SEDUTA DEL 7 NOVEMBRE 2006
relazione sull'attività svolta dal Difensore civico nell'anno 2005
(...)
DELLADIO (Forza Italia): Grazie, signor Presidente. Egregi colleghi,
prima di entrare nel merito delle problematiche che si possono cogliere in
questa relazione, credo meriti di essere sottolineato in premessa un dato di
base: i fascicoli aperti dal Difensore civico nell’anno 2005 sono stati più di
1.200, mentre gli interventi dell’ufficio hanno avuto forma scritta o si sono
declinati in consulenze o nell’offerta di informazioni.
Occorre anche tener presente che gli enti soggetti alla competenza del Difensore
civico sono stati la Provincia autonoma, i Comprensori e le amministrazioni
comunali.
La relazione sull’attività esercitata dal Difensore civico nel corso del 2005,
permette di evidenziare alcuni concetti che nessuno ha utilizzato durante il
dibattito scaturito quest’estate dopo le incisive dichiarazioni rilasciate dalla
dottoressa Borgonovo Re. In realtà le parole da lei pronunciate e che
tanto scalpore hanno suscitato, hanno precedenti importanti e non sono quindi
assolutamente né le prime né le uniche voci levatesi per segnalare la presenza,
in alcuni comuni del Trentino, di comportamenti qualificabili come
“mafiosi”.
Già in passato il Difensore civico, dottor Bortolotti, aveva richiamato
l’attenzione su atteggiamenti e operazioni decisamente molto discutibili,
subendo anche allora da più parti attacchi irritati e ingiustificati. Lui, però,
non aveva usato, anzi, non aveva “osato” adoperare la parola “mafia”.
L’estate scorsa – tutti lo ricordiamo – abbiamo assistito a prese di posizione
diverse e anche dure, seguite alla coraggiosa denuncia lanciata dalla dottoressa
Borgonovo Re di fronte ad una Commissione consiliare del Comune di Trento,
contro un certo modo di concepire e praticare l’amministrazione della cosa
pubblica nella nostra provincia, e contro le attitudini molto poco collaborative
dimostrate da diversi enti pubblici e parapubblici.
Bene ha fatto la dottoressa Borgonovo Re – rivelatasi davvero super partes
nell’interpretare il ruolo di Difensore civico, vista la sua personale
esperienza politica – bene ha fatto, dicevo, la dottoressa Borgonovo Re ad
affermare di non avere avuto “un colpo di sole od un’uscita fantasiosa” e ad
aggiungere di non aver nulla di cui scusarsi. “Non faccio certo marcia indietro
– ha proseguito – in quanto non ho fatto altro che esprimere ad alta voce quanto
riportatomi dai cittadini”.
Ha perfettamente ragione il Difensore civico a non scusarsi e a non fare marcia
indietro.
Solo chi è a stretto contatto con i cittadini si rende conto dei problemi che
essi stessi vivono. Chi preferisce dedicarsi alle ovattate e rassicuranti
occupazioni tutte interne alle mura del “Palazzo”, e tende quindi ad ascoltare
esclusivamente la voce dei propri luogotenenti sottraendosi a qualunque fatto o
realtà che possa turbare il tranquillo grigiore derivante dal sentirsi avvolto
dalle solite carte e dalle solite facce, non si sente neppure sfiorato dal
disagio e dal malessere crescenti dei cittadini ed emergente dal territorio.
Un disagio e un malessere – rilevabili anche fra le cifre apparentemente
“fredde” di questa relazione – che molte volte esplodono in proteste, denunce
anonime, esposti e segnalazioni scritte non firmate per paura di subire
ritorsioni.
Ha quindi sbagliato la presidenza della Provincia a redarguire e censurare, non
senza una forte e malcelata irritazione, il Difensore civico, manifestando il
proprio “stupore” e “sconcerto”, chiedendo “rispetto nei confronti delle
istituzioni municipali”.
Nella sua replica francamente piuttosto stizzita e risentita, il Presidente
Dellai aveva osservato tra l’altro che: “le amministrazioni sono in ogni caso
impegnate ad individuare strumenti e procedure per garantire il massimo rispetto
dei principi di trasparenza e di imparzialità: se vi sono situazioni o
comportamenti di segno diverso, il Difensore civico e chiunque altro ne sia a
conoscenza possiedono tutti gli strumenti per intraprendere opportune iniziative
di segnalazione”.
