SEDUTA 19 SETTEMBRE 2007
disegno di legge n. 118/XIII, "Disciplina delle attività culturali", disegno di legge n. 178/XIII, "Modifiche alla legge provinciale 30 luglio 1987, n. 12 (Programmazione e sviluppo delle attività culturali nel Trentino), in materia di corsi di lingua e civiltà latina", disegno di legge n. 192/XIII, "Modifica della legge provinciale 30 luglio 1987, n. 12 (Programmazione e sviluppo delle attività culturali nel Trentino), in materia di interventi a sostegno dei giovani artisti trentini", proponenti: cons. Mauro Delladio e altri.
(...)
DELLADIO (Forza Italia): Grazie. Signor Presidente, signori colleghi. Desidero dedicare il mio intervento esclusivamente a tre aspetti che mi sembrano particolarmente significativi in ordine alla discussione di questo dispositivo.
Il primo ragionamento che sottopongo alla Vostra attenzione riguarda il disegno di legge di cui sono primo firmatario e condiviso da tutti i colleghi del mio gruppo, presentato per assicurare sostegno ai giovani artisti; la seconda riflessione è riferita ad alcune considerazioni tratte dal viaggio che ho potuto compiere in Spagna insieme alla quinta commissione permanente. Infine intendo esaminare brevemente il concetto di “genere” che troviamo ormai sparso a piene mani, in questi ultimi lustri, in tutti i disegni di legge elaborati e approvati a qualsiasi livello – provinciale, regionale, parlamentare ed europeo – e di cui anche questo testo normativo reca le tracce.
Inizio quindi dal disegno di legge che ho proposto per accordare il giusto valore e riconoscimento ai giovani artisti.
È di alcune settimane fa una ricerca, condotta da Pragma, inserita nel IV rapporto annuale di Federculture, dalla quale affiorano dati particolarmente interessanti, che si prestano ad un’utile comprensione dei comportamenti e delle esigenze del mondo giovanile in Italia in tema di cultura.
Secondo il Segretario generale di Federculture i risultati sono estremamente chiari: i giovani tra i 14 e i 29 anni sono quelli che alimentano e tengono in piedi i consumi culturali e che, quindi, di fatto, assicurano lo sviluppo della produzione di questo settore.
I ragazzi italiani frequentano le mostre ed i musei più degli adulti e degli anziani, così come il teatro, ancora di più dei concerti di musica leggere, e la danza. Si può dire che i giovani consumano di più e con criterio, sono molto informati e si muovono in modo motivato per seguire un evento o una mostra. È evidente che da questo punto di vista sta cambiando lo stile di vita delle nostre famiglie.
Un aspetto sul quale è tuttavia opportuno riflettere – osserva il Segretario generale di Federculture – è che i giovani sono visti ancora solo come consumatori, mentre si tratta di aiutare la loro creatività e favorire la loro partecipazione diretta alla produzione in campo culturale. In questa direzione l’investimento è scarsissimo. In Italia il rapporto fra la spesa per la cultura e il bilancio dello Stato è dello 0,29% per il 2007, contro lo 0,35% del 2002 che si raffronta con la spesa dei cittadini per lo spettacolo, che nei primi nei mesi dell’anno ha superato il miliardo di euro: il 6,5% in più rispetto al 2005. L’Italia è un Paese che investe pochissimo sulla creatività artistica e, fatta eccezione per alcune esperienze locali, non investe sui talenti di domani costringendoli ad emigrare.
In Europa, nel settore dell’educazione e formazione artistica e culturale siamo il fanalino di coda e da quest’infelice condizione proprio i giovani sono maggiormente penalizzati. Quel poco che si prende finisce per essere assorbito dalle esigenze di tutela e manutenzione dei monumenti. Il mercato dell’arte è chiuso, ingabbiato e assoggettato alla gestione di filiere molto rigide che non favoriscono certo i giovani. L’impressione è quella di una difesa, di una chiusura e di una ferrea salvaguardia dell’esistente, per il timore di perdere posizioni acquisite nel corso degli anni. Anche dal punto di vista politico e normativo il problema sembra essere quello di rendere impermeabile il sistema dell’accesso alle professioni artistiche e ogni possibile riconoscimento delle novità e dell’eccellenza che potrebbe emergere a livello giovanile. Una paura, questa, che si è manifestata chiaramente anche durante i lavori della quinta commissione legislativa del Consiglio provinciale, in occasione delle numerose audizioni dei soggetti interessati all’argomento e chiamati in causa dalle diverse proposte di legge.
