben
diversa ed anzi diametralmente opposta di cui studenti, genitori, insegnanti e
dirigenti hanno perfino paura di parlare. Mi riferisco all’opera di occupazione
del settore dell’istruzione e della formazione da parte di una sola corrente
culturale e politica, i cui esponenti sono impegnati ad utilizzare
l’insegnamento all’interno degli istituti per far passare una sola linea di
pensiero. II guaio è che questa interpretazione della realtà è presentata dai
docenti agli studenti come se fosse l’unica, e comunque con l’obiettivo di
censurare o di insegnare a disprezzare le altre. Il risultato è che i ragazzi,
tranne rare eccezioni dovute alle famiglie o all’influenza di altri ambienti
educativi meno insani, maturano posizioni ideologiche superficiali infarcite di
giudizi a senso unico e tendono sempre più a dividere semplicisticamente il
mondo in buoni e cattivi senza minimamente disporre di quel senso critico e di
quella capacità di valutazione cui la scuola dovrebbe portare. Un esempio
eclatante di questi effetti devastanti sono le settimane di autogestione dove
nei dibattiti non c’è alcuno spazio né per il confronto rispettoso fra posizioni
diverse né per chi la pensa diversamente ed è costretto al silenzio per non
subire un linciaggio psicologico e morale. Questa è, colleghi, la scuola
pubblica, laica, neutrale e aperta a tutti che in Trentino si è consolidata
negli ultimi anni e di cui ora la riforma Salvaterra sancirà la definitiva
affermazione. Occorre allora qualcuno che abbia il coraggio di denunciare questa
situazione, perché questa è la vera scuola confessionale, ideologica e faziosa
di cui è giusto aver paura e contro la quale occorre combattere con tutte le
nostre forze. Non la scuola paritaria ma la scuola provinciale è oggi in
Trentino la vera scuola “privata” in senso negativo perché piegata alla cultura
che appartiene solo ad alcuni che si tende ad imporre invece come cultura unica
di tutti. Qui, e non certo nel riconoscimento delle scuole paritarie sta il vero
rischio che si instauri un regime dove i diversamente pensanti e le minoranze
culturali sono tollerate sempre più a fatica da chi controlla il sistema
pubblico, soprattutto se non si limitano ad esprimere opinioni, ma desiderano
anche proporsi come soggetti educativi e chiedono di gestire attività di
istruzione o formazione. C’è insomma un uso politico della scuola pubblica che
merita di essere denunciato e combattuto non meno di quanto occorre denunciare e
combattere le cricche da cui sono governati certi piccoli, e non solo piccoli,
comuni del Trentino così come ha giustamente rivelato nei giorni scorsi il
difensore civico. E qui apriamo una parentesi, per poi ritornare comunque
nell’alveo della discussione. A questo proposito desidero evidenziare alcuni
concetti che finora nessuno ha mai espresso nel dibattito originatosi dopo le
forti affermazioni della dottoressa Borgonovo Re, affermazioni che hanno
precedenti importanti e non sono quindi assolutamente né le prime né le uniche
voci levatesi per denunciare queste anomalie. Parto dalla quasi assenza di
controlli nei comuni. Questo è il problema di fondo. E mi riferisco al controllo
di legittimità sugli atti e al controllo politico. Il primo è stato mutato nel
1998 in parere di regolarità tecnico-amministrativa ed il secondo, in mano alle
minoranze politiche, è insignificante. Le minoranze consiliari nei comuni del
Trentino sono senza potere. Possono parlare ma non possono incidere minimamente
sull’amministrazione della cosa pubblica. Il consigliere di minoranza o il
cittadino direttamente coinvolto possono eventualmente impugnare l’atto
amministrativo in questione davanti al Tribunale Amministrativo regionale con i
notevoli costi che ciò comporta.
Ma l’arroganza e la prepotenza che si riscontra in alcuni comuni va oltre con
comportamenti più subdoli e vigliacchi. Vuoi contrastare un’iniziativa
commerciale, edilizia, turistica o di altro tipo promossa da un candidato tuo
antagonista alle ultime elezioni comunali o da un cittadino che non la pensa
come te? E’ semplice. Come amministratore eletto gli chiedi di produrre chili e
chili di carta: perizie geologiche, pareri, autorizzazioni. Di tutto e di più.
