SEDUTA 19 LUGLIO 2006

disegno di legge n. 129/XIII, "Sistema educativo di istruzione e formazione del Trentino", disegno di legge n. 95/XIII, "Modificazioni della legge provinciale 24 maggio 1991, n. 9 (Norme in materia di diritto allo studio nell'ambito dell'istruzione superiore), in materia di prestiti", proponenti: cons. Nerio Giovanazzi, cons. Mario Malossini, cons. Mauro Delladio, cons. Walter Viola, cons. Flavio Mosconi, disegno di legge n. 101/XIII, "Formazione continua degli adulti", disegno di legge n. 131/XIII, "Norme in materia di programmi e valutazione del sistema scolastico e di diritto allo studio"
 

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DELLADIO (Forza Italia): Grazie, signor Presidente, egregi colleghi. Innanzitutto, come uomo residente in Val di Fiemme, espressione della Val di Fiemme e non solo, permettetemi di rivolgere un pensiero alle vittime di Stava nel 21° anniversario della tragedia. È già stato fatto stamattina globalmente dall’aula. Una tragedia che ha segnato i nostri animi e che ci dovrebbe sempre far riflettere sull’enorme importanza della vita che non può essere messa a rischio dalla superficialità e dall’egoismo. Prendendo la parola in questo dibattito mi voglio soffermare innanzitutto sulla questione di principio della parità scolastica, che non può essere considerata un aspetto particolare e ininfluente rispetto all’economia complessiva di un disegno di legge come quello di cui ci stiamo occupando, ma a seconda dell’approccio con cui è affrontata cambia sostanzialmente il taglio e i contenuti di una riforma del sistema educativo dell’istruzione e della formazione. E spiego perché. L’offerta della scuola paritaria potrà trovare il suo giusto riconoscimento, se mai ciò accadrà, solo all’interno di un quadro di riferimento in cui la Provincia non sia più il gestore diretto dell’offerta formativa, ma il garante dei livelli offerti tanto dalle scuole direttamente gestite dall’ente pubblico e rese davvero autonome, quanto dalle scuole paritarie. In termini sintetici, autonomia e parità dovrebbero essere le due gambe della stessa riforma del sistema,mentre invece ci troviamo ad esaminare un dispositivo che depotenzia l’autonomia e conferma sostanzialmente un vecchio approccio alla questione della parità. Un approccio in cui l’aspetto normativo e quello economico, che non si dovrebbero separare,rimangono invece su due piani diversi. Dal punto di vista economico, le soluzioni si possono sostanzialmente raggruppare in due grandi tipologie, entrambe oggi applicate in Italia, ed entrambe utilizzate in diversi altri Paesi: finanziamento alle scuole e finanziamento agli utenti. Il finanziamento diretto alla scuola parificata, sulla base di convenzioni o altre forme contrattuali, che in Trentino è stato introdotto dalle legge provinciale 29 del 1990 sull’autonomia e il diritto allo studio, è il più antico in Italia (risale al 1926), e il più diffuso in Europa (Spagna, Francia, Paesi Bassi, Gran Bretagna). Dove è sostenuto da una chiarezza normativa, ha l’indubbio vantaggio di una trasparenza nei rapporti e di una ragionevole certezza per il gestore nella consistenza dei finanziamenti. Il problema è che invece il finanziamento alle paritarie è concepito in Trentino come una benevolenza della Provincia, che “concede” e ridetermina di anno in anno i contributi, e non invece come un elemento strutturale della spesa per l’istruzione. Il principio che sta alla base dei miei ragionamenti è quello che la libertà di educare è un diritto e una responsabilità naturale delle persone e delle famiglie,singole o associate. La scuola deve riacquistare il carattere di servizio di pubblico interesse, capace di rispondere alla domanda di educazione e di istruzione che proviene dalla società. In questo senso, il quadro concettuale e quindi normativo è fondamentale. Vi sono Paesi - ad esempio i Paesi Bassi e la Gran Bretagna - in cui il pluralismo scolastico è l’ovvio presupposto del sistema di istruzione, e di conseguenza il finanziamento alle scuole si accompagna pacificamente al riconoscimento della legittimità della pluralità delle opzioni educative, metodologiche, didattiche. In altri Paesi invece - l’Italia, ma anche la Francia, gli Stati