Il quadro è desolante: chi può va all’estero: ai seimila giovani ricercatori e laureati emigrati nel 2006, occorre aggiungere migliaia di musicisti, pittori, scenografi, designer, architetti. Mancano investimenti non solo in denaro ma anche in idee per cui non si possono offrire né opportunità né strutture adeguate nelle quali poter creare ed esporre. Nel rapporto sopra citato di Federculture, da un lato si rileva una drastica contrazione delle risorse per gli investimenti rivolti ai comuni italiani, e dall’altro un auspicio affinché nasca una seria collaborazione fra enti pubblici e privati, modificando ed intensificando il rapporto fra questi attori, visti gli ottimi risultati conseguiti dai vari soggetti autonomi istituiti o partecipati per dare supporto alle amministrazioni locali.
Gli elementi conoscitivi che ho appena evidenziato non erano ancora noti quando ho preso la decisione di elaborare il disegno di legge dedicato ai giovani artisti. Ma proprio per questo credo che oggi questa proposta assuma un valore ancora maggiore.
Lo dico perché il testo che ho presentato insieme ai colleghi del mio gruppo consiliare nasce dal territorio, dal contatto diretto con le persone e dall’ascolto delle loro esigenze. Scaturisce dall’impegno nel ricercare e nel trovare, per quanto possibile, una soluzione adatta al problema che ho appena richiamato e dalla quale la possibilità di affermazione dei giovani artisti risultano gravemente frustrate.
La Provincia autonoma di Trento finora ha regolamentato gli interventi per la realizzazione, la promozione e il sostegno delle attività artistiche e, più in generale, culturali, attraverso la legge provinciale 30 luglio 1987, n. 12, “Programmazione e sviluppo delle attività cultuali nel Trentino”, che disciplina sia le iniziative dirette di cui la Provincia può farsi carico assumendosene i relativi oneri finanziari, organizzando ad esempio manifestazioni culturali d’interesse generale, sia le modalità di sostegno – mediante l’assegnazione di contributi – alle iniziative promosse da associazioni o privati.
Con il disegno di legge n. 192, che ho depositato il 10 ottobre 2006 e portato all’attenzione del Consiglio provinciale fino in questa fase del dibattito, desideravo semplicemente inserire, nella norma in vigore che ho appena menzionato, un nuovo articolo dal titolo “Interventi a sostegno dei giovani artisti trentini”. Questa nuova norma prevede il riconoscimento e la valorizzazione degli artisti trentini che si avvicinano alla pratica delle arti visive, promuovendone l’avvio alla carriera artistica professionale e favorendo la conoscenza delle loro opere.
Credo che, collocata in questo quadro argomentativo e di motivazioni oggettive, converrete con me circa la ragionevolezza e plausibilità di questo sdegno di legge, esclusivamente finalizzato ad aiutare la crescita dei giovani artisti. Ciò nonostante la proposta è stata respinta dalla quinta commissione permanente.
Lo stop non mi procura peraltro alcun imbarazzo, perché durante l’esame del disegno di legge che ridisciplina le attività culturali in Trentino proposto dalla Giunta, è stato possibile confermare e recepire le linee guida delle politiche in materia di giovani artisti contenute nel provvedimento di cui sono primo firmatario.
In particolare l’articolo 2 del disegno di legge 118, dal titolo “obiettivi generali”, alla lettera l) garantiste il sostegno ai giovani artisti e lo sviluppo delle nuove professionalità nell’ambito delle attività culturali, mentre l’articolo 10 (Interventi della Provincia) alla lettera e) prevede il “sostegno e promozione delle iniziative proposte da giovani artisti, sia in forma individuale che collettiva, anche attraverso la messa a disposizione di spazi e di strutture”.
