SEDUTA DEL 5 GIUGNO 2006

disegno di legge n. 104/XIII, "Norme in materia di governo dell'autonomia del Trentino"

(...)

DELLADIO (Forza Italia): Grazie signor Presidente. Egregi colleghi. Desidero aggiungere qualche altra riflessione al dibattito effettuato in sede di discussione generale, focalizzando il mio intervento innanzitutto sulla risposta che ritengo doveroso dare in primo luogo alle affermazioni rilasciate qualche tempo fa in quest’aula dal collega Amistadi, e poi in merito alla riforma istituzionale.
E a proposito di riforma istituzionale dico subito che il mio intervento evidenzierà più avanti le motivazioni della mia netta contrarietà al disegno di legge proposto dalla Giunta provinciale che – come ho già detto – si discosterà nel merito dal pensiero del collega Mosconi.
Infine mi soffermerò con alcune riflessioni sugli emendamenti che il Presidente ha presentato all’assemblea legislativa, dai quali è dipeso il secondo passaggio del disegno di legge in commissione.
Inizio quindi col rispondere al collega Amistadi, che purtroppo non è presente in aula.
Glielo devo, quasi per fatto personale, dopo aver ascoltato l’intervento nel quale con mia sorpresa ero stato da lui chiamato in causa per aver osato stigmatizzare alcuni fatti e comportamenti legati al passato prossimo della politica in Trentino e al tema degli appalti durante il dibattito avvenuto in quest’aula nel febbraio scorso.
Rilievi, i miei, che nessuno, nemmeno Amistadi, ha peraltro analizzato con la necessaria serietà, e rispetto ai quali, non avendo registrato alcuna critica e obiezione circostanziata, sono ancora in attesa di un chiarimento politico preciso.
Per chi non avesse assistito all’ultimo dibattito in aula, ricordo che il collega Amistadi, fuori verbale, evidentemente toccato nel vivo dal mio intervento e assumendo il ruolo di portavoce dell’antico orgoglio democristiano (peraltro non sempre identificabile con un atteggiamento “democratico” e tantomeno “cristiano”), mi aveva definito “pecora nera” da cui tenersi il più possibile lontani perché con un soggetto del genere è impossibile, soprattutto per chi è al governo, trovare punti di convergenza.
“noi non ti vogliamo” aveva detto rivolto a me il collega Amistadi sentendosi evidentemente investito della rappresentanza e del compito di tutelare la presunta onorabilità dei tanti reduci della balena bianca kessleriana.
Non posso far finta di non aver sentito le parole del collega Amistadi e per questo sono costretto a rispondergli tirato per l’ormai esiguo vello – per usare la sua stessa metafora – sopravvissuto al mio ormai lungo impegno politico fuori e dentro il Consiglio provinciale.
Debbo confessare d’altra parte che mi viene da sorridere quando mi trovo davanti, come in questo caso, ad una relazione così piccata e vibrante agli interventi nei quali cerco semplicemente di mettere alla berlina o sotto la lente di ingrandimento progetti e atti tesi a garantire anche oggi agli ex democristiani alleati del centro sinistra il controllo pressoché assoluto del potere e del territorio.
Questa sua reazione segnala che ho centrato in pieno il bersaglio e mi induce quindi ad insistere nel mettere il dito nella piaga.
Per queste ragioni, caro collega Amistadi (ti avrei chiamato egregio – ossia fuori dal gregge – se tu non avessi preferito rimanere all’interno del branco delle candide pecorelle tra le quali hai scelto di pascolare), mi limito per educazione a replicare esclusivamente al modo con cui ti sei rivolto a me in aula durante la prima parte della discussione generale di questo disegno di legge.
Devo dire innanzitutto che con le mie parole non penso affatto di aver offeso la storia. La storia non si offende: si studia, si analizza e si valuta per cercare di comprenderne il significato ed il messaggio con il senno di poi.
E da questo punto di vista la storia della Democrazia Cristiana costituisce un patrimonio della cultura politica nazionale, come appartengono a questo patrimonio le esperienze di vita di don Sturzo, di Degasperi e di Aldo Moro.
Se tu caro Adelino avessi posto la dovuta attenzione alle mie parole, ti saresti accorto che il mio intervento aveva per oggetto la libertà e i diritti dei cittadini minacciati da un certo tipo di gestione della “cosa pubblica” e del territorio.
Mi riferivo fra l’altro anche a progetti, iniziative e deroghe urbanistiche che ultimamente interessano la nostra provincia. Più che storia, dunque, questi possono essere considerati tutt’al più fatti di cronaca.