Intanto il tempo passa, i costi salgono e la burocrazia la fa da padrona
esacerbando gli animi. E tutto questo mentre per gli amici, parenti e conoscenti
tutto è più agevole e snello: in due mesi si approvano deroghe al piano
regolatore comunale, si inseriscono terreni in zona residenziale, si permette di
costruire in zone con massima tutela ambientale e altro ancora. Per loro, per
gli amici, tutto è più semplice e veloce. E tutto in maniera legittima,
intaccabile. Atteggiamenti, richieste e comportamenti comunque scorretti
protetti ed inseriti in una nebbia di burocrazia e di norme. E’ per questo che è
difficile, se non impossibile, identificare e poi denunciare i casi
contrassegnati come mafiosi da parte del difensore civico che riporta quanto i
cittadini gli riferiscono. E, ribadisco, non solo nei comuni piccoli. Da
rilevare che questi pessimi comportamenti si registrano soprattutto laddove
esistono grossi interessi economici legati al turismo, allo sfruttamento del
territorio o, ancor più, dove esiste un forte legame con i componenti della
Giunta o della maggioranza provinciale.
L’urbanistica è il settore che maggiormente si presta a comportamenti poco
corretti. Rammento che diversamente che nel resto d’Italia l’obbligo di
astensione sui PRG in Trentino si riferisce al secondo grado di parentela
anziché al quarto. Una commissione di indagine - se, come sarebbe auspicabile,
venisse promossa in materia dal Consiglio provinciale - dovrebbe essere
istituita soprattutto per analizzare questo delicato settore ed in particolar
modo le fasi ed i contenuti delle modifiche ed approvazioni dei vari PRG
comunali che vedono in gioco interessi enormi e commistione fra potere locale e
potere provinciale. Un’accelerazione favorevole ai nefasti aspetti che ho
evidenziato si è avuto con l’approvazione nell’ottobre del 2001 della riforma
del Titolo V della Costituzione da parte della maggioranza parlamentare di
centrosinistra: riforma che ha parificato i Comuni alle Città metropolitane,
alle Province e Regioni ed allo Stato. Alle interrogazioni, relative a
problematiche comunali, formulate delle minoranze consiliari provinciali prima
del 2001, la Provincia rispondeva poche volte e ogni volta con argomentazioni
insufficienti che apparivano,come si suol dire, “aria fritta”. Ciò perché il
comune interessato non forniva alla stessa Provincia delle risposte esaurienti o
non ne forniva affatto. Dopo il 2001, in seguito alla riforma costituzionale
voluta dal centrosinistra nazionale, la Provincia è diventata completamente
impermeabile al punto da non entrare mai più nel merito delle denunce o delle
questioni comunali sollevate, e non rispondendo se non appellandosi
all’autonomia e alla dignità delle amministrazioni comunali.
In estrema sintesi gli amministratori comunali che usano le regole a proprio
piacimento - i quali sono fortunatamente una minoranza - possono fare quello che
vogliono. E’ evidente che dietro quest’uso “privatistico” della cosa pubblica da
parte di taluni amministratori locali c’è un duplice tipo di impreparazione...
PRESIDENTE: La invito a rientrare, consigliere, nell’alveo...