Meglio sarebbe stato per il presidente prendere obbiettivamente atto
dell’allarmante situazione messa in luce dal Difensore civico, e limitarsi
quindi a difendere esclusivamente gli amministratori corretti, chiedendo al
tempo stesso di isolare le eventuali mele marce presenti nella nostra provincia,
per evitare così di schierarsi indistintamente con tutti gli amministratori.
Se l’intenzione del presidente era quella di tutelare l’immagine di un Trentino
pulito e degasperiano di cui evidentemente si sente a capo e si autopercepisce
come la massima espressione, egli non ha certo scelto la forma più opportuna per
riuscire nell’impresa.
Non è rifiutandosi di ammettere di non essere affatto immuni, neanche in questo
nostro territorio, dai vizi peggiori di cui soffre il sistema politico e
amministrativo di altre regioni, che si può pensare di proteggere l’identità del
Trentino.
Un’analoga reazione inadeguata del presidente l’abbiamo letta nei giorni scorsi
sui giornali quando ha definito “eccezioni isolate” i casi di caporalato
scoperti in Trentino con la sistematica violazione dei diritti dei lavoratori e
lo scandaloso e disumano sfruttamento dei lavoratori extracomunitari.
Anche in questa vicenda perché ostinarsi a minimizzare l’entità del fenomeno
prima ancora di conoscerne l’effettiva portata e di attendere che l’autorità
giudiziaria faccia piena luce sulla situazione?
Chi esercita seriamente un’attività politica si trova necessariamente molto più
a contatto di qualunque altra persona con la realtà delle famiglie, dei
lavoratori, delle associazioni, delle aziende di tutti i settori economici, e ha
quindi presenti i problemi quotidiani e concreti di questi soggetti. Così come è
sbagliato enfatizzarli, è altrettanto stupido e inutile, anzi, è
controproducente nasconderseli.
Anche quando mettono in luce situazioni che si preferirebbe non vedere e non
conoscere. Anche quando riguardano ad esempio i rapporti con le amministrazioni
locali.
Di fronte a queste realtà la prima cosa di cui un politico si rende conto, è
l’assenza di un vero controllo sui comuni.
Mi riferisco sia al controllo sulla legittimità sugli atti sia al controllo
politico. Il primo è stato mutato nel 1998 in parere di regolarità tecnico –
amministrativa ed il secondo, in mano alle minoranze politiche, è oggi del tutto
ininfluente.
Le minoranze consiliari nei comuni del Trentino sono di fatto prive di
qualunque potere di controllo. Certo i consiglieri dell’opposizione hanno
diritto di parola, la facoltà di interrogare, contestare, proporre ma non di
incidere realmente sull’amministrazione di un comune.
Chiunque vive questa esperienza lo sa benissimo e anche la stampa è buona
testimone di questa avvilente situazione: leggendo la cronaca si ha la netta
percezione che il comune coincida esclusivamente con la persona del sindaco.
Il consigliere di minoranza o il cittadino direttamente coinvolto, possono tutt’al
più impugnare l’atto amministrativo di cui si lamentano davanti al Tribunale
amministrativo regionale accollandosi gli ingenti costi implicati.
Mi permetto di dire che l’arroganza e la prepotenza riscontrabili
in certi comuni va addirittura oltre le prevaricazioni denunciate dal difensore
civico, traducendosi in comportamenti ancor più subdoli e vigliacchi. Se
potessimo azzardare un’analogia con la politica internazionale dovremmo parlare
di veri e propri “comuni canaglia”.
Occorre allora chiedersi perché un sindaco, un assessore o un esponente della
maggioranza consiliare di un comune adotta metodi a dir poco discriminatori.
Proviamo ad immedesimarci per un attimo nella parte di un amministratore. Vuoi
contrastare un’iniziativa commerciale, edilizia, turistica o di altro tipo
promossa da un candidato tuo antagonista alle ultime elezioni comunali o da un
cittadino che non la pensa come te?
È semplice.
Come amministratore eletto gli chiedi di produrre chili e chili di carta:
perizie geologiche, pareri, autorizzazioni. Di tutto e di più.
Intanto il tempo passa, i costi salgono e la burocrazia la fa da padrona
esacerbando gli animi.
