SEDUTA 7 FEBBRAIO 2006

interrogazioni a risposta immediata (n. 1075/XIII, n. 1107/XIII, n. 1120/XIII e n. 1121/XIII)

disegno di legge n. 67/XIII, "Istituzione delle comunità di valle", disegno di legge n. 104/XIII, "Il governo dell'autonomia del Trentino: norme in materia di esercizio della potestà legislativa nonché di attribuzione e di esercizio delle funzioni amministrative dei comuni, delle comunità e della Provincia autonoma di Trento, in attuazione dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza"

(...)

PRESIDENTE: Do lettura dell'interrogazione n. 1075/XIII, "Demolizione spuntone roccioso sulla statale delle Dolomiti", proponente: cons. Mauro Delladio: "Con le interrogazioni n. 160/XIII e n. 671/XIII chiedevo all'Assessore competente di provvedere alla demolizione dello spuntone roccioso sito in località Stalimen a Predazzo. Nelle risposte alle interrogazioni si prometteva che nel 2005 si sarebbero effettuati i lavori. Finora nulla è stato fatto, pertanto, si interroga il Presidente della Giunta per sapere quando si darà attuazione alle promesse espresse nelle risposte alle interrogazioni depositate ossia si demolirà lo sperone roccioso di cui alla premessa." risponde il Presidente della Giunta Dellai:

DELLAI (Presidente della Provincia - Civica Margherita): Grazie, l'avevo chiesta prima ma colgo l'occasione per dire che cultura della legalità è anche non chiedere la parola sull'ordine dei lavori e poi parlare nel merito di polemiche politiche.

Con riferimento all'interrogazione in oggetto devo dire che in sede di redazione del progetto per la demolizione dello spuntone roccioso di cui si parla, si è accertato che per la realizzazione dell'intervento si richiede anche l'occupazione di terreni di proprietà privata contigui alla sede stradale, ciò al fine di consentire il contestuale allargamento e la rettifica del tratto stradale a monte in modo da salvaguardare il più possibile la faglia di rispetto all'argine del torrente Avisio. Nel corso dell'iter per la progettazione dell'intervento si è pertanto reso necessario dare attuazione anche agli adempimenti relativi alla normativa sull'esproprio, in particolare alla predisposizione del frazionamento tipo, che è stato depositato il 19 gennaio 2006.

A breve sarà dunque definitivamente approvato il progetto e si procederà all'appalto dell'opera. L'apertura del cantiere è prevista per la prossima primavera e d'altra parte non sarebbe comunque opportuno anticipare l'inizio dei lavori rispetto a questa scadenza anche per evitare possibili disagi al traffico che si potrebbero verificare per la presenza del cantiere stradale in caso di nevicate. La durata dei lavori è stimata in sessanta giorni e pertanto il tutto potrà essere concluso prima della stagione turistica estiva. L'importo dei lavori stimato è di circa duecentocinquemila euro.

PRESIDENTE: Ha chiesto di intervenire il consigliere Delladio: ne ha facoltà.

DELLADIO (Forza Italia): Grazie, signor Presidente. Mi pare si possa dire, alla luce dei documenti portati all'attenzione dell'Aula, cioè alla luce delle risposte date dalla Giunta provinciale e dall'assessore competente a suo tempo, che la Giunta provinciale abbia fatto un corso accelerato presso l'accademia navale. Io ritengo che, alla luce sempre dei documenti, finora sono state fatte solo promesse da marinai.

Prendo atto comunque della risposta del Presidente della Giunta provinciale nella quale si chiarisce che i lavori saranno fatti questa primavera in previsione della stagione turistica estiva della valle o delle valli interessate. E' chiaro che sarò, come sempre, attento osservatore e se quanto promesso oggi dal Presidente non si verificherà, non si attuerà, ci risentiremo in quest'aula in altri termini. Grazie.

(...)

PRESIDENTE: Ha chiesto di intervenire il consigliere Delladio: ne ha facoltà.

DELLADIO (Forza Italia): Grazie. Signor Presidente del Consiglio, Presidente della Giunta, colleghi, aprendo questo intervento sento il dovere di chiarire in premessa la mia posizione politica personale riguardo al tema della riforma istituzionale e in particolare delle comunità di valle. Rispetto al gruppo consiliare al quale partecipo quella che sto per evidenziare è una linea che, in questo specifico caso, è distinta e non assimilabile a quella presentata e sostenuta dai colleghi di Forza Italia. Una linea di pensiero e di giudizio, la mia, figlia di un percorso politico diverso rispetto ad altre, un percorso rispetto al quale oggi non posso che essere coerente. Del resto sono profondamente convinto che nelle valutazioni che sto per evidenziare si riconosce una larga fetta, sia di cittadini del Trentino, sia di rappresentanti politici, anche all’interno del mio stesso schieramento e partito. Quello che cercherò di sottoporre alla vostra attenzione è un ragionamento fuori dagli schemi e direi anche contro corrente, innanzitutto perché non in sintonia con le motivazioni dei miei colleghi del gruppo consiliare.

Tengo molto a sottolineare che, da questo punto di vista, il mio voto negativo in merito a questo disegno di legge, sarà solo per pura coincidenza identico a quello del collega Mosconi e di altri consiglieri aderenti a gruppi politici diversi. Il voto sarà lo stesso, ma i giudizi e le motivazioni che mi costringono ad oppormi a questo provvedimento sono del tutto differenti. Non intendo, infatti, violentare il mio pensiero, che in materia è rimasto sempre lo stesso, pur nel trascorrere degli anni.