L’assessore Cogo, inoltre, ha tenuto fede all’impegno annunciato in commissione legislativa sottoscrivendo un ordine del giorno contenente i riferimenti attuativi del disegno di legge da me proposto a favore di giovani artisti. Per questa ragione con la condivisione, la sottoscrizione e l’approvazione in aula dell’ordine del giorno dedicato ai giovani artisti, ritiro il disegno di legge n. 192 di data 10 ottobre 2006. Non mi interessa infatti la forma quanto la sostanza di quel che mi ero proposto. L’importante, come mi è capitato di osservare anche in altre occasioni, è raggiungere l’obiettivo prefissato: il mezzo o la strada per arrivarci possono essere anche differenti da quelli che avevo inizialmente progettato.
A questo proposito desidero mettere in evidenza che con l’espressione “giovani artisti” non s’identifica una particolare classe di età, quanto piuttosto di esperienza artistica. La proposta di ordine del giorno concordato con l’Assessore mira, infatti, a stabilire misure di sostegno e di promozione per tutti coloro che, indipendentemente dall’età anagrafica, ad un certo punto della loro vita, decidono di mettere a frutto particolari talenti artistici, in forma non episodica, e per tale ragione meritano l’attenzione e la valorizzazione da parte dell’ente pubblico. È evidente che questi artisti ancora, per così dire, alle prime armi, sono in gran parte annoverabili soprattutto nelle fasce giovanili. Tuttavia l’articolato non fissa limiti di età, perché anche persone non più giovani, che per le più diverse ragioni non hanno magari potuto convitare una particolare passione e attività artistica, nel momento in cui si trovano nelle condizioni di poterla finalmente sviluppare, possano accedere a concrete forme di sostegno da parte delle istituzioni, nel nostro caso della Provincia.
Un requisito fondamentale, descritto nell’ordine del giorno, per poter accedere alle provvidenze della norma è la residenza in un comune della Provincia di Trento da almeno due anni. Si tratta di una condizione indispensabile per marcare l’appartenenza e il legame di questi artisti al loro territorio. Io sono convinto che una collaborazione di questo tipo fra Pubblica Amministrazione e artisti emergenti o comunque talenti meritevoli di attenzione, potrà produrre in futuro interessanti ricadute anche dal punto di vista culturale.
L’ordine del giorno prevede, in particolare, la possibilità di organizzare, con l’intervento diretto della Provincia ma anche di concerto con il Consiglio provinciale, iniziative culturali ed artistiche e, più in generale, occasioni di visibilità e di formazione per i giovani artisti trentini.
Si tratta di offrire loro in tal modo occasioni che possono consistere ad esempio nell’allestimento periodico di mostre individuali o di rassegne collettive, o ancora nella pubblicazione e nella diffusione di pubblicazioni informative, nella documentazione e promozione dell’attività di questi artisti trentini anche fuori dal territorio provinciale.
Un interessante aspetto previsto nell’ordine del giorno che andremo a votare e sul quale desidero richiamare la vostra attenzione, concerne la pubblicazione di una collana editoriale, tutta da costruire nelle modalità e nella forma, destinata a raccogliere e promuovere le mostre dei giovani artisti promosse dalla Provincia e dal Consiglio provinciale. Una raccolta che potrà fungere in futuro da punto di riferimento per gli studiosi dell’arte del Trentino.
Anche la Provincia autonoma di Trento potrà così distinguersi in questo campo al pari di molti Comuni e Province italiane che hanno avviato e realizzato, ormai da anni, progetti il cui obiettivo siano interventi ed iniziative in campo artistico e culturale volti a documentare l’attività di giovani artisti e creativi locali, promuovere e sostenere le loro ricerche, creare occasioni di stimolo e confronto con le strutture del mercato privato, favorendo l’impegno professionale degli artisti in questione e proporre momenti formativi e di aggiornamento negli ambiti delle arti visive ed applicate.
Per i motivi che ho richiamato poc’anzi e allo scopo di attuare su questo specifico fronte il disegno di legge in esame, il dispositivo dell’ordine del giorno prevede che la Giunta provinciale possa promuovere e favorire il coordinamento e la collaborazione fra tra Provincia e il Consiglio provinciale, anche attraverso la costituzione di un apposito gruppo di coordinamento per quanto concerne le iniziative riguardanti i giovani artisti.
