SEDUTA 27 FEBBRAIO 2008
a) disegno di legge n. 177/XIII, "Modificazioni della legge provinciale 5
marzo 2003, n. 2 (Norme per l'elezione diretta del Consiglio provinciale di
Trento e del Presidente della Provincia)", b) disegno di legge n. 229/XIII,
"Modificazioni della legge provinciale 5 marzo 2003, n. 2 (Norme per
l'elezione diretta del Consiglio provinciale di Trento e del Presidente
della Provincia), per favorire la democrazia paritaria nell'accesso alla carica
di consigliere provinciale", c) disegno di legge n. 281/XIII, "Modificazioni
della legge provinciale 5 marzo 2003, n. 2 (Norme per l'elezione diretta del
Consiglio provinciale di Trento e del Presidente della Provincia), in materia di
ineleggibilità e di incompatibilità"
(...)
PRESIDENTE: Ha chiesto di intervenire il consigliere Delladio: ne ha facoltà.
DELLADIO (Forza Italia): Grazie, signor Presidente. Distinti colleghi, il mio intervento si limiterà a proporre alcune considerazioni in particolar modo sulla questione “quote rosa”, che ormai da tempo infiamma gli animi e occupa grandi spazi sulla stampa locale.
Nel dibattito non sono mancati toni accesi, minacce di ricorsi alla Corte Costituzionale e, non da ultimo, indicazioni di voto alle prossime elezioni provinciali contro chi si esprimerà contro le cosiddette “quote rosa”. Correrò quest’ultimo rischio.
Prima di entrare nel merito delle quote, desidero chiarire ancora una volta il mio pensiero in merito al concetto di “genere”.
Un numero sempre più crescente di provvedimenti normativi a qualsiasi livello istituzionale, sia in Italia che in Europa, sono caratterizzati da un concetto: quello di genere, per l’appunto.
Politiche di genere, bilancio di genere, identità di genere, differenza di genere, rappresentanza di genere, approccio di genere, parità di generi, sono solo alcuni dei neologismi con cui si sta affrontando una tematica considerata non più secondaria, ma centrale e quasi una conditio sine qua non di ogni provvedimento.
In Italia spesso si usa il termine “genere” come sinonimo di donne, soprattutto in ambito politico, creando di fatto delle ambiguità. Anche la nostra Provincia non è immune da questi ragionamenti. L’abbiamo riscontrato recentemente - solo per fare un esempio - con la legge sulla cultura.
La proposta di legge della Giunta provinciale che stiamo esaminando evoca questo concetto e lo pone alla base di tutta la discussione. Da quanto è dato sapere, nessun altro argomento o proposta di modifica della legge elettorale esistente troverà soddisfazione.
Tradizionalmente gli individui vengono divisi in uomini e donne sulla base delle loro differenze biologiche. Nel sentire comune, infatti, il sesso e il genere costituiscono un tutt’uno.
Gli studi di genere propongono, invece, una suddivisione sul piano teorico concettuale tra questi due aspetti dell’identità: il sesso (sex) costituisce un corredo genetico, un insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici che producono le diversificazioni maschio e femmina; il genere (gender) rappresenta una costruzione culturale, la rappresentazione, definizione e incentivazione di comportamenti che rivestono il corredo biologico e danno vita allo status di uomo o donna.
Sempre secondo gli studi di genere, sesso e genere non costituiscono due dimensioni contrapposte, ma interdipendenti. Sui caratteri biologici si innesta la produzione delle identità di genere.
Il genere, secondo queste teorie, è un prodotto della cultura umana e viene creato quotidianamente attraverso una serie di interazioni sociali che tendono a definire le differenze tra uomini e donne.
Secondo i soloni degli studi di genere a livello sociale è necessario testimoniare e testimoniare continuamente la propria appartenenza di genere attraverso il comportamento, il linguaggio e/o il ruolo sociale.
Si parla a questo proposito di ruoli di genere. In sostanza il genere è un carattere appreso e non innato: maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa.
E’ importante capire la raffinatezza - si fa per dire - di questi ragionamenti. Interessante è rileggere alcuni passi di un’intervista rilasciata da Gabriele Kuby, una sociologa e scrittrice impegnata nei movimenti studenteschi del ’68 tedesco. Ne riprendo alcuni passi perché chiariscono il pensiero di genere che sta avanzando in Europa e anche in Italia negli ultimi decenni.
La scrittrice espone che “in pochi conoscono il significato e la portata del termine “gender”, ossia “genere” nella lingua italiana, sebbene sia divenuto il “principio guida e l’obiettivo trasversale” della politica dell’ONU, dell’Unione europea e dei singoli stati.
Questo concetto presuppone il fatto che qualsiasi orientamento sessuale - eterosessuale, omosessuale, bisessuale e transessuale - sia equivalente e debba essere accettato dalla società. L’obiettivo è il superamento dell’”eterosessualità forzata” e la creazione di un uomo nuovo cui viene lasciata la libertà di scegliere e godere la propria identità sessuale indipendentemente dal suo sesso biologico.
