SEDUTA 31 GENNAIO 2008

disegno di legge n. 253/XIII, "Pianificazione urbanistica e governo del territorio", disegno di legge n. 54/XIII, "Contenimento dell'inquinamento luminoso, risparmio energetico nell'illuminazione per esterni e tutela dell'attività svolta dagli osservatori astronomici. Integrazioni della legge provinciale 5 settembre 1991, n. 22 (Ordinamento urbanistico e tutela del territorio)", disegno di legge n. 68/XIII, "Modifiche alla legge provinciale 5 settembre 1991, n. 22 (Ordinamento urbanistico e tutela del territorio)", disegno di legge n. 96/XIII, "Fascicolo del fabbricato", disegno di legge n. 117/XIII, "Nuova disciplina del governo del territorio della Provincia autonoma di Trento", disegno di legge n. 137/XIII, "Tutela del patrimonio carsico", disegno di legge n. 234/XIII, "Interventi provinciali a favore dell'edilizia sostenibile", disegno di legge n. 261/XIII, "Modifiche alla legge provinciale 5 settembre 1991, n. 22 (Ordinamento urbanistico e tutela del territorio), in materia di allestimenti mobili nei campeggi", disegno di legge n. 262/XIII, "Disposizioni in materia di edilizia sostenibile", disegno di legge n. 271/XIII, "Modifica all'articolo 18 sexies della legge provinciale 5 settembre 1991, n. 22 (Ordinamento urbanistico e tutela del territorio) in materia di cambio di destinazione d'uso degli edifici non residenziali esistenti"
 

(...)

PRESIDENTE: Ha chiesto di intervenire il consigliere Delladio: ne ha facoltà.

DELLADIO (Forza Italia): Grazie, signor Presidente. Egregi colleghi, inizio chiarendo come sempre un aspetto preliminare imprescindibile, cioè che il mio ruolo in questa legislatura è quello di interpretare e sviluppare un’opposizione politica seria e incisiva, perché sempre argomentata, ancorata a dati e riferimenti precisi e verificabili.

Un’opposizione politica sostenuta da riflessioni critiche, che talvolta possono apparire aspre e tuttavia sempre indirizzate alle idee, ai progetti e alle scelte sbagliate compiute da questa Giunta, mai alle persone in quanto tali. Riflessioni critiche, ma capaci anche di avanzare proposte e suggerimenti, di cui l’Esecutivo provinciale e la maggioranza dovrebbero tenere saggiamente e prudentemente, se ad animare le forze di governo fosse veramente la preoccupazione per il bene della comunità trentina.

A questa premessa aggiungo che la mia posizione qui dentro non è quella di una persona imbrigliata o condizionata da interessi estranei alla politica e non soggiace nemmeno a determinati blocchi ideologici; è una voce libera, ispirata al libero pensiero e fedele ai principi e ai valori di libertà e responsabilità profondamente radicati nella mia coscienza.

Una voce mobilitata dall’istintiva insofferenza per le piccole e grandi ingiustizie compiute o avallate dai poteri forti di turno, le cui vittime sono i cittadini, le persone e i gruppi sociali più deboli.

In questa mia battaglia politica ho sottoscritto una sola cambiale in bianco: quella a favore dei tanti elettori insoddisfatti dall’andazzo attuale, da cui ho ricevuto e continuo a ricevere il mandato e la richiesta di portare avanti le loro istanze nelle sedi politiche e istituzionali, in primo luogo all’interno di questa assemblea legislativa.

Ciò premesso e venendo ora al tema in discussione credo che ognuno di noi, ogni famiglia abbia dovuto misurarsi almeno una volta nella propria storia e nella vita concreta con i problemi, i vincoli e gli adempimenti riconducibili alle norme urbanistiche di questa nostra Provincia autonoma.