Uniti, per certi versi la Spagna - il modello concettuale è quello della scuola unica gestita dall’ente pubblico statale o locale. Cosa accade in queste situazioni? Accade che la scuola non statale viene tendenzialmente finanziata nella misura in cui compie una funzione di supplenza, o comunque si uniforma al modello statale prevalente. La dipendenza dai finanziamenti pubblici tende in tal modo a uniformare le scuole, consapevolmente o meno, sul modello privilegiato dal finanziatore. Questo è ciò che avviene oggi anche in Trentino, dove le scuole paritarie assomigliano sempre più e ormai quasi completamente a quelle provinciali e se ne auspica, anzi, la totale identificazione e assimilazione per evitare al legislatore il fastidio di dover sempre tener conto, nella produzione normativa, delle differenziazioni fra l’una e l’altra tipologia di istituto, con complicazioni di non poco conto. Non a caso anche nel testo di questa riforma la scuola paritaria viene sempre considerata in seconda battuta, ed è essa a doversi adeguare a quella provinciale, non certo il contrario. Fin qui il finanziamento diretto agli istituti.
L’altra modalità fondamentale di sostegno alle paritarie è il finanziamento destinato agli utenti, nelle due forme del buono-scuola e della detrazione fiscale. Anche il meccanismo del buono-scuola adottato perla prima volta dalla Regione Lombardia e poi introdotto anche in Veneto, Liguria e Sicilia, pur dimostrandosi un sistema semplice ed efficace per facilitare la libertà di scelta delle famiglie e soprattutto di quelle meno abbienti, che trovano in esso uno strumento per rivolgersi alla scuola paritaria con maggior facilità, ha palesato alcuni importanti limiti e difetti di funzionamento. La detrazione fiscale è stata la novità introdotta con la Finanziaria per il 2003. La somma stanziata allora (30 milioni di euro) era sì irrisoria rispetto alle esigenze del sistema, ma la legge aveva stabilito un principio di grande valore e l’aumento del finanziamento su questo capitolo di spesa, poi cancellato, poteva diventare un’altra risorsa importante per chi sceglie la scuola libera. In Italia quindi le due formule del finanziamento diretto alle scuole e del finanziamento all’utenza coesistono e rispetto ad esse con questa riforma la Provincia autonoma di Trento avrebbe potuto compiere un passo avanti in chiave innovativa. Fermo restando il principio del riconoscimento alle paritarie la stessa dignità e gli stessi diritti propri degli istituti provinciali autonomi nell’ambito del medesimo sistema educativo, la formula diversa sulla quale puntare avrebbe potuto essere quella dei voucher. A differenza dell’attuale buono-scuola, che è una somma in denaro effettivamente erogata alle famiglie a fronte di una spesa, il voucher è un assegno virtuale, messo a disposizione di tutti i cittadini, destinato esclusivamente all’istruzione, e che ciascuno può “spendere” nella scuola che preferisce. In questo modo l’utente dirotta le risorse, che materialmente sono erogate dallo Stato alle singole scuole, verso l’istituto di sua scelta, indipendentemente dal fatto che sia statale o di qualunque altro soggetto gestore. Questo sistema ha almeno tre vantaggi: riconosce agli utenti la titolarità del diritto di scelta del soggetto gestore ed erogatore del servizio; elimina alla radice il problema dei contributi alle scuole paritarie, perché finanzia il diritto del cittadino (di ogni cittadino) all’istruzione; mette tutte le scuole, provinciali e non, in condizioni di perseguire i propri obiettivi con risorse che dipendono direttamente dalla soddisfazione dell’utente, e quindi costringe tutti a mettersi in competizione per offrire il servizio migliore. Questa sì sarebbe stata una riforma coraggiosa la cui realizzazione, me ne rendo conto, innescherebbe una rivoluzione copernicana di tutto il sistema educativo e formativo. Una rivoluzione che certamente riguarderebbe in primo luogo le scuole provinciali, ancora strette, nonostante i proclami di autonomia, nei vincoli di una gestione sostanzialmente centralista e burocratica. La soluzione del voucher prevede invece un trasferimento diretto da parte della Provincia al singolo istituto di tutte le risorse necessarie al suo