A proposito di comprensorio mi ero comunque già espresso in quest’aula molto tempo prima di aver incontrato gli attuali colleghi consiglieri di Forza Italia, e i verbali dell’Aula consiliare ne sono una puntuale e inequivocabile conferma. Le riflessioni che qui svilupperò sono, quindi, pienamente in continuità con quelle già manifestate in occasione di altri passaggi consiliari, nei quali questo argomento è stato discusso. Nessuno finora mi ha convinto del contrario. Ritengo che vi siano circostanze nelle quali devono prevalere il rispetto per se stessi e la libertà di opinione in tutte le sue sfaccettature; diversamente non saremmo leali nemmeno verso i nostri elettori. Credo che questa libertà e questa fedeltà al proprio punto di vista siano il migliore antidoto al trasformismo. E qui mi riferisco a quel trasformismo ideale che è molto più grave di quello che spinge, anche in questo periodo, taluni rappresentanti politici a saltare il fosso, a cambiare casacca per convenienza, pur di rimanere a galla dalla parte del più forte, di chi ha la maggioranza o di chi è al governo. Guai ad aver paura della propria identità e della propria storia politica personale, anche quando questa non si concilia con le posizioni dei colleghi all’interno del proprio partito.

Esistono sensibilità diverse, che sono maturate attraverso una formazione costellata di tappe originali e di esperienze politiche non monolitiche, delle quali non possiamo disfarci come di un abito da indossare alla leggera e a seconda del momento, giustificando con i cambiamenti di storia e scenario l’opportunità di stare da una parte o dall’altra, di dire una cosa o il suo contrario. No, non è questo il mio stile ed è per questo che sento la necessità di precisare la ragione per cui mi mantengo aderente alle idee nelle quali ho sempre creduto. Credo sia giusto anche di dire apertamente che di questa mia diversa visione ho discusso, con molta franchezza, con i colleghi del gruppo di Forza Italia, i quali, pur ragionando in termini diversi, hanno compreso e accettato le motivazioni di cui vi ho appena resi partecipi. Vorrei, quindi, fosse chiaro a tutti che dietro a questo mio modo difforme di ragionamento rispetto al gruppo cui appartengo non sottende alcuna rottura o presa di distanza da parte mia, ma semplicemente il riconoscimento di una diversa, legittima e non censurabile, la cui sottolineatura non inficia affatto la compattezza politica della nostra formazione. Una formazione che credo abbia fino ad oggi dimostrato con i fatti come la propria unità sia stata superiore a quella di altri gruppi nella stragrande maggioranza delle occasioni.

Tutto ciò premesso, vengo al merito della discussione. Non ritengo politicamente possibile riflettere sul senso e sui contenuti di questo disegno di legge, senza prima passare rapidamente in rassegna, con alcune considerazioni almeno sommarie, la storia degli istituti comprensoriali, perché appunto di rivisitazione e di superamento dei comprensori oggi si tratta. Cambiano i nomi di questi enti, ma i problemi che ora mi accingo a rilevare rimangono; cambia, in altri termini, l’ordine dei fattori, ma il prodotto è sempre lo stesso.

La questione nasce molto tempo addietro. Nel 1942 la legge urbanistica statale fissò, attraverso il piano regolatore intercomunale, il parziale superamento della pianificazione comunale. Nel 1960 con la prima legge urbanistica provinciale si definirono i piani regolatori intercomunali e la costituzione dei consorzi. Nello studio del piano urbanistico provinciale del 1962 si mise in luce una funzione urbanistica dei comprensori, messi in campo per correggere la spinta alle concentrazioni urbane e per organizzare meglio i servizi negli ambiti di periferie, campagne e valli sempre più urbanizzate. Fu così che nel 1967 il piano urbanistico provinciale individuò dieci comprensori, che poi diventeranno undici con la scissione tra le valli di Fiemme e Fassa. Negli anni successivi moltissimi sono stati i dibattiti, le discussioni, gli scontri politici e le manifestazioni a favore dei comprensori e della loro elezione a suffragio universale. Tra queste manifestazioni spicca in particolare quella organizzata nel 1968, per iniziativa della Scuola di preparazione sociale e di molti giovani democristiani trentini, dal titolo “Prospettive di efficienza”, come l’omonima rivista del tempo. Si può ravvisare qui un nesso con l’origine dell’iniziativa recentemente promossa dal collega assessore Grisenti e da don Cristelli, con l’associazione da loro lanciata nei giorni scorsi. Dall’intervista di domenica scorsa di don Cristelli ad un quotidiano locale si coglie come già nell’estate scorsa la Margherita era sollecitata nella questione morale più profonda; Grisenti e Lunelli fondavano l’associazione con don Cristelli, ora pentito, e il Presidente Dellai proclamava comitati etici.

Anche in tal modo, in fondo, si esprime il maldestro e disperato tentativo di riesumare e resuscitare la vecchia DC e in particolare la corrente della sinistra moderata, che, attraverso la forma associativa, possa presentarsi con una nuova verginità all’elettorato. Il tutto, guarda caso, proprio all’indomani di una scabrosa vicenda come quella della Solatrix e contemporaneamente alla vigilia di un voto decisivo per le sorti dell’ammalata Margherita. E’ manifesta la volontà di riesumare un passato ormai sepolto. Alla vicenda si potrebbe adattare una legge della fisica che mi sembra particolarmente calzante: nulla di quello che è stato democristiano si distrugge, ma tutto si trasforma.

Chiudendo questa parentesi, che il termine “prospettive”, rispolverato da Grisenti e peraltro già abortito aveva aperta, torno alla riflessione sull’esperienza iniziale dei comprensori, il cui avvio era apparso a molti promettente, ma i cui sviluppi, sempre più deludenti e dannosi, hanno via via portato allo scoperto le vere motivazioni sottese e gli obiettivi politicamente strumentali di questo istituto.