Il sostegno e la promozione dei giovani artisti dovrà tenere conto, in particolare, delle seguenti attività:
a) l’allestimento periodico di mostre sul territorio provinciale destinate
all’esposizione di opere o all’allestimento di progetti specifici di giovani
artisti trentini;
b) la pubblicazione e diffusione di materiale divulgativo che promuova i singoli
eventi, illustri e documenti l’attività artistica e le opere dei giovani autori,
anche al di fuori della Provincia;
c) le collaborazioni con altri organi istituzionali extraprovinciali per la
realizzazione di eventi, anche itineranti.
Per l’individuazione dei giovani artisti da sostenere o promuovere, oltre a
considerare la produzione ed esperienza artistica degli stessi, si dovrà
provvedere;
a) alla predisposizione di una graduatoria e di un calendario annuale delle
mostre dei giovani artisti trentini aggiornato semestralmente;
b) alla programmazione degli allestimenti e dello svolgimento delle mostre, in
modo da soddisfare la richiesta di partecipazione dei giovani artisti inseriti
in graduatoria;
c) alla individuazione di spazi idonei ad ospitare le mostre anche in relazione
alla tipologia delle opere esposte;
d) alla pubblicazione di una collana editoriale;
e) alla diffusione materiale di informazioni e documentazione delle iniziative
promosse.
Per l’attuazione di quanto sopra esposto si dovrà tenere conto delle seguenti
direttive di massima:
a) i giovani artisti devono essere residenti in un comune della Provincia di
Trento da almeno due anni;
b) la cura dell’allestimento deve essere condivisi tra il curatore della mostra
e l’artista;
c) le mostre potranno accogliere simultaneamente non più di tre espositori; le
mostre possono essere personali simultanee o legate ad esperienze collettive, di
gruppo o di corrente;
d) la domanda di una nuova esposizione può essere formulata non prima del quarto
anno successivo all’esposizione precedente;
e) l’artista deve garantire la propria presenza all’esposizione.
In estrema sintesi, con l’approvazione di questa questo ordine del giorno si potranno creare i presupposti per documentare l’attività, per realizzare servizi e organizzare attività formative ed eventi promozionali a favore dei giovani che operano nel campo della creatività, delle arti e dello spettacolo.
Inoltre si favorirà e incentiverà il rapporto tra produzione artistica giovanile e mercato, e si realizzeranno progetti di documentazione, promozione, formazione e ricerca di rilievo nazionale e internazionale, finalizzati allo sviluppo artistico e cultuale soprattutto delle nuove generazioni.
Con queste annotazioni di natura operativa ho terminato la prima parte del mio intervento, relativo al disegno di legge e all’ordine del giorno riguardante i giovani artisti.
Vorrei ora richiamare l’attenzione dell’aula ad una breve sintesi di alcune mie considerazioni in merito al recente viaggio studio effettuato in alcuni centri della penisola iberica (Barcellona, Bilbao e Madrid), insieme ai colleghi della quinta Commissione legislativa provinciale, al quale ho avuto la possibilità di partecipare in qualità di promotore del disegno di legge appena illustrato.
Un viaggio voluto per darci la possibilità di conoscere, analizzare e valutare alcune importanti realtà museali spagnole e che ci ha permesso di compararle col nostro sistema culturale provinciale, anche allo scopo di cogliere gli eventuali elementi di riflessione critica e di proposta di cui discutere in occasione dell’esame in quest’aula dei disegni di legge 118 dell’Assessore e 192 da me presentato.
Il primo aspetto che ritengo qualificante della realtà spagnola mi pare sia riconducibile al forte grado di autonomia delle regioni visitate, in particolar modo di quella basca che ha il diritto di gestire, analogamente alle Province autonome di Trento e Bolzano, ingenti risorse derivanti dal gettito locale che rimangono in loco, di cui solo una quota minima viene assegnata allo stato centrale dopo una contrattazione fra le parti.
La concertazione tra il soggetto pubblico e i privati ha permesso di realizzare strutture come il museo Guggenheim a Bilbao, con enormi ricadute positive oggi registrabili nel territorio circostante, di tipo economico, occupazionale e di visibilità internazionale.