Non è colpa mia se, ad esempio, le persone coinvolte nella vicenda Solatrix aderivano idealmente al vostro gruppo politico.
Sono fatti inequivocabili come questi – e non opinioni soggettive – quelli che tracciano la linea di demarcazione fra la vecchia partitocrazia disperatamente aggrappata al tentativo di sopravvivere anche oggi, e i soggetti politici nuovi nati poco più di un decennio fa dalla reazione a quel sistema di potere.
È vero che la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista non ci sono più.
Tuttavia è innegabile che molti fuoriusciti da quei partiti non sapendo rinunciare agli enormi poteri e privilegi di cui disponevano nella Prima Repubblica si siano trasformati, cambiando d’abito, in aggregazioni diverse solo nel nome quali la Margherita e i Democratici di Sinistra.
Oggi i trentini iniziano ad accorgersi che al governo della Provincia e della Regione sono rimasti in fondo gli stessi partiti del centrosinistra nelle cui mani era rimasto concentrato tutto il potere politico dal dopoguerra in poi.
Si sta cominciando a prendere coscienza che da questa egemonia dipende gran parte dei problemi del nostro territorio.
Non a caso il risultato delle ultime elezioni dimostra che questo sistema di potere inizia a scricchiolare.
Il voto per il centrosinistra non appare più così plebiscitario come accadeva fino a poco tempo fa e le prime crepe nel rapporto politicamente clientelare instaurato negli ultimi decenni fra il governo provinciale e il territorio sono ormai visibili.
Timori, imbarazzi, minacce e perfino qualche pubblica denuncia raccolta nelle valli e fra gli amministratori da una stampa locale di solito compiacente, non sono che l’inevitabile riflesso esterno di una profonda crisi interna di cui soffre l’establishment.
Ciò spiega anche il positivo riscontro elettorale ottenuto invece da Forza Italia, il partito in cui mi riconosco e che nelle ultime consultazioni ha dimostrato anche in Trentino di contare molto più di quanto molti immaginavano in termini di consenso e di radicamento sul territorio.
Un partito, quello di Forza Italia, fondato solo dodici anni fa con un progetto nettamente alternativo alla sinistra e perciò avversario di chi occupava il potere nella Prima Repubblica.
E tuttavia un partito, quello di Forza Italia, depositario di valori popolari e frutto della sintesi di tradizioni vive, non ideologiche e proprio per questo irriducibile a quella Democrazia Cristiana aperta alla sinistra della cui memoria, caro Amistadi, ti ergi a strenuo custode.
Non finisce mai di stupire la tua adesione ad una Margherita che oggi incarna l’eredità di quella sinistra DC con la quale in passato non provavi soverchia simpatia e verso la quale anche oggi nutri pesanti riserve.
Basta ricordare, caro Adelino, quanto tu stesso dicesti al vostro congresso del novembre 2004: “non solo del presente ci dobbiamo occupare. È la prospettiva che mi preoccupa, è come saremo fra 5, 10, 15 anni. Così come siamo, sapremo sopravvivere a Dellai, a Grisenti, al fatto di essere al governo, al fatto di occupare gran parte delle leve economiche e sociali della Provincia?”, (queste tue dichiarazioni sono tratte da un’intervista che avevi rilasciato ad un quotidiano locale l’8 novembre del 2004).
Converrai con me, caro collega Amistadi, che voler sopravvivere a Dellai e Grisenti è cosa molto ma molto diversa dal voler mantenere viva nel tempo l’eredità per tutti preziosa di un don Luigi Sturzo e di un Alcide Degasperi.
Anche tu condividi che quella eredità mal si combina ad esempio con le ragioni per cui da consigliere provinciale mi sono rivolto in quest’aula a Dellai e a Grisenti invitandoli pubblicamente a riferire in primo luogo qui e non in altre sedi, in merito alle note vicende che interessano le relazioni fra l’Assessorato ai Lavori Pubblici e le imprese note per essere coinvolte in vicende giudiziarie legate ad appalti pubblici.
Sono e resto infatti convinto che prima di essere chiamati a valutare la proposta di nuove norme per modificare la legge da cui sono disciplinati gli appalti, i consiglieri provinciali debbano essere adeguatamente informati circa il quadro dei rapporti esistenti in materia fra un autorevole membro della Giunta e gli operatori privati.
Ricordo che nell’ordine del giorno dei lavori della commissione legislativa provinciale competente, figurano due disegni di legge in tema di appalti: uno presentato dalla Giunta provinciale e uno proposto da Forza Italia.