Da enti creati al servizio del territorio e delle sue esigenze di riconoscimento (dignità e visibilità rispetto alla Provincia e ai comuni), da enti dotati di poteri e compiti interessanti, anche se rispondenti alla vecchia logica del decentramento, da enti infine nei quali dovevano ritrovarsi a dialogare e a cercare accordi i tanti comuni delle nostre valli, i comprensori si sono progressivamente rivelati unicamente e tristemente organici alla conservazione e al consolidamento dei centri di potere politico provinciale di allora, finendo per appiattirsi totalmente su questa immagine e funzione, inaccettabili rispetto alle finalità di partenza. Le conseguenze di questa degenerazione sono state il distacco, il rifiuto e la neutralizzazione totale del possibile significato innovativo delle istituzioni comprensoriali da parte delle stesse comunità locali, a servizio delle quali erano stati creati.

Non a caso, proprio per queste ragioni, sono sempre stato molto scettico e critico sul ruolo e il valore dei comprensori, perché da essi il territorio non è stato valorizzato, ma ulteriormente mortificato, impoverito e marginalizzato. Già alcuni anni dopo la loro nascita era già palese che i comprensori erano stati svuotati di qualunque valenza rappresentativa e politica, e non avevano più alcun senso propositivo per le comunità territoriali.

Di fronte a questa mesta deriva, ricordo di aver sottoscritto nel 1994, assieme altri colleghi, un disegno di legge che prevedeva la soppressione, con relativo commissariamento, dei comprensori, tenuti in piedi più che altro per le clientele che si erano via via formate attorno ad essi.

Oggi, nel momento in cui ci apprestiamo a chiudere questa esperienza e ad aprirne, mio malgrado, una del tutto analoga, credo sia giusto ricordare di quali compiti la legge provinciale ha reso responsabili questi enti. Attualmente, in forza delle norme vigenti, i comprensori sono chiamati ad esercitare solo funzioni amministrative rispetto ad alcune materie su delega provinciale. Al di là delle responsabilità ad essi affidate sulla carta, i comprensori occupano, quindi, di fatto un ruolo di programmazione e di indirizzo decisi non tanto da queste istituzioni territoriali, ma dalla Provincia. Da ciò consegue che il bilancio del comprensorio costituisce un documento sostanzialmente tecnico, nel quale vengono sintetizzate le scelte della Giunta provinciale, destinate ad essere gestite e attuate attraverso il piano esecutivo di gestione e/o da atti programmatici di indirizzo.

Da questi documenti e da queste scelte, le cosiddette “politiche dei comprensori” non si possono minimamente discostare. In buona sostanza, il comprensorio attuale vive esclusivamente delle deleghe di funzioni adesso affidate dalla Provincia e di quelle ricevute dai comuni, nell’uno e nell’altro caso con la consapevolezza che all’ente intermedio si potrebbe benissimo fare a meno, con notevoli risparmi di tempi, burocrazia e denaro pubblico.

Operativamente l’attività del comprensorio è riconducibile ad una normativa provinciale che si traduce in programmi relativi in particolare ai settori dell’istruzione, della cultura e dello sport, della gestione del territorio, della tutela ambientale e dei servizi sociali.

Per quanto riguarda la delega inerente la pubblica istruzione, il comprensorio eroga, ad esempio, gli assegni di studio e di buoni-libro per gli studenti trentini frequentanti scuole fuori provincia e si occupa del servizio mense scolastiche.

Nel campo dell’edilizia sovvenzionata l’ente comprensoriale raccoglie domande e formula le graduatorie per tutti gli interventi legati all’edilizia agevolata, all’edilizia abitativa pubblica, all’edilizia agevolata a favore delle persone anziane, al recupero degli insediamenti storici. Il comprensorio predispone tutta la documentazione utile per l’acquisto, risanamento, costruzione e assegnazione degli alloggi.

Nel contempo progetta, realizza e gestisce i centri di trasferimento rifiuti, delegati dalla Provincia, ed inoltre predisposte e gestisce i servizi delegati da altri enti pubblici, quali la gestione, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti e le attività socio-assistenziali, tese ad analizzare e superare il disagio reale presente nella nostra comunità e, nelle zone turistiche, organizza il servizio skibus ed altro.

A proposito di deleghe, osservo quelle che il signor Presidente ha affidato all’assessore Grisenti. Non so se il Presidente vorrà affidargli la guida della Giunta provinciale, se dovesse essere necessario fare una scappata a Roma. Gradirei che, quando avessero un minuto di tempo, il Presidente e l’Assessore riferissero all’Aula consiliare circa i fatti non edificanti, che negli ultimi tempi hanno interessato il servizio opere stradali e che oggi interessano più in generale il servizio opere pubbliche nel loro rapporto con le imprese sul territorio. E’ un dato importante per comprendere se la pubblica amministrazione, in materia di lavori pubblici in Trentino, è rivolta ad una effettiva guida e supporto alle imprese, oppure è vittima di fenomeni distorsivi che l’attuale struttura amministrativa non riesce a monitorare. E’ dovere dell’Aula consiliare, nell’interesse di tutti i cittadini, conoscere se nell’attività della struttura sia ravvisabile o meno un’ipotesi di “culpa in vigilando”.