Non posso esimermi dal rappresentare qui alcune note in merito al museo Guggenheim di Bilbao: una struttura costruita in pochissimi anni, che nel 2006 ha raggiunto la soglia del 75% di autofinanziamento, richiamando l’anno scorso più di un milione di visitatori. Un museo avveniristico dal punto di vista architettonico, che genera 45 milioni di euro di entrate fiscali all’anno, che promuove un flusso economico, diretto o indiretto, che è stato pari a circa 211 milioni di euro nel 2006, che coinvolge 15.000 persone “amici del museo”, che ha permesso di ammortizzare la spesa di costruzione di circa 80 milioni di euro in tre anni di esercizio, che contribuisce al mantenimento di più di 4.000 unità lavorative.
Ed infine, ma non ultimo per importanza, un museo la cui costruzione è stata collocata non a caso nel bel mezzo dell’alveo del fiume, in modo da poter essere visto agevolmente da qualunque punto di osservazione esterno e lontano lo si guardi. Una soluzione urbanistica che situa quindi questa struttura sempre e inevitabilmente al centro dell’attenzione di chiunque si rechi a visitare una città industriale che fino a non molti anni fa si trovava sull’orlo della catastrofe in termini occupazionali ed ambientali.
Alla luce di questa sia pur rapida e sommaria descrizione, se consideriamo la realtà trentina sorgono spontanee almeno un paio di domande alle quali si può rispondere con facilità.
Dove è stato collocato/nascosto il Mart di Rovereto? Quanto è costato e costa per la collettività trentina? Quali e quante ricadute produce sull’economia di Rovereto e del Trentino? Quante strutture turistico-ricettive sono state realizzate e messe a disposizione degli ospiti e visitatori del Mart provenienti dall’esterno della nostra Provincia? Quanto personale dipendente è direttamente o indirettamente stato assunto a seguito della realizzazione del museo?
Sarebbe tempo – pur in grave ritardo – di rispondere a questi quesiti per introdurre nei limiti del possibile i necessari correttivi. Credo che, fatte le debiti proporzioni, tuttavia un confronto serio con il Guggenheim di Bilbao possa aiutare i responsabili della cultura trentina a produrre uno sforzo oggi assolutamente necessario se si vuole dare un futuro al Mart. Un futuro che sia integrato con l’ambiente sociale, economico e ambientale non solo ovviamente di Rovereto, ma di tutto il Trentino.
Mi limito qui ad evidenziare un dato: 226 mila visitatori al Mart di Rovereto nel 2006, di cui 63 mila gratuiti, contro un milione di pagamenti al Guggenheim di Bilbao. È chiaro che il paragone serve solo da stimolo quantomeno per orientare una struttura espositiva come la nostra nella giusta direzione.
Inoltre, tanto per riferire ancora qualche cifra, per il finanziamento del Museo di Rovereto sono stati previsti nel bilancio di previsione del 2007 5.700.000,00 euro per spese di funzionamento e 3.150.000,00 euro per progetti espositivi e programmi di investimento, per un totale di spesa di 8.850.000,00 euro a carico della Provincia.
Il consuntivo 2005 ha chiuso con un totale di spese generali pari a 11.960.000,00 euro e con un valore di entrate proprie pari a euro 1.842.000,00.
Le entrate proprie del Mart di Rovereto sono il 15,4 per cento del bilancio contro il 75 per cento del museo Guggenheim di Bilbao.
Intanto la Giunta comunale di Rovereto, in un improvviso sussulto di generosità improvvisamente ritrovata dopo aver saputo dell’ultima spesa di 500 mila euro occorrente per il monitoraggio automatico della collina in movimento dietro il Mart, ha approvato una delibera in cui fa dono – o per meglio dire si sbarazza – dell’intero complesso museale cedendolo alla Provincia, alla quale ora insieme all’edificio passeranno anche tutti gli oneri di controllo, gestione e manutenzione. Proprio un bell’affare: per Rovereto!
Che abbia ragione Messner quando dice che: “Il Mart è un museo ben fatto, ma alla fine crollerà. O Rovereto diventa una città culturale, come hanno fatto a Bilbao, oppure anche ricevere dei soldi pubblici non è sufficiente. Il Mart non può competere con musei come Monaco o altri di arte contemporanea.”.