DELLADIO (Forza Italia): Sto rientrando, sto rientrando, vedrà che arrivo
nel tema trattato oggi in quest’aula. È stata una parentesi un po’ ampia però
adesso si sta chiudendo. E’ evidente - dicevo, signor Presidente - che dietro
quest’uso “privatistico” della cosa pubblica da parte di taluni amministratori
locali c’è un duplice tipo di impreparazione - e qui arriviamo alla formazione
signor Presidente - un’impreparazione per così dire tecnica e un’impreparazione
politica. L’impreparazione tecnica potrebbe in parte essere almeno in parte
colmata da una scuola di formazione per amministratori come quella auspicata dal
difensore civico, che sottoponga obbligatoriamente i futuri sindaci, assessori e
consiglieri dei comuni trentini ad un corso attraverso il quale essi possano
essere messi nelle condizioni di apprendere i fondamentali principi legislativi
ed il quadro delle responsabilità che dovranno assumersi. Quanto
all’impreparazione politica, qui il problema è chiaramente molto più complesso e
grave, perché non c’è dubbio che con il venir meno del ruolo e
dell’autorevolezza sociale dei partiti sia pressoché scomparsa anche la loro
capacità di funzionare anche da “scuola di formazione” dei giovani e dei loro
futuri rappresentanti politici nelle istituzioni. Tornano quindi in campo anche
qui i temi della scuola e della formazione. Credo che in ogni caso di fronte
alla denuncia di questa gestione privatistica e quasi mafiosa di qualche nostra
amministrazione comunale, anche i partiti - tutti i partiti - debbano
interrogarsi seriamente sulle loro responsabilità e le loro funzioni. Penso però
al tempo stesso che anche chi, negli organi di informazione e soprattutto nella
magistratura, ha continuato anche dopo tangentopoli a dipingere i partiti agli
occhi dell’opinione pubblica come una realtà socialmente pericolosa, quasi
fossero tutti un covo di ladri, dovrebbe fare un esame di coscienza e chiedersi
se il marcio dell’attuale classe dirigente non sia anche l’esito di questo
processo di delegittimazione della politica e dei partiti. Ecco allora che forse
è ora di cambiare atteggiamento e di tornare a considerare i partiti delle
associazioni non solo importanti, ma vitali perché chi governa le nostre
comunità possa tornare ad amministrare bene la cosa pubblica nel rispetto dei
diritti di tutti. Spetta sempre e comunque al cittadino chiamato, in ultima
analisi, col proprio voto ad accordare o meno fiducia ai propri rappresentanti
nelle istituzioni democratiche, legittimare o togliere sostegno a chi dovrà poi
governare i comuni, la Provincia o sedere in Parlamento. Ben vengano sotto
questo profilo le elezioni primarie interne ai partiti e agli
schieramenti,purché funzionino effettivamente da barriera e un filtro
preliminare alle candidature e non si risolvano in una farsa com’è accaduto
nell’autunno scorso per dare un minimo di legittimazione anche formale a Prodi.
Per tornare in conclusione alla riforma della scuola trentina, credo che
l’obiettivo mancato sia soprattutto quello dell’introduzione di un sistema
meritocratico nel trattamento del personale insegnante, risorsa decisiva e
qualificante tanto nei licei quanto nella formazione professionale. Finché non
si avrà il coraggio di studiare un meccanismo che consenta di valutare il
personale docente della scuola in modo oggettivo, coinvolgendo nel processo di
valutazione anche l’utenza (perché in parte devono poter dire la loro anche i
destinatari del servizio, vale a dire studenti, famiglie e aziende nel caso
della formazione professionale), la qualità rimarrà medio bassa e i furbi, gli
sfaticati, chi aspetta solo il 27 del mese e non ha affatto a cuore l’educazione
e la preparazione dei ragazzi nelle diverse discipline, continuerà a ridersela
delle leggi e delle regole provinciali o di istituto. Mi rendo conto che le
organizzazioni sindacali appaiono completamente chiuse in questa direzione. Ma
io sono convinto che se si interpellasse l’opinione pubblica la maggior parte
della nostra popolazione risulterebbe favorevole alla valutazione dei singoli
docenti della scuola e della formazione e conseguentemente anche ad un
trattamento proporzionato al merito. Vogliamo più qualità? Benissimo, non
limitiamoci allora a grandi riforme di sistema ma iniziamo a discutere di questo
con i sindacati. E’ questo il suggerimento che mi permetto di dare all’assessore Salvaterra e alla Giunta assicurando fin d’ora il mio appoggio a qualunque
passo, per quanto piccolo, compiuto in questa direzione. Grazie per
l’attenzione.