Passo ora a tracciare il profilo della mia posizione politica in merito al governo del territorio e degli enti che dovrebbero opportunamente occuparsene. Questo anche per chiarire le motivazioni del giudizio, non solo critico, ma negativo, che poi metterò in evidenza in merito alla riforma istituzionale prefigurata dalla Giunta Dellai. Io credo innanzitutto che, mettendo mano al sistema istituzionale, a qualunque livello, oggi sia irrinunciabile garantire tre condizioni: il contenimento dei costi del sistema pubblico, una rappresentatività democratica e, quindi, politica degli enti e dei loro organi; e, in terzo luogo, ma non certo da ultimo, la funzionalità, vale a dire l’efficienza e l’efficacia delle strutture e dei servizi al cittadino.

Da questo punto di vista mi pare che, sia alla luce dell’analisi dei comprensori, con i punti di debolezza ormai irrimediabili da me evidenziati, sia considerando l’attuale schiacciante gigantismo della Provincia rispetto al nanismo politicamente irrilevante dei comuni, il cosiddetto “sistema trentino” sia effettivamente lontano da queste condizioni e abbia, quindi, bisogno - lo ripeto - di maggiore efficienza, rappresentatività ed economicità. Su questo possiamo forse essere tutti d’accordo, a parole. Il problema sta, però, nel come procedere verso questi obiettivi e nelle soluzioni da adottare in funzione di essi.

E’ essenziale assicurare una sintesi forte e chiara fra identità ed efficienza, dove il valore primario rimane quello dell’identità intesa come specificità culturale, tradizione, rapporto equilibrato con l’ambiente, tipicità dell’economia locale, del lavoro e dell’educazione dei giovani, unicità dello sviluppo urbanistico, edilizio e del turismo. Per realizzare questa sintesi occorre il coraggio di compiere scelte che possono sembrare anche impopolari. Personalmente ritengo che sarebbe doveroso perseguire l’obiettivo della formazione di grandi comuni su ambiti omogenei entro i quali salvaguardare la rappresentatività dei vecchi municipi. Resta, a mio avviso, tutta la dimostrare la presunta illusorietà di questa prospettiva.

So che per molti colleghi in quest’aula la scelta di ridurre il numero dei comuni è considerata decisamente impopolare, ma per quale motivo? Perché il confronto effettuato fino ad oggi ha sempre e soltanto coinvolto gli amministratori, sindaci e consiglieri comunali, che ovviamente vedono come fumo negli occhi una qualsiasi ipotetica sottrazione del loro specifico potere istituzionale. Anzi, se con le comunità di valle aumenteranno i posti al sole, la maggior parte di questi amministratori ha ragione di sperare in qualche gettone o indennità in più.

Per questo considero inaccettabile il sistema rappresentativo dei comuni e non dei cittadini, con cui nel disegno di legge la Giunta provinciale intende introdurre le comunità di valle, il cui unico obiettivo appare quello di mantenere e tendenzialmente incrementare il controllo politico sul territorio attraverso le amministrazioni locali. I veri interlocutori di una riforma istituzionale degna di questo nome dovrebbero essere i cittadini, ai quali, non a caso, nessuno ha mai spiegato questo concetto, concepito ed elaborato dall’Esecutivo esclusivamente per soddisfare sindaci ed assessori delle municipalità, garantendo loro l’assoluto primato sui nuovi enti intermedi e assicurandosi indirettamente il loro consenso.

L’indagine demoscopica, fortemente voluta e propagandata dalla Giunta provinciale, realizzata su un campione di duemilacinquecento persone - campione, a mio avviso, non sufficientemente rappresentativo della realtà trentina, composta da duecentoventitrè comuni, undici comprensori e da una popolazione trentina di circa quattrocentonovantamila abitanti - è da ritenersi poco attendibile. Non è difficile notare, infatti, che le domande formulate nel questionario hanno sapientemente pilotato le risposte degli interlocutori, permettendo poi di redigere una sintesi favorevole alle aspettative della Giunta provinciale.

Basta considerare, ad esempio, il punto 9 dell’indagine, dove si chiede al cittadino di esprimere il “giudizio sul progetto di sostituire i comprensori con comunità di valle (forme associative obbligatorie per i comuni più piccoli, con l’obiettivo di fornire servizi dello stesso livello, indipendentemente dalla dimensione del comune)”. E’ evidente l’intento del quesito di anticipare già nell’interrogativo la risposta dei cittadini intervistati a favore delle comunità di valle. Come si potrebbe dire di no ad un aiuto offerto ai piccoli comuni? Ma soprattutto si è confuso l’interlocutore con il gioco di parole “forme associative obbligatorie per i comuni più piccoli”.

Perché, signor Presidente della Giunta (che non c’è), non avete approfittato dei questionari per porre ai cittadini una domanda molto più seria e decisiva ai fini di un’autentica riforma istituzionale, vale a dire se sarebbero favorevoli o meno ad una riduzione o meno del numero dei comuni? E perché, già che c’eravate, non avete chiesto se sono anche favorevoli ad una riduzione degli amministratori comunali? Sono convinto che lo schema di domande sia stato elaborato ad arte, in modo da influenzare in termini unilaterali il giudizio di chi è stato interpellato, vanificando in tal modo l’indagine.

Le risposte date al punto 9 del questionario intendevano, infatti, accreditare due necessità: la prima è quella per i comuni più piccoli di unirsi nel senso di creare insieme un unico soggetto che si rivelerebbe più funzionale alle esigenze dei cittadini; la seconda è che quest’unico soggetto sarebbe un ente di servizi, vale a dire di fatto un altro comprensorio, e non un’istituzione dotata di una qualche dignità politica.