I sentimenti che spesso si insinuano nell’animo dei cittadini quando si trovano alle prese con alcune complesse questioni di natura urbanistica sono di smarrimento e impotenza per la difficoltà a comprendere non solo il merito, ma innanzitutto il senso di certe disposizioni alle quali devono assoggettarsi. Disposizioni che sembrano concepite apposta per ostacolare, frenare e complicare ogni iniziativa, anche quando un po’ di comune buonsenso offrirebbe soluzioni equilibrate, ragionevoli e soddisfacenti, senza per questo ledere gli interessi della collettività o dell’ambiente.

Il guaio è che i sentimenti iniziali di smarrimento e impotenza si trasformano rapidamente dapprima in frustrazione e poi in rabbia e rifiuto nei riguardi della classe politica e delle istituzioni responsabili di questi fardelli ipocritamente caricati sulle spalle dei cittadini.

Qualsiasi esperienza dovuta alla necessità di districarsi nelle maglie di questo complicato settore, sia che si tratti della ristrutturazione, dell’integrazione, della modifica, dell’acquisto o del risanamento di un immobile, ci porta immancabilmente a constatare la dittatura, o, meglio, il “totalitarismo” della burocrazia a cui nulla sfugge e dalla quale ogni nostra mossa è controllata e guidata.

Una burocrazia soffocante, che limita e mortifica enormemente il diritto alla libertà di scelta e di iniziativa dei cittadini, sia pure compatibilmente con il rispetto degli altri e della comunità in cui viviamo. Un diritto di chiedere e ottenere risposte in tempi rapidi e certi, che in determinate circostanze non solo viene ignorato, ma calpestato quando solo alcuni vengono favoriti per motivazioni inconfessabili, ma note a tutti, perché il Trentino - si sa - è una piccola realtà sociale in cui tutti si conoscono e non è difficile intuire come dietro certe preferenze e privilegi vi siano amicizie, complicità, clientele personali, familiari e politiche.

Montagne di carte, chili e chili di documenti, settimane, mesi e talvolta anni di tempo per arrivare ad una conclusione magari interlocutoria o negativa e conseguenti fiumi di denaro spesi troppe volte inutilmente sono la cifra, la sostanza di moltissime operazioni imposte dalla matassa di norme e regolamenti urbanistici provinciali e locali per quanto semplici possano apparire a prima vista le questioni da trattare.

D’altro canto, lo sappiamo tutti, intorno alla partita dell’urbanistica e dell’edilizia ruotano interessi colossali, con pesanti ricadute riguardanti una molteplicità di soggetti, a partire dalle famiglie e dalle imprese attive non solo nel settore della costruzione, ma anche nell’indotto artigianale, senza contare le numerose categorie e figure professionali, gli studi tecnici chiamati in causa dai lavori, e non da ultime le amministrazioni comunali e provinciali con i rispettivi progetti, istruttorie e bilanci.

Ingentissime quantità di risorse, quindi, sono quotidianamente mobilitate e messe in circolazione dall’urbanistica e dall’edilizia all’interno del nostro sistema. Una torta ricchissima le cui fette maggiori sono costantemente nel mirino delle lobbies più potenti perché siano spartite secondo criteri formalmente rispettosi della legge, ma in realtà funzionali soprattutto ad alcuni.

Inutile nascondersi che è soprattutto attraverso questi canali che transitano le vere scelte, le pressioni e gli interessi dei poteri reali, da cui è capillarmente governato il nostro territorio e ai quali non sono estranei la politica e i mezzi di cui dispone la politica.

Penso, in definitiva, che tra tutte le norme da cui è regolato il funzionamento di un sistema di piccole dimensioni come il nostro, quelle urbanistiche rivestano un’importanza superiore alle altre, comprese quelle veicolate ogni anno dalle leggi finanziarie, perché dall’urbanistica dipende lo sviluppo effettivo, più o meno armonico, rispettoso e sostenibile di un determinato territorio e condizionano, quindi, la crescita economica e il benessere della popolazione.