Tuttavia vorrei chiarire che il mio approccio non è ispirato a un pregiudizio negativo. Sono anzi convinto che se seguissimo l’esempio di Bilbao unendo effettivamente le forze e le risorse migliori del pubblico e del privato, così da mettere entrambi nelle condizioni ottimali per fare rete, non sarebbe affatto impossibile ottenere risultati anche molto significativi capaci di riflettersi in termini di notevoli benefici sia economici che di immagine per tutto il territorio, e non solo, per i soggetti direttamente coinvolti.
Un altro aspetto degno di nota che ho potuto registrare nel corso di questo viaggio di apprendimento low-cost in Spagna, è quello legato alla rapidità con cui sono state realizzate le infrastrutture e le opere pubbliche legate alle strutture espositive e museali, con costi certi e senza aumenti di spesa.
Solo un importante decisionismo politico unito ad un certo coraggio nelle scelte, aiutato da una limitata frammentazione politica, ha potuto permettere e consente di programmare interventi infrastrutturali relativi ad ambiti tanto estesi.
Quelli che ho brevemente ricordato sono a mio avviso gli elementi più significativi ricavati dal viaggio di studio in Spagna: aspetti – certo – da approfondire ma dei quali dovremmo opportunamente tenere conto perché possano essere trasferiti almeno in parte anche delle scelte di politica culturale del Trentino, troppe volte autoreferenziale e colpevolmente disattenta alle responsabilità, all’innovazione e alla flessibilità mentale e operativa.
Signor Presidente, le chiedo se posso continuare il mio intervento anche esaurita l’ora di presentazione al disegno di legge.
PRESIDENTE: Lei lo può fare utilizzando però il tempo del gruppo, quindi fate i conti un po’ tra di voi. Grazie.
DELLADIO (Forza Italia): Era per poter discutere in maniera continuativa sul disegno di legge.
Infine, intendo soffermarmi, come ho anticipato nell’introduzione, su un concetto – quello di “genere”, che ovunque oggi in Europa e in Italia caratterizza un numero crescente di provvedimenti normativi a qualsiasi livello istituzionale.
Politiche di genere, bilancio di genere, identità di genere, differenza di genere, rappresentanza di genere, approccio di genere, parità di generi sono solo alcuni dei neologismi con cui si sta affrontando una tematica considerata non più secondaria ma centrale e quasi una conditio sine qua non di ogni provvedimento.
Anche la nostra Provincia non ne è immune. La stessa proposta di legge che stiamo esaminando evoca questo concetto nei principi, nelle finalità e negli obiettivi generali dettati dai primi due articoli, in cui si parla rispettivamente di: “sviluppare la cultura della parità dei generi” e di attuare “gli interventi e le iniziative di questa legge nel rispetto del principio della parità dei generi.”.
Anche gli articoli 4, 5, 6 e 9 contengono, a vari modi, il termine “genere”.
Approfondendo questo termine e il suo utilizzo ho scoperto alcuni aspetti che mi hanno impressionato negativamente e che mi permetto quindi di evidenziare pubblicamente.
Interessante per cogliere il fenomeno in atto è rileggere alcuni passi di un’intervista rilasciata da Gabriele Kuby: una sociologa e scrittrice impegnata nei movimenti studenteschi del ’68 tedesco.
Ne riprendo alcuni passi perché chiariscono il pensiero “di genere” che sta avanzando in Europa e anche in Italia negli ultimi decenni.
La sociologa Kuby inizia col dire: “I rivoluzionari comunisti della generazione del ’68 hanno riconosciuto alla fine degli anni settanta che il “proletariato” non era mobilitabile e che la strada della provocazione violenta allo Stato (ad opera della RAF – Rote Armee Fraktion) non produceva alcun successo. In ragione di ciò venne forgiato il motto “avanti, attraverso le istituzioni”, trasformato conseguentemente in azione. Oggi i quadri del ’68 detengono le leve di comando della politica, dei media e della giustizia. – aggiungo anche della scuola - Realizzano ora la rivoluzione dall’alto presso le Nazioni Unite, nell’Unione Europea e nei governi dei singoli stati membri.”.