Una seconda batteria di domande e risposte è, invece, molto interessante. Il 60 per cento dei cittadini ha, infatti, considerato molto positivo, o abbastanza positivo, l’obbligo per i comuni di associarsi, ossia di trasformarsi in comuni più grandi, mentre il 17 per cento - valore molto alto - non sa nulla o non vuole pronunciarsi su questo tema. Ciò dimostra la volontà dei cittadini interpellati di ridurre il numero dei comuni, introducendo entità più grandi ed efficienti, volontà che è molto diversa da quella degli amministratori comunali, ai quali fate sempre riferimento.

C’è da dire, inoltre, che alla stragrande maggioranza dei cittadini nulla o poco importa delle comunità di valle, nel senso istituzionale del termine, sebbene esista un forte spirito di identità valligiana o di ambito omogeneo. L’interesse dei cittadini verte principalmente alla risoluzione dei problemi quotidiani e poco, per non dire nulla, ai progetti politici e di architettura istituzionale, con i quali si pensa di passare alla storia o di dare il proprio nome alla legge approvata dal Consiglio provinciale.

Non so davvero su quale pianeta vivete, ma vi posso assicurare, non sulla base di mie sensazioni soggettive, ma in forza del continuo e quotidiano confronto che vivo con i cittadini residenti sul territorio provinciale, che alla gente di questa legge delle comunità di valle non interessa nulla. Inoltre - parlando di sondaggi - nessuno finora ha ricordato il sondaggio effettuato nel 1996 dal sindacato UIL, nel quale si evidenziava che i trentini non sono contrari all’unificazione dei comuni.

Personalmente sono stato decisamente contrario della riforma al titolo V della Costituzione, approvata dal centrosinistra nell’ottobre del 2001, a colpi di maggioranza, per giunta risicata, specialmente laddove si introduce il principio di parità tra comuni, regioni, province e città metropolitane.

I nuovi principi costituzionali, che hanno trasformato il ruolo dei comuni, diventati soggetti generali di potestà amministrativa, e questa nuova legge che intendete ora approvare creeranno una situazione di perenne conflitto all’interno delle istituzioni. Vi deve infatti essere, e deve essere molto chiaro, un certo grado di subalternità e di differenziazione di competenze nelle istituzioni, al fine di instaurare rapporti e attuare interventi che rispondano al principio di sussidiarietà verticale ed i relativi controlli.

La Provincia molte volte abdica al proprio ruolo, non interviene nelle questioni comunali, in virtù del principio di parità. Ne consegue che ogni comune fa quello che vuole, demandando la risoluzione dei conflitti amministrativi al TAR, con i costi a carico del singolo e della collettività, che tutti conosciamo. A causa del principio di parità tra comuni e Provincia, ritengo, insomma, che non si possa più applicare la sussidiarietà verticale, alla quale pure si richiamano in molti, e anche prima l’assessore competente, che vuol dire permettere e aiutare l’ente subalterno a fare bene quello che sa e può fare bene.

Possiamo stare certi che, con l’introduzione delle comunità di valle, si verificheranno un rallentamento e un appesantimento burocratico dei processi decisionali. Alcuni imprenditori intervenuti in commissione hanno chiaramente messo in guardia da questo rischio gli autori del disegno di legge di riforma. Con un ente intermedio politicamente forte sarà difficile, se non impossibile, risalire ai responsabili delle scelte e dei problemi da affrontare, perché ci troveremo di fronte ad un palleggio di competenze fra un’istituzione e l’altra. Già oggi è difficile orientarsi per individuare l’interlocutore politico e amministrativo o tecnico giusto nell’ambito dell’apparato pubblico, specialmente quando si tratta di affrontare questioni urbanistiche. Riesce difficile credere che in questo contesto le comunità di valle introdurranno elementi di semplificazione e una maggiore trasparenza.

Le sovrastrutture istituzionali e, in termini di rappresentanti politici, servizi, uffici e funzionari che si verranno a creare con l’approvazione di questa proposta di legge, e in assenza di un’adeguata riduzione dei comuni, aumenteranno inesorabilmente i costi e le inefficienze. Ecco perché - lo ripeto - questo provvedimento legislativo si configura come un vero e proprio inganno. Si dice che l’obiettivo è quello di ridurre il numero dei comuni e che la legge favorirà questo, e invece si aumentano i centri decisionali e di costo da undici a quindici, forse sedici. Come se non bastasse, si prefigurano ambiti territoriali enormi (penso alla Val di Non e alle Valli Giudicarie), con moltissimi comuni aggregati che si pretende di tenere insieme all’interno dello stesso soggetto istituzionale, comuni che nulla potranno condividere né concordare fra loro. A ciò si aggiunga che questo disegno di legge complica enormemente il problema del personale provinciale e non chiarisce in che modo si pensa di metterlo a disposizione delle comunità di valle e dei comuni, attivando processi di mobilità interna all’apparato pubblico.

Ho sentito ripetere più volte che l’ambizione di questa riforma è quella di promuovere una “rifondazione dell’autonomia trentina”. A me pare, invece, che non ci si renda conto di innescare un processo destinato ad “affondare l’autonomia trentina”, gravandone il bilancio di spese aggiuntive, non ancora calcolate, che prosciugheranno rapidamente le risorse provinciali, soprattutto nel prossimo futuro, quando sarà introdotto il federalismo fiscale che conterrà le risorse utili alla comunità trentina.

E’ vero che l’Assessore non esclude la trasformazione in prospettiva delle comunità di valle in unioni di comuni, fino alla fusione fra le municipalità, ai sensi della legge regionale, con la volontà degli enti interessati. Ma chiedo io: se questo è l’obiettivo che si vuole raggiungere, che bisogno c’è di passare dall’istituzione delle comunità di valle? Fin d’ora è possibile incentivare i processi di unificazione e diffusione dei comuni, che fino ad oggi sono falliti per un’unica ragione: la timidezza dei tentativi compiuti e l’ancor buona situazione finanziaria provinciale.