Al netto degli eccessi vincolistici e burocratici non c’è dubbio che in Trentino una politica e una pianificazione urbanistica oculata e misurata, poste a tutela del territorio e dell’ambiente, siano assolutamente necessarie per garantire una politica di sviluppo tendenzialmente lungimirante, salvaguardando il paesaggio, senza penalizzare lo sviluppo economico, soprattutto dal punto di vista infrastrutturale, ma anche evitando speculazioni selvagge, soprattutto legate all’edilizia, da cui alcune zone della nostra provincia sono state obiettivamente rovinate. Penso ai complessi edilizi che sono stati realizzati in Valle di Sole con Marileva, in Val di Fiemme col villaggio Veronza e alla colata di cemento di Fassa Laurina.

La mancata applicazione o il deficit di regole, ma soprattutto la colpevole e irresponsabile compiacenza degli amministratori locali, che non hanno saputo o voluto gestire il territorio delle rispettive comunità con gli strumenti urbanistici dei quali pure disponevano, ha permesso - lo ribadisco - soprattutto in alcune zone bene identificabili del Trentino l’affermarsi di una speculazione edilizia selvaggia, da cui sono state arricchite poche persone, compromettendo pesantemente alcuni luoghi pregiati e ambiti caratteristici della nostra provincia.

All’interno di queste aree appartenenti ad alcuni comuni del Trentino - bisogna dirlo ad alta voce - gli amministratori, titolari della gestione e degli strumenti di pianificazione urbanistica locale, si sono ben guardati dal disciplinare o programmare lo sviluppo complessivo del territorio loro affidato e dall’introdurre o correggere i limiti e i vincoli dettati dai PRG e dalle relative varianti in modo tale da impedire un’urbanizzazione destinata a deturpare l’immagine e soprattutto l’identità di una località.

L’amara verità è che purtroppo il trend in costante crescita registrato in questi ultimi anni, di continua crescita dei valori del mercato immobiliare, ha alimentato, stimolato e favorito la compravendita di terreni e di immobili.

Compravendita che ha peraltro ubbidito alle inevitabili leggi di mercato, soprattutto nelle zone limitrofe ai centri urbani di maggiori dimensioni.

E bisogna anche dire, evitando di essere ipocriti, che in questo contesto non pochi trentini proprietari di terreni e di vecchi immobili nel corso di questi ultimi decenni si sono ben volentieri prestati a questo gioco, traendo grandi vantaggi per effetto delle operazioni di vendita di queste proprietà, alle vituperate “immobiliari” o agli “speculatori”, con ristrutturazioni e con conseguenti affitti diversificati in base alla diversa allocazione degli stessi sul territorio provinciale.

Qui troviamo parte di quella ricchezza cui prima accennavo, distribuita su quasi tutti gli abitanti del Trentino, sia direttamente che indirettamente.

Allo stesso tempo vi domando, colleghi, se non avete mai notato una singolare particolarità riguardante le proprietà delle aree agricole, soprattutto di quelle più pianeggianti o prossime agli abitati ancora presenti nelle nostre valli periferiche. Se esaminiamo attentamente questa fattispecie, riscontriamo che queste aree sono state acquistate nel corso degli anni da pochi agricoltori, favoriti dalle regole attuali, nazionali e provinciali.

Regole in linea di principio condivisibili, introdotte allo scopo di assicurare una gestione migliore del territorio e per contrastarne il frazionamento, seguendo le norme della Provincia di Bolzano, con il suo classico modello del “maso chiuso”.

Tutti siamo d’accordo in ordine all’opportunità di favorire un’ottimale gestione del territorio, ma chi mi dice che un domani questi pseudoagricoltori, pochi per fortuna, quando la loro attività non sarà più sostenibile, nascondendosi dietro ad apparenti intenzioni verdi ed ecosostenibili, non diventino i peggiori speculatori edilizi essendo i proprietari delle migliori aree esistenti?

E il più delle volte, guardo caso, questi signori si trovano molto vicini al potere politico, a qualsiasi livello, sia comunale che provinciale; un potere che, avendo come obiettivo dominante anteposto ad ogni altro il consenso, spesso ragiona contro gli interessi della collettività, non avendo innanzitutto a cuore il bene comune. E non c’è dubbio che alla voce “bene comune” per noi trentini, e non solo per noi trentini, dovrebbero essere assimilati l’ambiente, il paesaggio e il territorio.