La salvaguardia della dialettica esecutivo–legislativo deve essere tutelata sempre e comunque, anche se questo, a volte, può essere istintivamente irritante.
Ma se l’istintiva irritazione e poi il silenzio sono l’unica reazione dell’esecutivo a queste semplici e legittime istanze di chiarimento sollecitate da un modesto consigliere provinciale, ciò è indice che ci troviamo di fronte non ad un fuoco di paglia ma ad un problema serio e meritevole di approfondimenti ed indagini da effettuare non solo in sede politica.
E infatti proprio con questo atteggiamento di fastidio e di insofferenza che si è finora risposto a queste mie osservazioni.
Appare ormai chiaro che alla luce delle vicende giudiziarie esposte pubblicamente sulle pagine dei quotidiani locali negli ultimi mesi, la Giunta intende lasciar cadere il problema fino a farlo scomparire dall’attenzione, sfumando e minimizzando ogni richiamo alla questione per mantenere su di essa un profilo costantemente basso.
Le stesse considerazioni possono essere applicate anche all’ormai nota controversia prima clamorosamente esplosa e poi subito appianata per sedare l’opinione pubblica e i giornali con il sindaco di Fai della Paganella e con altri amministratori comunali, alcuni dei quali si erano spinti fino a rievocare la “magnadora” cui aveva alluso un importante e facilmente identificabile assessore provinciale.
Sennonché pochi hanno il coraggio di rilevare che l’assessore Grisenti potrebbe essere paragonato ad un angioletto rispetto ad altri suoi colleghi e rappresenta, anzi, un utile parafulmine per distogliere l’attenzione da atteggiamenti ed atti ancor più gravi di cui si rendono responsabili altri esponenti dello stesso partito anch’essi membri dell’esecutivo.
Ecco, quando mi azzardo a toccare o anche solo a sfiorare questi tasti l’irritazione e il silenzio con cui la Giunta ed in particolare il suo capo reagiscono, dimostrano tutta la supponenza di chi non tollera che qualcuno disturbi il conducente distogliendolo dalle priorità politiche sulle quali esige di concentrare esclusivamente lo sguardo.
Non merita quindi alcun riguardo, anzi, va disprezzato chi come me si ostina a tornare su questi argomenti convinto che anche questo sia il ruolo di una vera opposizione.
Una vera opposizione non può non chiedersi perché da parte di un governo provinciale che non dovrebbe aver nulla da temere non c’è alcuna voglia di accendere i riflettori su questa materia.
Perché si è così preoccupati di liquidare questi interrogativi come “i soliti tormentoni di Delladio”, in quanto tali non degni di essere presi in considerazione.
Forse i signori dell’esecutivo e della maggioranza dimenticano che se sono qui da tre legislature è proprio in virtù di questo mio incessante impegno speso nel “lavorare ai fianchi” le Giunte succedutesi ai vertici della Provincia e della mia sistematica opera di presenza e di denuncia dei soprusi compiuti da questo o quell’Assessore in tutto il territorio provinciale.
Un lavoro molte volte silenzioso ma compreso dai tanti cittadini che ad ogni tornata elettorale mi accordano il loro sostegno e consenso.
Un pressante “lavoro ai fianchi” che, lo ripeto, è uno dei compiti irrinunciabili di un’opposizione seria e la cui sottovalutazione da parte della Giunta conduce, presto o tardi, ai deludenti risultati politici raccolti dai partiti della maggioranza nelle ultime elezioni e ai sempre più confortanti riscontri ottenuti invece dal mio partito.
Torno quindi a ripetere che il Consiglio provinciale non può essere chiamato a pronunciarsi sulle proposte di legge relative agli appalti e alla disciplina dei organi amministrativi che gestiscono gli appalti stessi, se prima non è adeguatamente messa al corrente di cosa sta succedendo nella organizzazione del servizio provinciale competente, soggetto al prelievo di documenti per ordine dell’Autorità giudiziaria.
Mi stupisce che già più volte siano stati i funzionari, in particolare il responsabile del servizio legale, a doversi recare in Procura per sostenere un colloquio con i magistrati.
Non mi risulta che il servizio legale sia inquisito. Né mi risulta che la Giunta abbia deliberato, come in ogni situazione dovuta, di farsi rappresentare formalmente da funzionari provinciali. Il vero responsabile del servizio è con ogni evidenza l’Assessore o il Presidente che gli ha conferito la delega.