Oggi siamo, però, in presenza di una netta inversione di tendenza per quanto riguarda l’afflusso di risorse nel bilancio della Provincia.

Se, quindi, quelli che fino a ieri sono stati timidi inviti si trasformassero in misure concrete, volte a premiare e sostenere maggiormente i comuni che si incamminano verso la loro unificazione, credo che potremmo fare benissimo a meno delle comunità di valle. Si tratta, allora, di riflettere a fondo sui criteri e sulle modalità per arrivare a definire una soluzione alternativa a quella della creazione di un inutile e dannoso ente terzo fra comuni e Provincia. Credo che una proposta seria e realistica potrebbe partire dall’analisi delle esigenze degli attuali comuni, nei quali si rileva che i problemi sono per lo più a livello sovracomunale: realizzazione e gestione delle aree artigianali, rifiuti, acqua, depurazione, polizia municipale, pianificazione urbanistica.

E’ anche in primo luogo indispensabile che i rappresentanti eletti nelle istituzioni locali siano effettivamente le persone più stimate dalla popolazione e radicate sul territorio, e non personaggi espressi da lobby, gruppi di potere o parentele. Solo queste figure possono spingere la politica provinciale a sostituire l’ente comprensorio con delle nuove strutture macrocomunali, capaci di mantenere una forte rappresentatività territoriale. Una rappresentatività che, come avviene, ad esempio, per la Magnifica comunità di Fiemme, venga garantita e determinata anche in base alla consistenza della popolazione, ossia due o tre rappresentanti come minimo e uno in più ogni tot abitanti, e non come è stato proposto in questa legge, con calcoli strani, che puntano a replicare nelle comunità di valle le stesse maggioranze politiche presenti negli attuali comuni. In questo caso si andrebbero a costituire assemblee del tutto pletoriche, perché le decisioni sarebbero sempre e comunque prese prima e altrove.

Nell’ipotesi dell’istituzione di macrocomuni, si otterrebbe una gestione autonoma, assicurata da maggioranze trasversali, non influenzate da parentele o campanili. In tal ragionamento è indispensabile e necessaria l’identificazione delle aree omogenee, identità territoriali orograficamente ben definite come una valle, un altopiano, ambiti cioè rispetto ai quali non vi possano essere equivoci perché vocati per natura e condizione oggettiva a ragionare insieme.

Decisivo è, poi, garantire ai cittadini delle comunità esistenti servizi efficienti, come, ad esempio, la manutenzione delle strade interne agli abitati ed il rilascio di certificazioni e atti pubblici in tempo reale, con l’indispensabile ausilio dell’informatica, di internet e della rete a banda larga.

Per quanto riguarda gli uffici e, quindi gli organici, la gestione con assistenza numerica del personale pubblico deve essere valutata in funzione dei servizi offerti.

Alla luce di questi ragionamenti devo dire che considero davvero un peccato che l’idea iniziale dell’assessore Bressanini, di ridurre il numero dei comuni trentini, sia stata accantonata a seguito delle forti pressioni subìte da alcuni sindaci, amministratori trentini e da alcuni componenti del suo schieramento. Ma ormai è troppo tardi. Quello che è stato è stato e, al di là dei sogni che poc’anzi ho descritto, occorre prendere atto che questo provvedimento è destinato a mutare il quadro delle nostre istituzioni. Dobbiamo, allora, compiere uno sforzo per capire quali saranno i problemi futuri che questo dispositivo determinerà. Io credo che l’impianto della norma non possa essere condivisibile per un motivo fondamentale: con le comunità di valle andremo verso un sistema bloccato dalla conflittualità permanente fra i tre livelli istituzionali (Provincia, comuni ed ente intermedio) e a fare le spese di questa situazione di stallo sarebbero i cittadini del Trentino.

Qualcuno ha detto che, aumentando le poltrone, si rischia di aumentare i costi per la collettività e di far correre, finiti i cavalli, anche gli asini. Niente di più vero. Mi chiedo, infatti, se è vero, come è vero, che il problema delle polveri sottili (le cosiddette PM10) è stato affrontato malamente dalla Provincia, provocando la reazione disordinata dei comuni coinvolti dal piano di contenimento degli inquinanti atmosferici, delegittimando di fatto l’amministrazione centrale, come l’assessore all’ambiente ha dichiarato, mi chiedo cosa succederà dopo la nascita delle comunità di valle. Io credo che ci troveremo nella più totale anarchia, prigionieri di un conflitto istituzionale difficilmente sanabile, perché tutti vorranno comandare, soprattutto se legittimati dal voto popolare.

Rispetto a questi scenari, a mio avviso tutt’altro che irrealistici, piuttosto che complicare ulteriormente la vita alle amministrazioni locali e ai cittadini, io credo che a questo punto risulterebbe più saggio accantonare questo disegno di legge e ripartire dal confronto con le amministrazioni comunali. Non possiamo permetterci, in un momento già delicato per il Trentino, di rischiare una crisi che coinvolga addirittura i livelli istituzionali e apra la strada alla delegittimazione dell’autonomia e con essa della politica, con gravi ripercussioni negative sia sulla fiducia dei cittadini sia sulle prospettive di sviluppo del nostro sistema.