E tutto questo mentre per gli amici, i parenti e i conoscenti
dell’amministratore tutto è più agevole e snello: in due mesi si approvano
deroghe al piano regolatore comunale, si inseriscono terreni in zona
residenziale, si permette di costruire in aree sottoposte alla massima tutela
ambientale aumentando gli indici di costruzione e altro ancora. Per loro,
per i parenti più o meno stretti e per gli amici, tutto è più semplice e rapido.
Non mancherà infine la presenza del Presidente della Provincia all’inaugurazione
di quanto costruito in deroga a tutti i divieti, accompagnato da uno stuolo di
adulatori pronti a mettergli a disposizione una carrozza per portarlo in
giro benedicente a controllare il territorio del principato.
Se da una parte si facilitano i conoscenti più amici e gli amici degli amici,
dall’altra troviamo amministratori che con azioni letteralmente persecutorie e
intimidatorie penalizzano intenzionalmente i cittadini a loro invisi, colpevoli
solo di rappresentare le loro necessità e i loro problemi.
Il Difensore civico non poteva onestamente astenersi dal portare allo scoperto
questo stato di cose additandolo alla pubblica opinione e soprattutto
sottoponendolo al giudizio della politica.
L’aspetto paradossale di questo fenomeno è che questi atteggiamenti e
comportamenti degli amministratori appaiono sempre perfettamente legittimi e
formalmente ineccepibili.
Questo accade per la capacità degli amministratori di dissimulare la loro
scorrettezza creando con il potere di cui dispongono nei comuni una vera e
propria cortina fumogena di regole e burocrazia.
Per questo per i cittadini vittime di queste iniquità, così come per il
Difensore civico e per chiunque venga a conoscenza di queste ingiustizie, è
difficile, se non impossibile, identificare, rendere pubblici e denunciare
all’autorità giudiziaria i responsabili di questi soprusi. Ecco la vera ragione
per cui si è arrivati ad utilizzare l’aggettivo di “mafiosi” per qualificare
questi veri e propri delitti, commessi sempre nel silenzio dei dibattiti e degli
organi di informazione, quindi senza clamore, brandendo l’arma impropria dei
pubblici poteri, e grazie alla copertura degli omessi controlli e di regole che,
per quanto dettagliate e severe sono sempre insufficienti a tutelare i diritti
di tutti, quando sono esclusivamente affidate all’interpretazione discrezionale
dei più forti.
Ed è sintomatico che ciò si verifichi soprattutto laddove sono in gioco grossi
interessi economici o, ancor più, dove esiste un saldo collegamento politico con
i membri della Giunta o della maggioranza provinciali.
Quello dell’urbanistica è evidentemente il settore che più si presta a questo
genere di fenomeni. Rammento che diversamente da quanto accade nel resto
d’Italia, l’obbligo di astensione sui PRG in Trentino si riferisce al
secondo grado di parentela anziché al quarto.
Una commissione di indagine – se, come sarebbe auspicabile, venisse promossa in
questa materia dal Consiglio provinciale – dovrebbe essere istituita soprattutto
per analizzare questo delicato settore, e in particolar modo i processi e i
contenuti delle modifiche e dell’approvazione dei vari PRG comunali. In questi
casi infatti la posta, in termini di affari, è sempre molto elevata, e sarebbe
quindi importante andare a sondare con estrema circospezione le possibili
commistioni fra poteri locale e amministrazione provinciale.
Un’accelerazione favorevole in questa direzione si è registrata con
l’approvazione, nell’ottobre del 2001, della riforma del Titolo V della
Costituzione da parte della maggioranza parlamentare di centrosinistra:
riforma che ha parificato i Comuni alle Città metropolitane, alle Province e
Regioni ed allo Stato.
Una riforma, ottenuta a colpi di maggioranza che non a caso molti esponenti di
punta dello stesso centrosinistra hanno voluto rapidamente dimenticare, e dalla
quale è derivato un aumento esponenziale dei ricorsi presso la Corte
Costituzionale per conflitto di competenze fra i vari livelli istituzionali.
Alle interrogazioni relative a problematiche comunali, formulate dalle minoranze
consiliari provinciali prima del 2001, la Provincia rispondeva molto raramente e
ogni volta con argomentazioni insufficienti che apparivano, come si suol dire,
“aria fritta”.