Non vorrei che si ripetesse quanto è già accaduto con la missiva portata a mano dall’Avvocato Vanni Ceola al Procuratore della Repubblica e che il signor Presidente si è trovato a giustificare nel suo discorso ufficiale durante la cerimonia d’apertura del corrente anno giudiziario.
Una giustificazione che nasce da una fiducia mal riposta in qualcuno che di omogeneizzati, di aloe e di ammortizzatori per camion ben poco si intendeva, visti i fallimenti milionari dichiarati dal tribunale di Rovereto nei mesi scorsi.
Consentire al signor Presidente e all’Assessore di tacere su una situazione che non è nel loro pieno controllo istituzionale, sarebbe una grave negligenza, non solo politica commessa da questo organo legislativo e di controllo dell’attività della Giunta provinciale.
L’esercizio della delega – perché di deleghe parliamo anche in questo disegno di legge, deleghe tra Provincia e Comunità di valle – in parole povere vuol dire gestire i soldi dei trentini.
E ciò ancor più vero quando il potere politico tende, come tu collega hai ben evidenziato nel 2004, ad un’espansione illimitata della propria influenza in ogni settore.
Sono sicuro che tu stesso, Adelino, cogli l’anomalia di tale situazione e ben sai che le imprese di costruzione operano non solo in rapporto con l’ente Provincia, ma anche con l’ente Comune e con l’ente Comprensorio di cui stiamo discutendo.
Ciò impone che anche l’Assessore agli Enti locali eserciti la medesima vigilanza per evitare il formarsi di cartelli di impresa che possano condizionare le Istituzioni.
Colgo pertanto l’occasione per invitarti a una riflessione ed aderire alla mia proposta, richiedendo tu stesso a coloro ai quali hai detto di voler sopravvivere, di riferire in quest’aula in scienza e coscienza tutto ciò che sanno, evitando così di lasciare alla stampa il compito di raccontarci alcune tristi vicende della nostra autonomia.
Questo è quanto volevo dire in merito all’argomento appalti sul quale tutti fanno orecchie da mercanti.
Cambiamo argomento. Ma c’è un altro aspetto che intendo rilevare e del quale vorrei rimanesse traccia nei verbali di questa seduta consiliare.
Devo notare che molti dirigenti prima ancora che sia completato il sistema di “spoil system” che questa Giunta vorrebbe adottare a tutti i livelli, si sono spontaneamente recati dall’Assessore.
Come bravi soldatini si sono iscritti o si sono fatti vedere in occasione dell’inaugurazione dell’Associazione “Prospettive” e questo mi ha ricordato la nota novella di Gògol, “Il cappotto”, in cui un impiegato fa di tutto per poter sfilare almeno una volta sulla Prospettiva Nievsky – la strada più bella di Mosca – con il cappotto uguale a quello dei propri comandanti.
Questa novella racconta in realtà il dramma e la progressiva decadenza di un sistema di tipo sovietico fatto di privilegi e la nascente burocrazia di stato.
Ed eccomi a chiarire infine le ragioni della mia netta contrarietà a questo disegno di legge. Il perché della mia posizione nasce da alcuni ragionamenti che avevo già dettagliatamente esposto nel mio intervento del 7 febbraio scorso in aula, dei quali ora ritengo opportuno ricapitolare sinteticamente i passaggi più significativi.
Ribadisco innanzitutto che questo disegno di legge nasce da una sorta di “sete di (vana) gloria”: i suoi autori politici voglio essere ricordati nei futuri libri di storia del Trentino per aver promosso una riforma importante.
Una riforma che tuttavia, a ben guardare altro non è che una pseudo–riforma.
Alla base infatti di un provvedimento legislativo che pretende di avere tanta importanza dovrebbe esservi una consultazione popolare libera e seria con i cittadini (e non solo con gli amministratori compiacenti sul territorio), di cui la Giunta non si è mai accollata l’impegno.
Quello che manca è il parere e la valutazione della gente e non dei sindaci e degli assessori, dei burocrati o dei cosiddetti testimoni privilegiati ed esperti con cui vi siete esclusivamente confrontati e il cui giudizio è viziato o dalla sudditanza all’esecutivo e all’apparato provinciale, o dalla preoccupazione di conservare ad ogni costo rendite di posizione.
Per questo il disegno di legge di cui stiamo discutendo esprime la logica gattopardesca di chi ha messo in campo una formidabile campagna mediatica per elevare al rango di “madre di tutte le riforme” un provvedimento unicamente finalizzato, nella realtà, a mantenere inalterato, anzi, a consolidare ancora più lo status quo, naturalmente a beneficio di pochi.