Sempre la Kuby osserva poi: “Io credo che quando una società fa propria la concezione dei filosofi relativisti, secondo la quale la verità e il bene non possono essere riconosciuti, essa si consegna all’egoismo illimitato.”.
E prosegue: “In pochi conoscono il significato e la portata del termine “gender” – ossia “genere” nella lingua italiana in cui troviamo ampie tracce in questo disegno di legge -, sebbene sia divenuto il “principio guida e l’obiettivo trasversale” della politica dell’ONU, all’Unione Europea e dei singoli Stati. Questo concetto presuppone il fatto che qualsiasi orientamento sessuale–eterosessuale, omosessuale, bisessuale e transessuale – sia equivalente e debba essere accettato dalla società. L’obiettivo è il superamento dell’”eterosessualità forzata” e la creazione di un uomo nuovo, cui viene lasciata la libertà di scegliere e godere la propria identità sessuale indipendentemente dal suo sesso biologico. Chiunque si contrapponga a ciò, singole persone o Stati, viene discriminato come “omofobo”. Si tratta di un attacco mondiale all’ordine della creazione e, così facendo, all’intera umanità. Esso distrugge il fondamento della famiglia e in questo modo consegna ai despoti l’uomo che non sa più se è uomo o donna.”.
Un altro interessante spunto di riflessione, che conforma l’avanzata di questo processo ideologico in atto soprattutto nella società occidentale, proviene dal dibattito scaturito all’interno della IV conferenza mondiale delle donne, tenutasi a Pechino dal 4 al 15 settembre 1995.
In quella sede è stato fatto rilevare che si distinguono non due ma cinque generi: femmine, maschi, omosessuali femminili, omosessuali maschili e transessuali. Qualcuno è andato ancora oltre parlando di ermafroditi e pseudoermafroditi maschi e femmine.
Capite che se non abbiamo chiaro il concetto di “genere” che oggi inseriamo a piene mani nelle leggi proposte che andremo a votare, potremmo ritrovarci un domani in una confusione esistenziale che porterà all’annichilimento dell’identità delle persone. Perché questo è, in realtà, l’obiettivo finale di questa politica globale: spogliare l’uomo dell’ancoraggio della sua identità sessuale al dato oggettivo e naturale, perché possa risultare più agevolmente manipolabile dal potere di turno, non importa di quale colore politico.
Già, perché la parola “genere” nasconde questa grande insidia, ormai entrata nel pensiero di una certa parte politica e di cui parlando di cultura non possiamo tacere: una persona non è più maschio o femmina, ma quello che si sente di essere. Non è più importante e fondante la sua differenza biologica, bensì la sua connotazione culturale legata al ruolo nella società.
In estrema sintesi, per il pensiero che ho richiamato poc’anzi, il “sesso” riguarderebbe solamente le caratteristiche biologiche e fisiologiche di una persona, mentre il “genere” si riferisce all’educazione e precisamente ai ruoli, ai comportamenti ed alle attività considerate appropriate per uomini e donne.
L’impressione è che il termine “genere” sia adoperato come una leva per scardinare l’idea tradizionale di famiglia e l’identità sessuale definita.
Se la parola “genere” è la leva, i “Cus” – nuova invenzione del governo nazionale di sinistra centro – ne sono il riflesso più evidente a livello politico e legislativo.
Mi sono permesso queste alcune considerazioni per evidenziare la necessità di avere piena consapevolezza dell’uso di certi termini quando vengono inseriti, solo perché oggi vanno per la maggiore, nelle norme che licenzieremo, e per certificare in maniera inequivocabile che il sottoscritto, quando parla di generi, ne intende solamente due: maschile e femminile.
E che, di conseguenza, quando pensa alla famiglia, ritiene a meritare diritto di cittadinanza in quanto essenziale alla crescita delle persone e della società, sia solo ed esclusivamente quella fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna, così com’è sancita dalla Costituzione della Repubblica Italiana.
Rimangono salvi i diritti inviolabili individuali garantiti anch’essi dalla Costituzione.
Ringrazio tutti coloro che hanno seguito i miei ragionamenti, con i quali ritengo di aver dato un contributo quantomeno stimolante ad un dibattito dedicato ad una materia importante qual è quella delle politiche culturali.
Vi ringrazio dell’attenzione.