In estrema sintesi, le persone vorrebbero gestire il proprio territorio in maniera autonoma, evitando che esso sia un sito dove solo alcuni possono scegliere e fare i propri interessi. Oggi, grazie alla stampa, possiamo comprendere meglio perché i cittadini di Rovereto hanno evitato di riconfermare al governo della loro città la maggioranza DS-Margherita. E’ certamente solo una coincidenza che il procedimento amministrativo di deroga ai parcheggi della Solatrix sia avvenuto nell’autunno 2003, nel bel mezzo della campagna elettorale provinciale, dove, accanto al Presidente Dellai, correva anche l’assessore all’urbanistica del comune di Rovereto, ed è forse meno una coincidenza che venerdì 3 febbraio 2006, sul giornale “L’Adige”, il dottor Cossali, uomo pacato e membro della segreteria dei DS, affermava che “è stata data l’opportunità ad un imprenditore che dice di avere conoscenze importanti, addirittura di personalità come Rosi Bindi, di espandersi in Trentino per fare concorrenza alla sanità pubblica”. Il dottor Cossali, che è uomo di cultura, ha sicuramente letto il libro di Collodi, dove un burattino di legno crede all’esistenza dell’albero degli zecchini e al campo dei miracoli. I cittadini roveretani vi hanno detto che non credono ai miracoli e che a loro interessa una gestione sapiente del loro territorio e non con progetti di architettura istituzionale, che poi si rivelano fragili davanti all’arroganza del potere.

Una norma sulla quale ritengo necessario soffermarmi con alcune riflessioni è l’articolo 31 della riforma, che istituisce gli uffici di gabinetto. Un articolo nato con il disegno di legge depositato a suo tempo e che manifesta la volontà di non tenere minimamente conto dei criteri di sobrietà di bilancio, particolarmente necessari e considerati anche moralmente obbligatori, ma solo di esigenze organizzative in funzione delle prossime elezioni provinciali e regionali. Con questo articolo si vanno a moltiplicare i “portabuste” del Presidente e degli assessori, e anche se dichiarate che lo modificherete o lo abrogherete, dubito che non lo vedremo rientrare dalla finestra.

Il Presidente della Giunta provinciale attualmente può assumere fino a tre persone per il proprio Ufficio di Presidenza, mentre agli assessori spetta un segretario particolare ciascuno. Personale che va ad integrare il già corposo staff del Presidente, composto non solo di figure incardinate nell’organico provinciale, ma anche di numerosi giornalisti. Le assunzioni di questi segretari sono a tempo determinato e durano in carica quanto il politico di riferimento.

Con questo articolo, che nulla ha a che vedere con la riforma delle comunità di valle, si permette al Presidente della Giunta di assumere fino a sette collaboratori (per capirci, portaborse) e agli assessori fino a due aiutanti ciascuno. Il conto è presto fatto: dodici sono gli assessori, uno il Presidente, trentuno saranno le nuove leve, poste esclusivamente a servizio dell’Esecutivo, che dovranno lavorare, secondo i diretti interessati, anche il sabato e la domenica, in attesa di essere nominati con corsia preferenziale in qualche ente, o società collegata alla Provincia.

La vicenda Istituto trentino di cultura, caro assessore Bressanini, e la simpatica affermazione del Presidente (“Io le borse me lo porto da solo”) fanno sorgere la domanda sul reale utilizzo di queste persone. La norma precedente aveva la funzione di garantire al politico una persona che curasse ciò che non è seguito dalla struttura amministrativa posta al servizio del Presidente e degli assessori, ciò nell’osservanza del principio che la struttura è posta al servizio dell’eletto per lo svolgimento degli affari generali e il segretario particolare è posto al servizio dell’eletto per questioni particolarmente delicate e che esulano dall’ordinaria attività d’ufficio. Nei casi di nomina in enti pubblici di soggetti che per ragioni istituzionali non hanno curato l’attività amministrativa ordinaria, ma quella straordinaria dell’eletto, fa sorgere la curiosità di sapere quali siano i punti di contatto fra le due attività. Diversamente saremmo portati a pensare che prima di rimpinguo il curriculum vitae con un contratto che nella sola parte retributiva ha riferimento nella posizione economica del dirigente, e poi ti trovo un posto di rilievo in qualche ente provinciale importante, senza dover ricorrere alla selezione concorsuale. Trovo qui quanto meno curioso (per usare un eufemismo) che la componente più a sinistra della Giunta provinciale - cioè lei, assessore Bressanini - motivi tale scelta come un piccolo “spoil system” di statunitense memoria. Ma questa non doveva essere una riforma a costo zero? Si era detto che questo provvedimento era perfettamente compatibile con le ridotte risorse finanziarie disponibili nel bilancio provinciale. Scopriamo invece che non è così.

E’ chiaro che questo articolo ve lo voterete da soli! Spero vivamente che le persone che vi nominerete nella più totale discrezionalità siano almeno corrette e non scappino con la cassa!

Credo di aver chiarito a sufficienza le principali ragioni per cui non posso assolutamente condividere e voterò contro questa legge. Ma non ho finito, Assessore.

A queste ragioni voglio aggiungere, in sintesi, alcuni altri elementi. In primo luogo non sono state fatte delle simulazioni in merito ai costi che si andranno a sostenere e alla mobilità di personale che dalla Provincia transiterà alle nuove comunità di valle. Inoltre non è affatto vero che si alleggerirà l’apparato provinciale. La macchina della Provincia continuerà ad avere una stratificazione istituzionale mastodontica e ad operare in modo autoreferenziale. Terzo, sarà molto difficile trasferire funzioni, competenze, risorse, personale e apparati organizzativi dalla Provincia alle comunità di valle, più probabilmente accadrà l’opposto. Basti vedere l’esito della riforma delle APT e dell’Istituto agrario di San Michele. Non voglio, quindi, rendermi in alcun modo corresponsabile di questo progetto di legge.