Tutti dovrebbero essere ambientalisti, tutori del nostro primario patrimonio ambientale, preservato nei secoli dai nostri avi e dalle nostre comunità, un bene inestimabile da consegnare non solo integralmente, ma, se possibile, ancor migliore di oggi ai nostri figli e alle generazioni future.

Tutti i cittadini, soprattutto i politici, dovrebbero essere cultori del territorio; i politici soprattutto dovrebbero esserlo non a parole o nelle dichiarazioni di principio, ma soprattutto nei fatti, con le scelte concrete. I discorsi, le frasi di circostanza, l’ambientalismo e l’ecologismo di maniera hanno stufato, non sono più credibili e non incantano più nessuno.

La gente è diventata ipersensibile e allergica a chi tenta di buggerarla vestendo i panni del politico amico del cosiddetto e tanto decantato “sviluppo sostenibile”. Prima di schierarsi con Tizio o Caio, con questo o quel politico o partito, vuole vederci chiaro, capire e controllare le decisioni.

Poc’anzi dicevo che senza la compiacenza degli amministratori locali gli scempi urbanistici ai quali abbiamo assistito nel corso degli anni non si sarebbero materializzati. Sono profondamente convinto della veridicità di questa osservazione, che nasce dall’osservazione e dal confronto quotidiano con i cittadini di tutte le vallate e di tutti i comuni della provincia.

Posso rilevare inoltre che in questi ultimi anni si è manifestata un’altra situazione francamente al limite del grottesco: alcuni amministratori comunali, memori di alcune imbarazzanti vicende del passato, per paura di assumersi fino in fondo le loro responsabilità introducendo negli strumenti di pianificazione urbanistica locale le soluzioni necessarie a prevenire il ripetersi di episodi scandalosi o quanto meno altamente rischiosi, si erano affidati all’Assessore provinciale all’urbanistica, chiedendogli in particolare di risolvere a monte il problema delle seconde case che affligge da tempo i comuni più turistici della nostra provincia. Prontamente l’assessore Gilmozzi - che se n’è andato appena mi ha visto prendere la parola - si assunse l’onere o l’onore di esercitare il compito del “caldarrostaio”, con la legge numero 16 dell’11 novembre 2005, che modificava la legge 22 del 1991.

Una normativa concepita, appunto, per togliere alcune castagne davvero bollenti dalle mani dei pavidi amministratori, che, come ho già detto, non hanno voluto o saputo risolvere in casa propria il problema, quello delle seconde case, scaricando su altri le responsabilità delle scelte.

Una legge - la legge del 2005 - sicuramente condivisibile nei principi, ma assolutamente inaccettabile e sbagliata nel metodo. Ma come sempre i principi politici servono per mascherare le parti più fragili, delicate e discutibili di una normativa.

Un provvedimento legislativo “cannone”, per usare una metafora, anziché “fucile”, sul quale non a caso mi espressi con voto nettamente contrario assieme a pochi altri colleghi consiglieri.

Rinvio evidentemente alla lettura attenta dei verbali della seduta consiliare dell’8 novembre 2005 chiunque sia interessato ad avere maggiori dettagli sull’argomento e sull’andamento del dibattito in aula.

Oggi ci troviamo a discutere in aula il testo della nuova legge urbanistica proposta dallo stesso assessore Gilmozzi, una proposta che di fatto raggruppa e sintetizza in un unico testo le molteplici modifiche via via apportate alla legge urbanistica numero 22 del 1991 nel corso degli anni.

Può essere interessante ricordare, prima di entrare nel merito degli argomenti strettamente connessi al disegno di legge in discussione, che in questo momento stiamo vivendo situazioni già viste in passato.

Mi riferisco all’ostruzionismo preannunciato e minacciato con il deposito di migliaia di emendamenti a questo testo. Ricordo per la cronaca, in particolare ai colleghi eletti per la prima volta consiglieri in questa legislatura, due precedenti casi di ostruzionismo.