E questo perché il Comune interessato non forniva alla stessa amministrazione
provinciale risposte sufficientemente esaurienti o non ne forniva affatto.
Mi limito ad osservare che si trattava allora di problemi del tutto analoghi
rispetto a quelli rilevati oggi dal Difensore civico.
Dopo il 2001, in seguito alla riforma costituzionale promossa, lo ripeto, dal
centrosinistra, la Provincia è diventata completamente impermeabile, al punto da
non entrare mai più nel merito delle denunce o delle controversie
evidenziate a livello comunale. Tutte le risposte rinviavano alla responsabilità
delle amministrazioni locali in virtù dell’autonomia di queste ultime.
L’ultimo esempio è la risposta della Giunta provinciale ad una mia
interrogazione, presentata l’agosto scorso in merito a gravi problematiche
relative alla gestione della cosa pubblica in un grande comune del Trentino.
È interessante rilevare quanto gli uffici della provincia scrivono: “alla Giunta
provinciale non compete più, dopo la riforma costituzionale 18 ottobre 2001 n.
3, alcun potere di controllo di legittimità, né preventivo, né successivo, né
necessario, né facoltativo, sugli atti degli enti locali, né conseguentemente
alcun potere di annullamento. Nel merito delle problematiche segnalate la
competenza è in capo al Comune presso la cui amministrazione il consigliere può
assumere direttamente le informazioni richieste.”.
In estrema sintesi, gli amministratori comunali che si servono delle regole a
loro esclusivo piacimento – amministratori i quali sono fortunatamente una
minoranza – possono agire totalmente indisturbati, al sicuro da ogni controllo.
Poiché infatti la Provincia infatti non può e non vuole intervenire, le
amministrazioni comunali non rispondono né ai consiglieri provinciali né al
Difensore civico. Alcuni amministratori in realtà a qualcuno rispondono, ma quel
qualcuno è l’esponente provinciale dell’esecutivo o della maggioranza, al quale
assicurano una più o meno tacita lealtà politica, specie in vista delle
consultazioni elettorali, in cambio di protezione e favori.
Come si vede le apparenze sono salve. Peccato che a rimetterci sia chi è meno
coperto e non può contare su parenti e amici né all’interno della Giunta o della
maggioranza comunale e tantomeno ai vertici della Provincia.
È evidente che dietro a questo modo di concepire, prima ancora che di gestire la
cosa pubblica da parte di taluni amministratori locali, non c’è solo la
malafede, ma anche un duplice tipo di impreparazione: un’impreparazione per così
dire tecnica e un’impreparazione politica. L’impreparazione tecnica potrebbe in
parte essere almeno in parte colmata da una scuola di formazione per
amministratori come quella auspicata dal Difensore civico, che sottoponga
obbligatoriamente i futuri sindaci, assessori e consiglieri dei Comuni trentini
ad un corso attraverso il quale essi possano essere messi nelle condizioni di
apprendere i fondamentali principi legislativi ed il quadro delle responsabilità
che dovranno assumersi.
Quanto all’impreparazione politica, qui il problema è chiaramente molto più
complesso e grave, perché non c’è dubbio che con il venir meno del ruolo e
dell’autorevolezza sociale dei partiti sia pressoché scomparsa anche la loro
capacità di funzionare da “scuola di formazione” dei giovani e dei futuri
rappresentanti politici nelle istituzioni.
Spetta sempre e comunque al cittadino chiamato, in ultima analisi, col proprio
voto ad accordare o meno fiducia ai propri rappresentanti nelle istituzioni
democratiche, legittimare o togliere sostegno a chi dovrà poi governare i
comuni, la Provincia od occupare uno scranno nel Parlamento nazionale.
Concludo il mio intervento sostenendo l’assoluta necessità, a fronte di questa
relazione, di procedere ad una seria revisione della legge istitutiva del
Difensore civico, perché a questa figura sempre più delicata ed importante
rispetto ad una politica pericolosamente esposta a queste derive, siano
finalmente forniti quei poteri sanzionatori e quei più incisivi strumenti
d’intervento che questo ufficio da troppo tempo richiede inascoltato.
Solo in questo modo i cittadini della nostra provincia potranno trovare nel
difensore civico un vero Avvocato capace di difendere la causa dei loro diritti
dalla prepotenza di certi amministratori. Grazie per l’attenzione.