funzionamento, determinate essenzialmente in base al numero degli alunni (nonché di altri parametri da definire, in primis la collocazione geografica e sociale,come piccoli Comuni periferici o aree disagiate), che poi la scuola possa gestire in modo responsabile, individuando autonomamente le proprie priorità e i propri obiettivi, e destinando le risorse in base ai criteri scelti. Va da sé che questo tipo di funzionamento è incompatibile con l’attuale sistema di reclutamento e di carriera degli insegnanti, e condurrebbe necessariamente a una gestione autonoma del personale, docente e non, da parte dei singoli istituti. E occorrerebbe evidentemente riconsiderare in questa prospettiva anche la riforma degli organi collegiali, destinati a diventare veri organi di autogoverno degli istituti, con responsabilità decisionali nella gestione dei fondi e del personale. In questa direzione due nodi rimarrebbero da sciogliere, entrambi legati all’articolo 33 della Costituzione, che da un lato prevede l’istituzione di scuole non statali “senza oneri per lo Stato”, e dall’altro stabilisce il cosiddetto valore legale dei titoli di studio prescrivendo “un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi”. II primo problema in fondo è il più semplice. Si tratta infatti di intendersi sul concetto di “onere”. Occorre ricordare che, in base all’articolo 34 della Costituzione, dall’obbligo scolastico discende l’impegno dello Stato, nel nostro caso la Provincia, a sostenere le spese per l’istruzione dei cittadini, e che ogni alunno che si iscrive a una scuola non statale consente all’ente pubblico di non spendere la cifra che gli costerebbe se frequentasse le proprie scuole. Non c’è “onere”, in questa accezione, se non c’è aggravio di spesa rispetto a quella che la Provincia dovrebbe comunque sostenere se lo studente frequentasse una delle sue scuole. Certo, questo implica entrare nel merito dei costi della scuola, il che non è facile. Le indagini pubblicate a questo riguardo documentano che finanziare la scuola non statale potrebbe rivelarsi non un onere ma un risparmio per la Provincia. E’ comunque certo che in Italia uno spostamento di alunni dalle scuole cosiddette pubbliche a quelle paritarie che portasse queste ultime ad ospitare un 30 per cento della popolazione scolastica, come è in media nei Paesi Ocse, potrebbe condurre a un’economia in termini assoluti dell’ordine di qualche miliardo di euro. Il vero problema di ordine costituzionale riguarda il valore legale del titolo di studio. E' questa la vera pietra d’inciampo sulla strada di un sistema realmente autonomo e pluralista. Finché il titolo di studio avrà valore legale, inevitabilmente una grossa fetta dell’utenza continuerà a chiedere alla scuola, consapevolmente o meno, più il “pezzo di carta” che una reale preparazione. In questo scenario la concorrenza fra scuole rischia di diventare una concorrenza al ribasso, una gara a chi garantisce il “pezzo di carta” con più facilità, penalizzando proprio gli istituti di maggior qualità. È su questo terreno inoltre che prosperano iniziative che si limitano a favorire l’acquisizione del titolo, senza investire sulla qualità dell’istruzione. Tuttavia qualcosa di nuovo si sta movendo anche su questo fronte. Penso ad esempio alla scelta di alcune università italiane di effettuare i test di ammissione prima e indipendentemente dai risultati degli esami di Stato: questo esprime evidentemente la volontà di privilegiare la verifica diretta delle competenze rispetto alla certificazione che la scuola ne dà. Ciò prefigurerebbe forse e finalmente quello scenario che personaggi del calibro di Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini, Luigi Einaudi e Antonio Gramsci invocavano più di mezzo secolo fa: “Ogni scuola - scriveva Sturzo - quale che sia l’ente che la mantenga, deve poter dare i suoi diplomi non in nome della repubblica, ma in nome della propria autorità: sia la scoletta elementare di Pachino o di Tradate, sia l’Università di Padova o di Bologna, il titolo vale la scuola. Se una tale scuola ha una fama riconosciuta, una tradizione rispettabile, una personalità nota nella provincia o nella nazione, o anche nell’ambito internazionale, il suo diploma sarà ricercato; se, invece, è