Il primo risale all’XI legislatura e l’altro all’ultima conclusasi nel 2003. Il 18 giugno 1998 il collega Roberto Pinter presentò, infatti, in occasione della manovra di assestamento del bilancio provinciale ben seicentocinquantun emendamenti, che poi furono abbandonati nel corso dei lavori d’aula perché al momento della discussione il sottoscrittore era assente trovandosi in Nuova Zelanda.

Furono invece seicentodiciassette gli emendamenti firmati dal collega Giovanazzi e depositati il 7 marzo 2003 in merito alla variante 2000 al piano urbanistico provinciale.

Ogni legislatura ha, quindi, il suo momento critico, che di solito coincide con la fase finale del quinquennio.

Una fase che induce la politica a mediare tra posizioni anche molto diverse e apparentemente inconciliabili, alla ricerca di un punto di convergenza.

Vedremo se anche in questa occasione si riuscirà ad arrivare ad una sintesi. Penso si tratti di un’impresa ardua, perché questa volta le condizioni di contesto, con la possibilità di elezioni politiche già in primavere e i profondi contrasti tra le varie componenti dei due schieramenti, non mi sembrano affatto favorevoli.

In ogni caso da parte mia sono tre gli argomenti sui quali mi permetto di richiamare la vostra attenzione nel corso di questo intervento di carattere generale.

Il primo è la previsione di emendabilità del piano urbanistico provinciale; il secondo riguarda l’ampliamento dei limiti per il recupero dell’esistente nel contesto delle case vacanze, togliendo il limite del 50 per cento; il terzo consiste nella proposta di censimento dei locali storici presenti sul territorio provinciale, proposta di cui sono firmatario insieme al collega de Eccher. Ho sottoscritto poi altri emendamenti non ostruzionistici, ma quelli saranno i colleghi ad illustrarli.

Abbiamo visto come la questione dell’emendabilità al piano urbanistico provinciale è stata - come è del resto accaduto anche in passato - oggetto di ampia e inconcludente discussione politica sia durante i lavori della Terza commissione permanente che in Consiglio provinciale.

In realtà il problema è, a mio modesto avviso, molto più semplice di quello che appare, ovviamente per chi è realmente interessato ad arrivare alla sua soluzione, la qual cosa è tutt’altro che assodata. Penso si debba partire da alcuni assunti fondamentali.

Primo: non esiste alcuna norma che vieti l’emendabilità del piano urbanistico provinciale; secondo: deve essere garantito il “giusto procedimento” inteso come partecipazione con funzione di garanzia dei comuni e dei privati.

E’ assolutamente certa, inoltre, la necessità di approvare il PUP con apposita legge.

A tal proposito mi interessa rilevare, fra le molte consulenze e i tanti pareri espressi e raccolti negli ultimi anni presso insigni studiosi, un passaggio racchiuso nell’ultimo elaborato consegnato ai consiglieri che hanno partecipato ai lavori della commissione legislativa e firmato da nomi illustri quali Valerio Onida, Giorgio Pastori e Alberto Roccella.

Nella seconda pagina del loro documento si legge: “La Corte costituzionale ha, dunque, salvaguardato il procedimento amministrativo e le sue garanzie, prima tra tutte quella della partecipazione, anche a fronte dell’approvazione con legge del piano urbanistico, chiarendo espressamente che questa approvazione non vale a diminuire le garanzie dei soggetti coinvolti, compresa quella della tutela avanti al giudice amministrativo per i vizi eventualmente verificatisi nella fase amministrativa di formazione del piano”.

Questo importante passaggio è basilare, perché mette in evidenza che se le garanzie dei soggetti coinvolti sono tutelate avanti al giudice amministrativo, anche e soprattutto in presenza di un’approvazione con legge del piano urbanistico provinciale, allo stesso modo i comuni e i privati saranno tutelati in presenza dello stesso provvedimento legislativo emendato.

Con questi elementi chiarificatori di partenza ritengo sia possibile introdurre nella norma urbanistica un articolo che preveda la possibilità di modificare, poco o tanto, il piano urbanistico provinciale. In tale senso l’emendamento sottoscritto dall’intero gruppo di Forza Italia prevede il riesame del piano urbanistico provinciale a seguito dell’approvazione di emendamenti da parte del Consiglio provinciale.