Si cambia qualcosa nella forma per non cambiare nulla nella sostanza.
Peggio, si aggiungono altri organi e centri di potere alla pletora di quelli già esistenti, per garantire e vincolare così il più a lungo possibile all’attuale maggioranza politica l’appoggio elettorale non più solo delle città ma anche delle valli.
Tutto ciò, è ovvio, poteva essere architettato (com’è puntualmente accaduto) solo tacendo accuratamente dei costi che ricadranno in termini di burocrazia, di lentezze e conflittualità decisionali e di risorse finanziarie sull’intera comunità provinciale.
Ricordo peraltro che quando iniziò il confronto politico in merito a questa riforma, anche l’assessore Bressanini come i suoi predecessori sembrava intenzionato a percorrere la strada della riduzione del numero dei comuni.
Poi chissà come, alla vigilia di una tornata elettorale, ecco il progetto delle 15 o 20 Comunità di valle da sostituire agli 11 Comprensori.
“Sarà una riforma a costo zero” assicurò l’Assessore che dovette poi rimangiarsi l’affermazione di fronte all’evidente plausibilità delle critiche ricevute.
Ed eccoci all’ultimo colpo di scena in ordine di tempo: l’accordo di maggioranza che ha cancellato dal disegno di legge il numero e la composizione degli ambiti territoriali.
Una rimozione che ha tolto a questa riforma istituzionale anche l’ultima parvenza di credibilità.
Il motivo ce lo ha spiegato non senza imbarazzo l’Assessore in commissione: nella coalizione di governo c’è chi ha rapporti troppo stretti con gli amministratori locali per poter accettare soluzioni da cui da qualche Comune avrebbe potuto non essere soddisfatto.
Meglio quindi approvare subito la legge per avere poi mani libere con cui concordare a tavolino le aggregazioni territoriali più adeguate agli interessi degli amici sindaci.
Che importa se la decisione sarà presa sulla testa dei cittadini?
Che importa se in tal modo esecutivo e maggioranza sacrificano il rispetto per il legislativo?
Che importa, pur a fronte dell’unico contenuto rilevante di questa “riforma delle riforme”, baipassare con disinvoltura il confronto politico e democratico preventivo che ha necessariamente sede all’interno del Consiglio provinciale?
Si è consumata in tal modo l’ultima presa in giro dei cittadini del Trentino e l’ennesima truffa con questa sottospecie di “operazione di marketing” unicamente destinata a nascondere una nuova spartizione della torta, cioè dei poteri e delle risorse provinciali, fra chi comanda in Provincia e chi comanda nelle periferie.
Altro che trasferimento delle responsabilità! Altro che sussidiarietà!
Una magnadora come questa non si poteva certo allestire in pubblico e per legge.
Occorreva una sede più defilata in cui senza occhi indiscreti e nel chiuso del Palazzo Giunta e Comuni potranno più agevolmente definire scambi e intese sottobanco.
Sennonché il gioco, anzi, il trucco, grazie alla scelta di rinviare la determinazione degli ambiti a dopo l’approvazione della legge per le ragioni “confessate” alla commissione dell’assessore Bressanini, ora è palesemente venuto allo scoperto, e verrà ancor più alla luce quando esploderanno i problemi dei costi, la litigiosità fra Comuni e Comuni, fra Comuni e comunità di valle, fra queste e la Provincia mettendo seriamente a repentaglio il consenso politico che credevate in tal modo di rafforzare.
Volevate essere gli imbianchini della vecchia casa costituita dai Comprensori modificando il nome di questi ultimi sul campanello, e invece vi ritrovate tra le mani una riforma dagli esiti incerti a causa delle vostre stesse ambizioni e dei vostri sotterfugi.
Continuo il mio intervento ribadendo quanto già esposto l’altra volta. Io credo che, mettendo mano al sistema istituzionale, a qualunque livello, oggi sia irrinunciabile garantire tre condizioni: l’effettivo contenimento dei costi del sistema pubblico; una vera rappresentatività democratica dei territori; e, in terzo luogo, ma non certo da ultimo, la funzionalità, vale a dire l’efficienza e l’efficacia delle strutture e dei servizi forniti al cittadino.
Dovrebbe infatti essere essenziale, quando si decide di rimettere mano ad un modello istituzionale così delicato e “giocato” in uno spazio territoriale ridottissimo, assicurare una sintesi forte e chiara fra identità ed efficienza, dove il valore primario deve rimanere però sempre quello dell’identità intesa come specificità culturale, tradizione locale e senso di appartenenza al territorio.