una delle tante, il suo diploma sarà uno dei tanti”. Vi è poi un secondo gravissimo problema di fondo che merita di essere evidenziato se come è sicuro questa riforma lascerà sostanzialmente intatto il primato della scuola pubblica provinciale intesa quale modello ideale per garantire una presunta libertà di espressione e un altrettanto teorico pluralismo all’interno degli istituti di istruzione e formazione. Nella scuola gestita dall’ente pubblico provinciale, si nasconde in realtà una situazione ben diversa ed anzi diametralmente opposta di cui studenti, genitori, insegnanti e dirigenti hanno perfino paura di parlare. Mi riferisco all’opera di occupazione del settore dell’istruzione e della formazione da parte di una sola corrente culturale e politica, i cui esponenti sono impegnati ad utilizzare l’insegnamento all’interno degli istituti per far passare una sola linea di pensiero. II guaio è che questa interpretazione della realtà è presentata dai docenti agli studenti come se fosse l’unica, e comunque con l’obiettivo di censurare o di insegnare a disprezzare le altre. Il risultato è che i ragazzi, tranne rare eccezioni dovute alle famiglie o all’influenza di altri ambienti educativi meno insani, maturano posizioni ideologiche superficiali infarcite di giudizi a senso unico e tendono sempre più a dividere semplicisticamente il mondo in buoni e cattivi senza minimamente disporre di quel senso critico e di quella capacità di valutazione cui la scuola dovrebbe portare. Un esempio eclatante di questi effetti devastanti sono le settimane di autogestione dove nei dibattiti non c’è alcuno spazio né per il confronto rispettoso fra posizioni diverse né per chi la pensa diversamente ed è costretto al silenzio per non subire un linciaggio psicologico e morale. Questa è, colleghi, la scuola pubblica, laica, neutrale e aperta a tutti che in Trentino si è consolidata negli ultimi anni e di cui ora la riforma Salvaterra sancirà la definitiva affermazione. Occorre allora qualcuno che abbia il coraggio di denunciare questa situazione, perché questa è la vera scuola confessionale, ideologica e faziosa di cui è giusto aver paura e contro la quale occorre combattere con tutte le nostre forze. Non la scuola paritaria ma la scuola provinciale è oggi in Trentino la vera scuola “privata” in senso negativo perché piegata alla cultura che appartiene solo ad alcuni che si tende ad imporre invece come cultura unica di tutti. Qui, e non certo nel riconoscimento delle scuole paritarie sta il vero rischio che si instauri un regime dove i diversamente pensanti e le minoranze culturali sono tollerate sempre più a fatica da chi controlla il sistema pubblico, soprattutto se non si limitano ad esprimere opinioni, ma desiderano anche proporsi come soggetti educativi e chiedono di gestire attività di istruzione o formazione. C’è insomma un uso politico della scuola pubblica che merita di essere denunciato e combattuto non meno di quanto occorre denunciare e combattere le cricche da cui sono governati certi piccoli, e non solo piccoli, comuni del Trentino così come ha giustamente rivelato nei giorni scorsi il difensore civico. E qui apriamo una parentesi, per poi ritornare comunque nell’alveo della discussione. A questo proposito desidero evidenziare alcuni concetti che finora nessuno ha mai espresso nel dibattito originatosi dopo le forti affermazioni della dottoressa Borgonovo Re, affermazioni che hanno precedenti importanti e non sono quindi assolutamente né le prime né le uniche voci levatesi per denunciare queste anomalie. Parto dalla quasi assenza di controlli nei comuni. Questo è il problema di fondo. E mi riferisco al controllo di legittimità sugli atti e al controllo politico. Il primo è stato mutato nel 1998 in parere di regolarità tecnico-amministrativa ed il secondo, in mano alle minoranze politiche, è insignificante. Le minoranze consiliari nei comuni del Trentino sono senza potere. Possono parlare ma non possono incidere minimamente sull’amministrazione della cosa pubblica. Il consigliere di minoranza o il cittadino direttamente coinvolto possono eventualmente impugnare l’atto amministrativo in questione davanti al Tribunale Amministrativo regionale con i notevoli costi che ciò comporta.