Qualora il Consiglio provinciale votasse in aula alcune modifiche allo strumento urbanistico, la Giunta provinciale è ovviamente tenuta a ripetere il procedimento amministrativo di approvazione per le sole parti emendate, con i termini riferiti al deposito del piano, alla raccolta delle osservazioni e dei pareri dimezzati.

Il secondo aspetto sul quale intendo attirare nuovamente l’attenzione del Consiglio si riferisce alla parte della legge urbanistica che fissa il limite del 50 per cento per il cambio di destinazione d’uso dei volumi non residenziali esistenti, allo scopo di realizzare alloggi per il tempo libero e vacanze.

Nel tempo la legge urbanistica ha subìto diverse modifiche: prima è stato introdotto il limite del 50 per cento e successivamente sono state inserite alcune eccezioni, sempre fermo restando tuttavia la soglia del 50 per cento di trasformazione massima.

L’aver bloccato il fenomeno speculativo all’interno degli abitati sta alla base delle motivazioni espresse dall’Assessore per mantenere ostinatamente questo limite. Il limite non vale per bed & breakfast, affittacamere o altre attività imprenditoriali di tipo turistico.

Ritengo sia assurdo permettere il recupero del rimanente 50 per cento solamente con la realizzazione di strutture di questo tipo. A mio avviso la norma è penalizzante e cozza contro l’interesse di tutti, vale a dire contro la volontà di recuperare o rivitalizzare i centri storici.

Anche a causa di queste scelte urbanistiche si profila all’orizzonte una grave crisi nel settore edilizio e artigianale, che obbligherà le aziende interessate a prevedere numerosi licenziamenti o a spostarsi fuori provincia per poter lavorare.

La terza proposta emendativa della quale voglio parlare attiene alla necessità più volte avanzata da alcuni cittadini della nostra provincia di censire, di concerto con i comuni interessati, i locali storici presenti in provincia di Trento.

Si propone tra l’altro di istituire un elenco delle strutture commerciali, alberghiere e artigianali che abbiano avuto o l’hanno tuttora valenza storica, artistica, culturale e ambientale.

La proposta prevede inoltre la concessione di contributi per le spese di restauro, di manutenzione degli immobili e degli arredi e la qualifica di locale storico. La condivisione di questo orientamento permetterebbe di concorrere a migliorare e ad allargare l’offerta turistica in provincia di Trento.

Termino il mio intervento con alcuni passaggi che riportano solamente dati di fatti e circostanze agevolmente verificabili e quindi obiettivamente inoppugnabili, che evidenziano un certo modo di intendere e di portare avanti l’azione politica.

Se è vero che alle nostre spalle, cioè a monte di questo dibattito, troviamo leggi approvate da questo Consiglio provinciale, presentate e condite con le migliori intenzioni, infarcite di belle parole accompagnate da convincenti relazioni, troviamo poi a valle atti amministrativi e delibere che smentiscono palesemente quegli stessi provvedimenti ai quali dovrebbero dare attuazione nell’interesse della collettività.

Questo è, purtroppo, il punto di maggiore debolezza e criticità della politica portata avanti in questi ultimi anni dalla Giunta provinciale.

Troppe volte è mancato e manca il coraggio di dire di no e manca anche il coraggio di astenersi dal condizionare o influenzare certe scelte territoriali.

Troppe volte hanno prevalso gli interessi individuali o di piccoli gruppi e in particolare la smodata ricerca del consenso politico. Se a questo aggiungiamo anche un’informazione narcotizzata o a senso unico, ecco che i giochi sono fatti.

E poi ci lamentiamo che i cittadini sono arrabbiati!

Non sono intervenuto prima in discussione generale perché volevo sentire l’intervento dell’assessore Gilmozzi, averne una copia ed estrapolarne alcuni passaggi, riflessioni e concetti che più volte ho sentito in quest’aula e che meritano una efficace puntualizzazione.