Per realizzare questa sintesi occorre il coraggio di compiere scelte che possono sembrare anche impopolari.
Sono convinto che una proposta alternativa seria e realistica dovrebbe partire dall’analisi delle esigenze dalle attuali municipalità, nelle quali si può agevolmente constatare che i problemi si situano per lo più a livello sovraccomunale e riguardano ad esempio la realizzazione e la gestione delle aree artigianali, i sistemi e i meccanismi di raccolta dei rifiuti, il ciclo dell’acqua dal convogliamento alla depurazione, la viabilità, la polizia municipale, la pianificazione urbanistica, eccetera.
Personalmente ritengo che sarebbe doveroso perseguire l’obiettivo della formazione di grandi comuni cui affidare ambiti territoriali omogenei, all’interno dei quali salvaguardare la rappresentatività dei vecchi municipi.
Un’operazione come questa porterebbe con sé notevoli vantaggi: rafforzerebbe l’autorevolezza delle amministrazioni locali rispetto alla Provincia e a qualunque altro ente pubblico e privato anche ai fini del reperimento delle risorse, perché una massa critica di un certo peso riesce più facilmente a condizioni vantaggiose per tutti; determinerebbe una razionalizzazione degli uffici e dei servizi riducendo i costi della burocrazia e conseguentemente il peso delle tasse locali; favorirebbe anche nelle valli più periferiche la partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica e il ricambio della classe amministrativa grazie alla maggiore dimensione dei problemi e alla diversa ampiezza delle prospettive territoriali di riferimento; permetterebbe l’elezione delle persone più stimate delle varie municipalità evitando di mortificare l’identità dei piccoli centri.
Resta, a mio avviso, ancora tutta da dimostrare la presunta illusorietà di questa proposta.
Per questo considero inaccettabile il sistema rappresentativo dei Comuni e non dei cittadini, attraverso il quale, nel disegno di legge, la Giunta provinciale intende introdurre le Comunità di valle.
Comunità di valle il cui unico obiettivo – lo ripeto – appare quello di mantenere e incrementare il controllo politico sul territorio mediante l’ulteriore articolazione delle amministrazioni locali.
I primi veri interlocutori di una riforma istituzionale degna di questo nome dovrebbero essere invece i cittadini, ai quali, non a caso, nessuno ha mai spiegato fino in fondo il progetto concepito ed elaborato dall’Esecutivo esclusivamente per soddisfare sindaci ed Assessori delle municipalità, e garantire loro l’assoluto controllo sui nuovi enti intermedi e assicurandosi così indirettamente il loro consenso.
Con questa riforma si vuol far passare l’idea che la nascita delle Comunità di valle sia attesa con ansia dai cittadini, confidando in un benefico ritorno di consenso.
Le recenti elezioni politiche hanno smentito duramente questa interpretazione.
Un consenso indebolito anche dai maldestri tentativi verificatisi prima e dopo il voto, di ricattare sindaci e amministratori locali con le “armi” tipiche del potere provinciale, imponendo un senso di soggezione del territorio a Trento.
Gli interventi dei Assessori sono stati giustificati come battute, cadute di stile o frasi sconvenienti anziché come sinonimi di prepotenza ed arroganza.
C’è da dire, inoltre, che alla stragrande maggioranza dei cittadini nulla o poco importa delle comunità di valle, nel senso istituzionale del termine, sebbene esista un forte spirito di identità valligiana o di ambito omogeneo.
L’interesse dei cittadini verte principalmente sulla soluzione dei problemi quotidiani e riguarda invece molto poco i progetti politici e di architettura istituzionale con i quali si pensa di passare alla storia o di mettere il proprio nome a fianco della legge che sta per essere approvata da questo Consiglio provinciale.
Questa norma – lo ribadisco – va contro le aspettative della gente, aumenterà i costi e la conflittualità fra le istituzioni.
Possiamo stare certi che, con l’introduzione delle Comunità di valle, assisteremo ad un tragico rallentamento e ad un appesantimento burocratico dei processi decisionali a tutti i livelli.
Con un ente intermedio politicamente forte sarà difficile, se non impossibile, risalire ai responsabili delle scelte e dei problemi da affrontare, perché ci troveremo di fronte ad un palleggio di competenze fra un’istituzione e l’altra.
Nascerà una conflittualità fra Comunità di valle e Provincia e tra Comunità di valle e Comuni che porterà ad un rallentamento nelle decisioni e conseguentemente ad un impoverimento dei territori.