Ma l’arroganza e la prepotenza che si riscontra in alcuni comuni va oltre con comportamenti più subdoli e vigliacchi. Vuoi contrastare un’iniziativa commerciale, edilizia, turistica o di altro tipo promossa da un candidato tuo antagonista alle ultime elezioni comunali o da un cittadino che non la pensa come te? E’ semplice. Come amministratore eletto gli chiedi di produrre chili e chili di carta: perizie geologiche, pareri, autorizzazioni. Di tutto e di più. Intanto il tempo passa, i costi salgono e la burocrazia la fa da padrona esacerbando gli animi. E tutto questo mentre per gli amici, parenti e conoscenti tutto è più agevole e snello: in due mesi si approvano deroghe al piano regolatore comunale, si inseriscono terreni in zona residenziale, si permette di costruire in zone con massima tutela ambientale e altro ancora. Per loro, per gli amici, tutto è più semplice e veloce. E tutto in maniera legittima, intaccabile. Atteggiamenti, richieste e comportamenti comunque scorretti protetti ed inseriti in una nebbia di burocrazia e di norme. E’ per questo che è difficile, se non impossibile, identificare e poi denunciare i casi contrassegnati come mafiosi da parte del difensore civico che riporta quanto i cittadini gli riferiscono. E, ribadisco, non solo nei comuni piccoli. Da rilevare che questi pessimi comportamenti si registrano soprattutto laddove esistono grossi interessi economici legati al turismo, allo sfruttamento del territorio o, ancor più, dove esiste un forte legame con i componenti della Giunta o della maggioranza provinciale.
L’urbanistica è il settore che maggiormente si presta a comportamenti poco corretti. Rammento che diversamente che nel resto d’Italia l’obbligo di astensione sui PRG in Trentino si riferisce al secondo grado di parentela anziché al quarto. Una commissione di indagine - se, come sarebbe auspicabile, venisse promossa in materia dal Consiglio provinciale - dovrebbe essere istituita soprattutto per analizzare questo delicato settore ed in particolar modo le fasi ed i contenuti delle modifiche ed approvazioni dei vari PRG comunali che vedono in gioco interessi enormi e commistione fra potere locale e potere provinciale. Un’accelerazione favorevole ai nefasti aspetti che ho evidenziato si è avuto con l’approvazione nell’ottobre del 2001 della riforma del Titolo V della Costituzione da parte della maggioranza parlamentare di centrosinistra: riforma che ha parificato i Comuni alle Città metropolitane, alle Province e Regioni ed allo Stato. Alle interrogazioni, relative a problematiche comunali, formulate delle minoranze consiliari provinciali prima del 2001, la Provincia rispondeva poche volte e ogni volta con argomentazioni insufficienti che apparivano,come si suol dire, “aria fritta”. Ciò perché il comune interessato non forniva alla stessa Provincia delle risposte esaurienti o non ne forniva affatto. Dopo il 2001, in seguito alla riforma costituzionale voluta dal centrosinistra nazionale, la Provincia è diventata completamente impermeabile al punto da non entrare mai più nel merito delle denunce o delle questioni comunali sollevate, e non rispondendo se non appellandosi all’autonomia e alla dignità delle amministrazioni comunali.
In estrema sintesi gli amministratori comunali che usano le regole a proprio piacimento - i quali sono fortunatamente una minoranza - possono fare quello che vogliono. E’ evidente che dietro quest’uso “privatistico” della cosa pubblica da parte di taluni amministratori locali c’è un duplice tipo di impreparazione...


PRESIDENTE: La invito a rientrare, consigliere, nell’alveo...