Tra le tante parole di principio, in parte anche condivisibili, poste all’attenzione dell’Aula dall’Assessore all’urbanistica, spiccano queste: “Abbiamo cercato di porre, anche negli strumenti della pianificazione, come obiettivo quello del paesaggio, paesaggio come termine, che non è cartolina, ma è espressione dell’identità, della cultura e della storia della nostra gente. Troverete nel disegno di legge, e poi più pervasivamente nel PUP, tutta una serie di elementi che cercano di valorizzare il paesaggio, che cercano di metterlo non come limite delle strategie di sviluppo, bensì come consapevole elemento e fattore di sviluppo della nostra terra”. Poi continua: “Dobbiamo assumerci la piena responsabilità e consapevolezza che la qualità, la tutela e il valore del paesaggio e dell’ambiente sono oggi alla base dei modelli di sviluppo”. Continua ancora l’Assessore: “Il passaggio lo ritroverete in tanti passaggi della legge urbanistica. Non lo troviamo solo nel PUP, ma anche nella Carta del paesaggio, lo troviamo nella qualificazione delle commissioni locali, nel superamento delle commissioni locali di tutela del paesaggio, per evolvere verso commissioni più collaborative, verso commissioni che hanno il ruolo di accompagnare il nostro territorio in questa sfida”. E ancora: “La Provincia deve poi accompagnare, deve assistere, deve aiutare il processo di formazione delle strategie a livello di valle. Questa partecipazione, che non può essere solo incoraggiata e richiesta, deve essere sostenuta, deve essere garantita”. E mi fermo qua.

L’Assessore ha ricordato l’importanza ed il valore fondamentale del paesaggio e dell’ambiente, unitamente all’introduzione della Carta del paesaggio, ai fini di ottenere uno sviluppo economico all’insegna e nel segno della qualità e dell’eccellenza.

Non è mancato un richiamo ad una partecipazione tra istituzioni locali e Provincia.

Non posso non evidenziare alcune forti contraddizioni.

Caro Assessore, mi sarebbe facile e troppo comodo attaccarla come l’ho attaccata in passato citando ancora una volta la questione della stalla costruita in mezzo alla pianura di Tassa, in una zona di massima tutela ambientale in Val di Fiemme, dopo che lei e la sua Giunta provinciale avevate accolto il ricorso del tecnico e amministratore comunale amico contro i pareri negativi delle commissioni paesaggistiche ambientali locale e provinciale.

Mi sarebbe facile e comodo ricordare a chi ci ascolta che quella stalla doveva essere posizionata in un’area per impianti produttivi per l’agricoltura, contrassegnata con la lettera D2 e predisposta dal comune di Carano nel proprio PRG lontano dall’abitato, ma vicino al maso Vinal, di cui conosciamo la proprietà.

Mi sarebbe facile e comodo andare con la memoria alla vergognosa operazione messa in atto dal commissario ad acta del comune di Daiano, che vedo spesso vicino agli uomini e alla sede dei gruppi consiliari della Civica Margherita, commissario nominato da questa Giunta provinciale che, senza un minimo confronto con gli abitanti, ha approvato il locale piano regolatore generale vincolando enormi porzioni di territorio alla realizzazione di un campo da golf che, se non celasse progetti speculativi, sarebbe da ritenersi economicamente non sostenibile.

Un territorio vincolato a verde pubblico e di interesse pubblico attrezzato che, guarda caso, lambisce da nord il solito maso Vinal.

E guarda caso ancora lo stesso commissario ad acta, che ha approvato il PRG di Daiano contenente la previsione urbanistica del piano da golf, riceve dal comprensorio di Fiemme, dopo la scadenza del suo mandato di commissario ad acta, l’incarico di verificare la fattibilità del campo da golf nei comuni di Carano e Daiano per l’importo di 2.500 euro.

C’è poi il caso dell’ex colonia Pavese: un complesso enorme che domina la Val di Fiemme, ceduto molti anni fa dalla Provincia al comune di Daiano e successivamente concesso in uso in parte ad una azienda locale come fabbrica di birra. Rammento il nome della ditta: famiglia Gilmozzi, di Gilmozzi Guido e C., con sede legale a Cavalese.