Già oggi è difficile orientarsi per individuare l’interlocutore politico, amministrativo o tecnico giusto al quale rivolgersi nell’ambito dell’apparato pubblico.
Riesce quindi molto difficile credere che in questo contesto le Comunità di valle introdurranno elementi di semplificazione e una maggiore trasparenza.
Il terzo ed ultimo aspetto sul quale desidero soffermarmi riguarda gli emendamenti che il Presidente ha voluto sottoporre all’attenzione dell’Assemblea nell’aprile scorso.
Emendamenti che per la rilevante importanza hanno imposto la necessità di un riesame del testo da parte della Prima commissione legislativa.
Mi riferisco innanzitutto al pacchetto di modifiche che hanno introdotto la previsione di tre nuove società controllate dalla Provincia: la Trentino Riscossioni S.p.A., la società per la formazione permanente del personale delle Amministrazioni pubbliche locali e l’Agenzia per l’Energia.
La Trentino Riscossioni S.p.A. creata con l’articolo 34 si occuperà di garantire ed accertare le entrate per conto della Provincia e dei suoi enti collegati.
La Società per la formazione permanente del personale delle amministrazioni pubbliche istituita dall’articolo 35, dovrà assicurare l’aggiornamento e la qualificazione in servizio degli organici della Provincia e degli enti pubblici ad essa collegati, ferma restando l’esistenza di un analogo strumento per la preparazione dei dipendenti gestito dal Consorzio dei Comuni.
L’articolo 39 prefigura infine la cosiddetta Agenzia provinciale per l’energia che assorbirà l’Azienda Speciale provinciale per l’Energia trasferendo il personale in capo all’ASPE nell’organico provinciale.
Queste tre nuove entità pubbliche andranno ad incrementare il già cospicuo numero di Aziende, Agenzie e Fondazioni create negli ultimi anni dalla Giunta Dellai con il sostegno di questa maggioranza e svincolate, in parte o del tutto, dal bilancio provinciale.
Penso alla Trentino S.p.A., all’ITEA S.p.A., alla famigerata TrentinoTIS S.p.A., all’Agenzia per lo Sviluppo S.p.A., alla Trentino Trasporti S.p.A., alla Patrimonio del Trentino S.p.A., all’Interporto S.p.A., all’Informatica Trentina S.p.A. per citare le più importanti.
Emerge ancora una volta la logica pervasiva di una Provincia che moltiplica le sue propaggini per controllare e dirigere politicamente e burocraticamente ogni segmento della società civile perché nulla sfugga a questo forma di intervento.
Con il pretesto teorico di soddisfare il bisogno di una maggiore efficienza ed efficacia dei servizi si impone, di fatto, un sistema politico orwelliano dove l’occhio del Grande Fratello entra ovunque e vigila su tutto e tutti per il tramite dei consigli di amministrazione e degli organi societari rispondenti solo al governo provinciale che ne nomina i membri vincolati così all’osservanza di vero e proprio patto di fedeltà.
È chiaro poi che a loro volta i componenti dei consigli di amministrazione decidono di assumere dirigente e personale fidato presso le rispettive società con criteri di fatto privatistici – anche se il capitale è completamente o a maggioranza pubblico – e riproducendo così il meccanismo del consenso politico indotto dal basso verso l’alto anche fra i dipendenti.
È anche rispetto a questa logica inaccettabile e per il desiderio di non essere mai considerato corresponsabile di questo scellerato sistema di potere che il mio voto al disegno di legge di cui stiamo discutendo sarà convintamente di segno negativo.
Voglio concludere questo mio intervento, caro Assessore, con la pubblica denuncia di un caso concreto di sopruso amministrativo compiuto da un componente della Giunta provinciale, dal quale l’arroganza di sistema di potere non ha alcuno scrupolo nell’utilizzare e nel piegare la politica ai propri voleri particolaristici ed inconfessabili.
Parto per questo dalla lettura di alcuni passi del parere espresso dalla Commissione provinciale per la tutela paesaggistico–ambientale in merito ad un ricorso presentato dal tecnico di una azienda agricola della Val di Fiemme contro una delibera della Commissione comprensoriale per la tutela paesaggistico–ambientale.
Premetto di non avere nulla contro gli allevatori titolari dell’azienda agricola in questione.