Chiunque si contrapponga a ciò, singole persone o stati, viene discriminato come “omofobo”. Si tratta di un attacco mondiale all’ordine della creazione e, così facendo, all’intera umanità. Esso distrugge il fondamento della famiglia e in questo modo consegna ai despoti l’uomo che non sa più se è uomo o donna.”.
Un altro interessante spunto di riflessione, che conferma l’avanzata di questo processo ideologico in atto soprattutto nella società occidentale, proviene dal dibattito scaturito all’interno della Quarta conferenza mondiale delle donne tenutasi a Pechino dal 4 al 15 settembre ’95. In quella sede è stato fatto rilevare che si distinguono non due, ma cinque generi: femmine, maschi, omosessuali femminili, omosessuali maschili e transessuali.
Qualcuno è andato ancora oltre parlando di ermafroditi e pseudoermafroditi maschi e femmine.
Capite che, se non abbiamo chiaro il concetto di genere che oggi inseriamo a piene mani nelle leggi proposte che andiamo a votare, potremmo ritrovarci un domani in una confusione esistenziale che porterà all’annichilimento dell’identità delle persone.
Perché questo è in realtà l’obiettivo finale di questa politica globale: spogliare l’uomo dell’ancoraggio della sua identità sessuale al dato oggettivo e naturale, perché possa risultare più agevolmente manipolabile dal potere di turno, non importa di quale colore politico.
Già, perché la parola “genere” nasconde questa grande insidia, ormai entrata nel pensiero soprattutto di una certa parte politica: una persona non è più maschio o femmina, ma quello che si sente di essere. Non è più importante e fondante la sua differenza biologica, bensì la sua connotazione culturale legata al ruolo nella società.
In estrema sintesi, per il pensiero che ho richiamato poc’anzi, il sesso riguarderebbe solamente le caratteristiche biologiche e fisiologiche di una persona, mentre il genere si riferisce all’educazione e precisamente ai ruoli, ai comportamenti e alle attività considerate appropriate per uomini e donne.
L’impressione è che il termine “genere” sia adoperato come una leva per scardinare l’idea tradizionale di famiglia e l’identità sessuale definita.
Mi sono permesso queste alcune considerazioni per evidenziare la necessità di avere una piena consapevolezza dell’uso di certi termini quando vengono inseriti nelle norme che licenzieremo, solo perché oggi vanno per la maggiore, per certificare in maniera inequivocabile che il sottoscritto, quando parla di generi, ne intende solamente due, maschile e femminile.
E che di conseguenza, quando pensa alla famiglia, ritiene a meritare diritto di cittadinanza in quanto essenziale alla crescita delle persone e della società, sia solo ed esclusivamente quella fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, così come è sancita dalla Costituzione della Repubblica Italiana. Rimangono salvi i diritti individuali inviolabili, garantiti anch’essi dalla Costituzione.
Bene, dopo questa riflessione, che non vuole essere esaustiva, vorrei riflettere sulle cosiddette “quote rosa”.
Non mi è chiaro in quale modo le “quote rosa”, o “quote donna”, come le si vogliano chiamare, favoriscano un percorso al pari di un uomo che altrimenti sarebbe precluso. Mi domando e vi domando per quale motivo, senza le quote, una donna che voglia esprimere le proprie capacità nella vita politica non possa svolgere quelle stesse mansioni, assecondare le proprie attitudini ed esprimere i propri talenti senza subire per questo una mutazione genetica.
Margaret Thatcher per diventare Primo ministro inglese non ha avuto bisogno di quote rosa: la figlia del droghiere ha fatto mangiare la polvere a tutti gli uomini del suo partito, uno dopo l’altro, fin quando non si è trovata sola al vertice dello schieramento conservatore e del governo. Una donna che ha qualcosa di realmente interessante da dire lo fa e trova anche un pubblico che la ascolti.
Angela Merkel (conservatrice pure lei, a conferma che l’emancipazione femminile non è monopolio della sinistra), cancelliere, vanta una carriera politica della quale hanno fatto le spese moltissimi uomini, evidentemente meno capaci di lei. Anche in Germania non esistono quote rosa obbligatorie, ma semplici livelli minimi, più o meno elevati, di presenze femminili all’interno dei partiti, che questi - peraltro non tutti - adottano di propria iniziativa.
Il principio della selezione del migliore, introducendo la tanto richiamata meritocrazia, al termine di una competizione leale, dovrebbe essere il sale di ogni democrazia e, come è dimostrato, non impedisce alle donne di arrivare ai massimi vertici della politica.
Il rischio concreto è che, in nome della parità tra generi, si arrivi ad attuare una selezione inefficiente della classe politica e ad inaugurare un precedente illiberale nell’accesso alle cariche pubbliche.
Le ragioni per cui molte donne si possano sentire umiliate le ha riassunte bene Emma Bonino in un’intervista del 12 ottobre 2005. Esiste una serie sterminata di statistiche sui danni prodotti nelle università e nelle pubbliche amministrazioni in quei paesi dove sono stati introdotti simili provvedimenti.