Desta quasi tenerezza quel che disse il sindaco di Daiano il 20 gennaio facendo riferimento all’ipotesi di aprire un casinò nell’ex colonia Pavese, trasformata in albergo extralusso. “L’hotel - sono le sue parole - dovrà realizzarlo un privato e c’è già l’interessamento di una grossa società alberghiera. E’ una partita complessa ed è confortante poter contare sulla presenza dietro le quinte di Gilmozzi”.

Ma badate bene, lo stesso primo cittadino di Daiano ha poi smentito questa dichiarazione quattro giorni dopo, sostenendo che si era spiegato male.

Trovo strano, ma purtroppo è la verità, che quel sindaco fosse la stessa persona da cui ero stato informato, assieme a quasi tutta la Giunta comunale, dell’invito a lui rivolto dall’Assessore provinciale senza tanti giri di parole, si potrebbe dire l’ordine, di realizzare il campo da golf a Daiano, pena il blocco dei contributi provinciali.

Nel suo candore il sindaco di Daiano non ha pensato di nascondere questa semplice e lampante verità.

Nella rubrica “piccoli pensieri”, sottoscritta dal senatore Renzo Gubert, dal titolo “In politica”, troviamo un altro passaggio interessante che voglio riproporre all’Aula.

L’onorevole Renzo Gubert scrive: “Capita che per accontentare qualcuno si debba occupare un’area agricola primaria? “Non preoccupatevi - dicono i governanti di centrosinistra - individueremo altre aree agricole primarie, compensando le perdite”. Ma a chi pensano di parlare? A gente incapace di ragionare? Se per essere area agricola primaria sono necessari alcuni requisiti tecnici e se le aree agricole primarie sono già state individuate alcuni anni fa, come si può fare a recuperarne di altre? Semplice, basta dichiarare a verde agricolo primario quelle che prima erano aree agricole secondarie, le quali evidentemente non avevano i requisiti per essere dichiarate primarie. Il gioco è fatto, gabbando i trentini e continuando ad accontentare gli amici riconoscenti”. Chi scrive è l’onorevole Renzo Gubert, che era alleato di questa Giunta provinciale nelle passate elezioni e che, secondo lui, è stato imbrogliato con il progetto politico “Casa dei trentini”.

Concludo, non vi tedio oltre.

Intendo dire che ci si riempie la bocca di scelte condivise, di partecipazione delle comunità di valle e dei comuni e poi si esercitano pressioni affinché gli amministratori abbraccino o sviluppino progetti destinati a gravare pesantemente, molto pesantemente sul futuro delle comunità interessate.

Ognuno di noi chiami pure, come meglio crede, questa pratica: strapotere della Provincia, sudditanza dei territori, “magnadora”.

Quel che è certo è l’aspetto patologico di questa consuetudine politica, rispetto alla quale gli unici antidoti sono solo la dignità degli amministratori locali, il loro rispetto per il territorio e i suoi abitanti, la preoccupazione sincera per lo sviluppo e soprattutto il senso delle autonomie delle nostre comunità.

Comunità che non possono e non devono dipendere più dalla Provincia, ma dalle quali la Provincia deve imparare a dipendere.

Questo è il senso vero di una riforma urbanistica e prima ancora istituzionale, che rimetta al centro i cittadini e non la burocrazia, i diritti inviolabili dei singoli, delle associazioni e delle imprese, e non le spinte dall’alto di qualcuno.

Concludo, quindi, questo mio intervento ribadendo che le regole della pianificazione urbanistica devono essere uguali per tutti e non elastiche come le bretelle. Per questo occorre creare le condizioni, prima di tutto politiche e poi anche amministrative, perché siano rispettate - parlo delle regole - innanzitutto da chi ha il dovere di servirsene a beneficio dello sviluppo, della tutela del territorio e degli interessi generali di ciascuna comunità. Vi ringrazio dell’attenzione.

(...)