Chi voterà questo provvedimento dovrà spiegare ai cittadini del Trentino il perché degli aumenti di costi amministrativi e burocratici che ha nostra comunità dovrà sobbarcarsi. Costi che si sommeranno al bonus di quattrocentocinquantamila euro di mancati introiti per oneri di urbanizzazione che la Solatrix di Rovereto non verserà nelle casse comunali del comune, per gentile autorizzazione in deroga fornita dal servizio urbanistico, che fa capo alla Giunta provinciale, e in particolar modo all’assessore all’urbanistica. Andate a spiegare ai cittadini di Trento che da un lato aumentate i centri di potere ed il numero dei segretari degli assessori e dall’altro consentite, direttamente o indirettamente, il mancato pagamento di quattrocentocinquantamila euro di oneri di urbanizzazione per i lavori in deroga al PRG comunale di Rovereto, ad una clinica nella quale, se le informazioni giornalistiche troveranno conferma, i senatori della Margherita ricoprivano cariche amministrative e i dipendenti della struttura partecipavano ai comitati comunali del partito.

Ad ascoltare il collega Lunelli, si può cogliere come sia positivo che solo da oggi la Margherita abbia deciso di darsi un’organizzazione nella quale gli appartenenti ad una organizzazione politica siano identificati ed identificabili. Non era necessario andare da don Cristelli, era sufficiente ottemperare al precetto costituzionale sulla libertà di associazione politica, ricordando che già ai tempi di Flaminio Piccoli il Parlamento varò la cosiddetta legge Anselmi per impedire ai membri delle associazioni segrete di partecipare alla vita istituzionale dello Stato.

Chiudo con altri due ragionamenti. Un ulteriore esempio di quanto male la Giunta legiferi si può evincere dalle norme attinenti la realizzazione di parcheggi di pertinenza delle abitazioni e delle attività economiche. Si sa che chi realizza nuovi edifici residenziali, uffici o attività commerciali deve prevedere un certo numero di parcheggi. Se questo non è possibile, il diretto interessato deve pagare una certa somma al comune di riferimento. Le modifiche normative introdotte dalla Giunta provinciale e le relative delibere di attuazione hanno creato una situazione insostenibile. Dopo un primo periodo di applicazione della norma, si può considerare troppo elevato il costo in carico ai diretti interessati che non possono realizzare posti macchina, soprattutto nei centri storici, e che gli importi da pagare ai comuni non hanno una differenziazione rapportata alle diverse situazioni e ai valori urbanistici riscontrabili sul territorio provinciale. Inoltre è opinione diffusa che gli importi introitati ai comuni e obbligatoriamente destinati alla realizzazione di parcheggi non siano utilizzati per i fini di cui sopra. E’ di questi giorni la notizia che alcuni cittadini di Rovereto intenzionati ad aprire una nuova attività si sono visti chiedere dal comune ingenti somme, al fine di monetizzare la mancata realizzazione di posti auto di pertinenza: centoquarantamila euro per aprire un bar di cento metri quadrati, trentaseimila euro per aprire uno studio professionale o un semplice ufficio.

Tale situazione rischia di frenare o bloccare, tra l’altro, lo sviluppo commerciale nei centri storici. Al contrario, assistiamo a deroghe urbanistiche che permettono di risparmiare centinaia di migliaia di euro di oneri di urbanizzazione alle cliniche politicamente più vicine al proprio partito.

Per i provvedimenti legati ai parcheggi ci si maschera dietro il parere favorevole del Consorzio dei comuni, mentre per le deroghe urbanistiche la foglia di fico è il parere del servizio urbanistica. Pare si possa dire, prendendo spunto dal modo in cui sono state gestite le problematiche attinenti sia alle polveri sottili sia all’urbanistica in senso generale ed i parcheggi di cui sopra, che è mancata un’attenta valutazione e stima delle conseguenze delle norme licenziate. Si tratta di una insufficienza molto grave, in termini tanto di analisi quanto di aumento della burocrazia. Una mancanza che si può sintetizzare con un noto proverbio popolare: “Far e desfar, l’è tuto en laorar”!

Mi limito qui solo a citare altri esempi di provvedimenti lacunosi e inefficaci, il cui unico effetto sarà quello di far gravare sui cittadini e gli imprenditori ulteriori oneri che, a ben guardare, non sono affatto giustificati. Mi riferisco alla nuova tassa sul turismo introdotta poco tempo fa e alla prevista tassa sul nonno, che si aggiungono alla tassa sul parcheggio. Devo dire che siamo di fronte proprio a un bel biglietto da visita per presentare l’identità e l’azione di questo governo provinciale.

Concludo ribadendo che potrei anche essere d’accordo su questo disegno di legge, se si prevedesse che le comunità di valle sostituiranno gran parte dei comuni trentini su ambiti omogenei, mantenendo la rappresentatività dei vecchi municipi ed esercitando competenze piene e non delegate. Ma poiché escludete a propri questa possibilità, non mi resta che esprimere un giudizio e un voto decisamente sfavorevoli a questa riforma.

Gradirei inoltre - e concludo veramente - che tutti i colleghi aderissero alla mia richiesta sopra formulata, con la quale invitavo il Presidente e l’assessore delegato a riferire formalmente in aula circa la situazione in cui si trova attualmente la Provincia di Trento in rapporto con i fatti che coinvolgono imprese di costruzione ed altre attività economiche. Grazie per la cortese attenzione.