Quella che era nata come una promozione sociale all’insegna del “politicamente corretto” ha finito, infatti, inevitabilmente, per trasformarsi in un’ingiustizia, consentendo il passaggio della selezione a individui meno qualificati di coloro che, non essendo tutelati, si sono trovati primi nella lista dei bocciati.
Il rischio è che certi partiti si vedano obbligati a candidare l’ultima arrivata pur di rispettare l’obbligo delle quote.
E che dire del rischio, del grave rischio, se passa il pensiero che ho esposto in apertura del mio intervento, cioè quello che introduce come minimo cinque o più generi, che un domani nelle liste elettorali dovranno essere previste quote non solo per le donne, ma anche per gli omosessuali e per i transessuali?
Voglio sottolineare che non considero l’orientamento sessuale una discriminante, ed è per questo che non comprendo perché si voglia introdurre una modifica di legge che, invece, preveda delle quote basate proprio sulla differenza sessuale.
E cosa impedisce, ad esempio, agli italiani di fede islamica di chiedere la loro dose di quote? La identità religiosa è forse meno importante di quella sessuale?
Ma andiamo oltre.
Perché le quote riservate alle donne o a qualsivoglia minoranza debbono riguardare solo l’accesso alla vita politica e non, ad esempio, le selezioni per l’ente pubblico o l’accesso ad altre cariche della pubblica amministrazione? E per quale motivo i privati dovrebbero comportarsi in modo diverso dal settore pubblico? E perché non introdurre quote per i direttori di giornali, di banche pubbliche e di ospedali?
Le donne non sono una categoria di nicchia o una specie in estinzione. Il rispetto e la credibilità vanno conquistati e non ricevuti per grazia.
E’ vero piuttosto che la rappresentatività del 50 per cento dell’elettorato va incoraggiata e promossa; è vero che si debbono mettere in campo tutti quegli strumenti di sensibilizzazione che consentano alle donne di entrare alla pari nella competizione politica. Se ad un obbligo di candidatura, però, non si affiancano tutta una serie di misure sociali atte a sostenere la donna proprio nel suo impegno pubblico o lavorativo, certamente si fa un’azione legislativa più di facciata che di sostanza.
La mancanza o la carenza di infrastrutture o di sostegno sociale - asili nido aziendali e pubblici, assistenza agli anziani, flessibilità degli orari di lavoro anche per il privato, prevenzione del mobbing - non invoglia di certo nessuna donna ad intraprendere la vita pubblica e anche solo a scegliere una carriera lavorativa più impegnativa.
Le donne non hanno bisogno di riserve indiane, di ghetti in cui siano costrette a stare, bensì di interventi che facilitino la loro preziosa partecipazione attiva in ogni settore sociale, valorizzando e proteggendo anche e soprattutto la maternità quale momento fondante della società.
Sia chiaro che non è mia intenzione riproporre un arcaico modello di donna fattrice. Per ogni donna la maternità è e resta comunque una libera scelta.
La revisione delle norme dovrebbe riservare una maggiore attenzione agli interventi in grado di accrescere la tutela dei giovani alla ricerca del primo impiego, all’ampliamento delle misure a favore delle giovani coppie che cercano un’abitazione, all’inserimento occupazionale delle giovani donne, all’appoggio della propensione alla maternità rafforzando i servizi di custodia per la prima infanzia. In poche parole, aiutare in tutti i modi i padri e le madri a crescere i loro figli dall’ingresso nella scuola materna alla conclusione degli studi.
Pari opportunità non vuol dire quote rosa o altri distorti meccanismi che riconducono ad un obbligo la partecipazione all’attività sociale e politica delle donne. Per questo le quote rosa come rivendicazione di uno spazio appaiono più che mai inappropriate, anzi, rischiano di ottenere l’effetto contrario, suscitando le antipatie di quanti ritengono ingiustificata la pretesa di ottenere non per merito, ma per legge una qualsiasi agevolazione nella carriera politica o lavorativa.
E’ di poche settimane fa la notizia che il Parlamento europeo, con una propria relazione, chiede all’Unione europea e agli stati membri di promuovere una presenza equilibrata di donne e uomini nei consigli di amministrazione delle imprese, ma non chiede l’imposizione di quote rosa come accade in Norvegia.
L’Aula europea ha soppresso il paragrafo che invitava gli stati membri a seguire l’esempio norvegese, adottando misure volte a garantire una quota di almeno il 40 per cento di donne presenti nei consigli di amministrazione delle imprese pubbliche e nelle società per azioni.
Penso che la linea guida confermata in sede europea di non imporre il meccanismo delle quote, ma di promuovere la presenza equilibrata di donne e uomini negli organismi politici, economici e sociali, sia da prendere in seria considerazione.
E’ chiaro che il mio voto, in conclusione, sarà contrario all’introduzione di meccanismi legati alle quote rosa. Grazie per l’attenzione.
(...)