Ecco quanto scrive la Commissione provinciale per la tutela paesaggistico–ambientale: “Il ricorso in esame si riferisce al diniego di autorizzazione, formulato dalla Commissione comprensoriale per la tutela paesaggistico–ambientale nel Comprensorio della Valle di Fiemme, relativo alla richiesta di costruzione di una stalla con annesso fienile in località Tassa nel comune di Cavalese. Il sito interessato dalle opere è costituito da una vasta distesa prativa, variamente ondulata, completamente sgombra da qualsiasi forma insediativa, integra e di rara bellezza paesaggistica. L’insediamento zootecnico verrebbe collocato proprio al centro di questo vasto altipiano ondulato, interrompendo la sua continuità figurativa, vanificandone le qualità paesaggistiche intrinseche. Sotto il profilo urbanistico il sito ricade in area agricola di difesa paesaggistica, sottoposta al vincolo della tutela ambientale, all’interno della quale non sono ammessi dal P.R.G. nuovi interventi edilizi ed infrastrutturali. La Commissione comprensoriale per la tutela paesaggistico ambientale nel Comprensorio della Valle di Fiemme – conclude il testo – non ha concesso l’autorizzazione paesaggistica ravvisando nell’intervento un contrasto con i criteri di tutela del P.U.P., suggerendo in alternativa la sua realizzazione in prossimità delle strutture zootecniche esistenti”, continua “La Commissione provinciale per la tutela paesaggistico-ambientale visto il progetto, le motivazioni al diniego della Commissione comprensoriale ed i motivi del ricorso, ritiene questi ultimi poco pertinenti ed infondati e di dover confermare pertanto quanto espresso dalla Commissione comprensoriale stessa. La stalla ed il fienile verrebbero infatti edificati al centro di un contesto prativo di vaste dimensioni e totalmente libero da edificazioni, in un’area che lo stesso Piano regolatore generale di Cavalese, a conferma della valenza paesaggistica del sito, ha individuato come zona a destinazione agricola di difesa paesaggistica: le motivazioni, alle quali si rimanda, espresse dalla Commissione comprensoriale, sono quindi fondate dal punto di vista della tutela del paesaggio, secondo i criteri definiti anche dal Piano urbanistico provinciale. Il danno paesaggistico prodotto dall’intervento sarebbe veramente grave e le qualità figurative del sito verrebbero decisamente compromesse”.
Si tratta di un testo che documenta inequivocabilmente quanto siano fondate e oggettive le motivazioni del parere negativo delle commissioni al rilascio dell’autorizzazione richiesta.
Ebbene, infischiandosene totalmente di queste argomentate motivazioni, l’assessore provinciale all’urbanistica Mauro Gilmozzi, che per primo dovrebbe garantire, a nome di tutta la comunità trentina la tutela del bene più prezioso del nostro territorio costituito dall’ambiente, ha deciso – assieme a questa giunta provinciale – con una deroga, di rilasciare l’autorizzazione di compatibilità paesaggistica negata dalle Commissioni componenti.
Sfido chiunque a trovare termini più calzanti di “arroganza”, “sopruso” e “prevaricazione” a questo piccolo ma emblematico caso.
Nel 2001 il mondo intero si scandalizzo alla notizia che i cannoni dei carri armati dei Talebani, in Afganistan, distrussero le alte statue di Buddha scavate nella roccia.
A nulla valsero gli appelli di tutti i Paesi buddisti del mondo, dei Paesi occidentali, dell’Iran, dell’Unesco e dell’Agenzia per la cultura delle Nazioni Unite a far riconsiderare la decisione della distruzione dei monumenti.
Un furore iconoclasta distrusse le più alte statue di Buddha del mondo risalenti al terzo secolo dopo Cristo.
Ora ci troviamo di fronte ad un analogo furore di onnipotenza che servendosi in forma autoritaria e assolutistica del potere politico e amministrativo da tutti temuto, opta per la distruzione di una splendida zona del Trentino, ancora più antica delle statue afgane.
Piange il cuore nel vedere deturpata un’area naturalistica tanto pregiata e ancor di più rattrista il fatto come anche le forze politiche che si autodefiniscono ambientaliste si siano rese complici di questo scempio.
Si tratta di un esempio tanto più disgustoso se consideriamo che per nascondere queste porcherie urbanistiche, la Giunta provinciale è arrivata a spingere questo Consiglio all’approvazione di quella foglia di fico costituita dalla cosiddetta legge contro le secondo case che darà i suoi nefasti risultati nei prossimi anni.
Credo allora davvero che all’Assessore Gilmozzi e a questa Giunta provinciale le cui politiche e le cui scelte si sono distinte per la capacità di produrre sfregi ambientali come questo, dovrebbe essere assegnato il premio “Attila”. Grazie dell’attenzione.