DELLADIO (Forza Italia): Sto rientrando, sto rientrando, vedrà che arrivo nel tema trattato oggi in quest’aula. È stata una parentesi un po’ ampia però adesso si sta chiudendo. E’ evidente - dicevo, signor Presidente - che dietro quest’uso “privatistico” della cosa pubblica da parte di taluni amministratori locali c’è un duplice tipo di impreparazione - e qui arriviamo alla formazione signor Presidente - un’impreparazione per così dire tecnica e un’impreparazione politica. L’impreparazione tecnica potrebbe in parte essere almeno in parte colmata da una scuola di formazione per amministratori come quella auspicata dal difensore civico, che sottoponga obbligatoriamente i futuri sindaci, assessori e consiglieri dei comuni trentini ad un corso attraverso il quale essi possano essere messi nelle condizioni di apprendere i fondamentali principi legislativi ed il quadro delle responsabilità che dovranno assumersi. Quanto all’impreparazione politica, qui il problema è chiaramente molto più complesso e grave, perché non c’è dubbio che con il venir meno del ruolo e dell’autorevolezza sociale dei partiti sia pressoché scomparsa anche la loro capacità di funzionare anche da “scuola di formazione” dei giovani e dei loro futuri rappresentanti politici nelle istituzioni. Tornano quindi in campo anche qui i temi della scuola e della formazione. Credo che in ogni caso di fronte alla denuncia di questa gestione privatistica e quasi mafiosa di qualche nostra amministrazione comunale, anche i partiti - tutti i partiti - debbano interrogarsi seriamente sulle loro responsabilità e le loro funzioni. Penso però al tempo stesso che anche chi, negli organi di informazione e soprattutto nella magistratura, ha continuato anche dopo tangentopoli a dipingere i partiti agli occhi dell’opinione pubblica come una realtà socialmente pericolosa, quasi fossero tutti un covo di ladri, dovrebbe fare un esame di coscienza e chiedersi se il marcio dell’attuale classe dirigente non sia anche l’esito di questo processo di delegittimazione della politica e dei partiti. Ecco allora che forse è ora di cambiare atteggiamento e di tornare a considerare i partiti delle associazioni non solo importanti, ma vitali perché chi governa le nostre comunità possa tornare ad amministrare bene la cosa pubblica nel rispetto dei diritti di tutti. Spetta sempre e comunque al cittadino chiamato, in ultima analisi, col proprio voto ad accordare o meno fiducia ai propri rappresentanti nelle istituzioni democratiche, legittimare o togliere sostegno a chi dovrà poi governare i comuni, la Provincia o sedere in Parlamento. Ben vengano sotto questo profilo le elezioni primarie interne ai partiti e agli schieramenti,purché funzionino effettivamente da barriera e un filtro preliminare alle candidature e non si risolvano in una farsa com’è accaduto nell’autunno scorso per dare un minimo di legittimazione anche formale a Prodi.
Per tornare in conclusione alla riforma della scuola trentina, credo che l’obiettivo mancato sia soprattutto quello dell’introduzione di un sistema meritocratico nel trattamento del personale insegnante, risorsa decisiva e qualificante tanto nei licei quanto nella formazione professionale. Finché non si avrà il coraggio di studiare un meccanismo che consenta di valutare il personale docente della scuola in modo oggettivo, coinvolgendo nel processo di valutazione anche l’utenza (perché in parte devono poter dire la loro anche i destinatari del servizio, vale a dire studenti, famiglie e aziende nel caso della formazione professionale), la qualità rimarrà medio bassa e i furbi, gli sfaticati, chi aspetta solo il 27 del mese e non ha affatto a cuore l’educazione e la preparazione dei ragazzi nelle diverse discipline, continuerà a ridersela delle leggi e delle regole provinciali o di istituto. Mi rendo conto che le organizzazioni sindacali appaiono completamente chiuse in questa direzione. Ma io sono convinto che se si interpellasse l’opinione pubblica la maggior parte della nostra popolazione risulterebbe favorevole alla valutazione dei singoli docenti della scuola e della formazione e conseguentemente anche ad un trattamento proporzionato al merito. Vogliamo più qualità? Benissimo, non limitiamoci allora a grandi riforme di sistema ma iniziamo a discutere di questo con i sindacati. E’ questo il suggerimento che mi permetto di dare all’assessore Salvaterra e alla Giunta assicurando fin d’ora il mio appoggio a qualunque passo, per quanto piccolo, compiuto in questa direzione. Grazie per l’attenzione.