Seduta n°105 del 6 dicembre 1996

Disegno di legge n. 75: Bilancio di previsione della Regione autonoma Trentino-Alto Adige per l’esercizio finanziario 1997 e Bilancio triennale 1997 - 1999 (presentato dalla Giunta regionale).

DELLADIO: Grazie signor Presidente, egregi colleghi, per fare dei ragionamenti bisogna basarsi o su delle affermazioni fatte dai colleghi o su documenti. Ebbene sono andato a confrontare le linee di programma lette in aula nel lontano 10 novembre 1995, e le linee programmatiche di oggi, un anno dopo, dell’allora ed attuale Presidente della Giunta regionale Grandi.

Ho riletto la relazione che conteneva i progetti che dovevano essere attuati nel 1996 ed ho notato che numerose affermazioni ed obiettivi sono stati accantonati e tante affermazioni le ho trovate contraddittorie nella relazione che andiamo ad analizzare attualmente.

Voglio proporre all’aula alcune osservazioni in merito a questo confronto, fra la relazione del 1995 e la relazione di adesso del 1996. Nella relazione del novembre 1995 noi troviamo molti termini che si riconducono alla Regione: il termine Regione è usato a piene mani, una trentina di volte, invece nella relazione di adesso vediamo che il termine Regione è usato pochissime volte, sostituito con "Province di Trento e Bolzano" o "Trentino-Alto Adige". Pertanto rilevo che questa relazione è disgregante, o meglio assecondante alle aspettative dello SVP. E’ una relazione, a mio avviso, asservita a chi vuole disgregare l’istituto Regione.

Un’altra osservazione che voglio proporre all’aula è quella che troviamo a pag. 4 della relazione del 1995. Cosa scriveva il Presidente allora, che è lo stesso di adesso? Diceva che motivi per il venire meno del ruolo della Regione del tipo di quelli che hanno richiesto le modifiche del 1971, non sussistono nemmeno in via di pura ipotesi. Quest’anno invece il Presidente scrive di momenti confederativi comuni fra Trento e Bolzano, centrati principalmente sulla funzione legislativa. Parla di un’interrelazione come funzione di servizio, in un contesto di confederazioni delle Regioni, in uno stato unitario con un’amministrazione centrale leggera e un accentuato autogoverno regionale locale. Il Presidente Grandi parla di un Trentino-Alto Adige trasformato in un Land o in un Cantone, sul modello confederativo tedesco o svizzero, modelli completamente diversi, ma tanto al Presidente non interessa, l’importante è dire qualche cosa, anche se non esiste una certa logica.

A pag. 11 della relazione di quest’anno, il Presidente scrive e sottofirma che per definire il terzo Statuto di autonomia è indispensabile dare vita ad un organismo politico e giuridico pienamente legittimato, promosso dal Consiglio regionale, con compiti analoghi a quelli a suo tempo svolti dalla Commissione dei 19. Poi continua dicendo che sarebbe opportuno varare, entro il termine della legislatura, una riforma del sistema di elezione dei consiglieri regionali, attraverso meccanismi che favoriscano la governabilità e l’alternanza e poi continua specificando che per la Provincia di Bolzano si consiglia di adottare formule elettorali, il cui obiettivo sia prioritariamente quello della rappresentanza e che per evitare l’esplosione di conflitti tra gruppi linguistici, etnici o religiosi, la formula proporzionale pura è quella più comunemente adottata, di fatto, evidenziando la differenza o la volontà di differenziare il sistema elettorale fra la Provincia di Trento e di Bolzano.

Ricordo all’aula che anch’io, come primo consigliere di quest’aula ho depositato un disegno di legge per la riforma dell’elezione dei consiglieri regionali, che poneva una soglia per la sola Provincia di Trento, ma ho già motivato questo con il fatto che la proposta di legge, come prima proposta di legge, serviva a stimolare le forze politiche presenti in quest’aula, a presentare analoghe proposte di legge. Ritengo che una soluzione a Statuto invariato, come quella di porre una soglia comune fra il Trentino e l’Alto Adige, possa essere discussa e magari anche approvata in quest’aula.

Dobbiamo ricordare sempre che lo Statuto di autonomia è legge costituzionale: solo il Parlamento in doppia lettura può portare modifiche alla stessa.

Voglio ricordare ancora alcuni concetti che ho già evidenziato in quest’aula. E’ importante conferire alle Regioni la possibilità di scrivere le proprie regole per l’elezione dei consiglieri regionali, è opportuno andare verso un sistema maggioritario, magari con l’elezione diretta del Presidente della Provincia di Trento o di Bolzano o del Presidente della Giunta regionale, magari scegliendo anche collaboratori esterni all’esecutivo.

Nella relazione del 1995 il Presidente, in tema di riforme sostanziali, diceva che bisogna porre mano alla legge sull’elezione diretta del sindaco, sulla legge per le indennità di carica degli amministratori comunali e sull’ordinamento delle comunità comprensoriali. Ebbene, chiedo al Presidente, queste leggi dove sono? Sono ancora nel cassetto, sono bloccate, ma non a causa della minoranza, Anzi erano state bloccate a suo tempo da una minoranza - parlo esattamente del PDS - che ora è maggioranza. Voglio dire che non si può ascrivere alle attuali minoranze di quest’aula il blocco dei disegni di legge, fermi a mai più discussi.

Sempre a pag. 11 della relazione del 1995, che evidenziava gli obiettivi di questa Giunta, di questa maggioranza nell’anno 1996, si dice che si devono predisporre degli importanti disegni di legge per l’adeguamento dell’amministrazione comunale ai principi introdotti dalla legge 421 del 1992, legge nazionale, nel quadro della crescente responsabilizzazione dei vertici dirigenziali e della progressiva privatizzazione del rapporto di pubblico impiego, anche integrando la legge n. 1 del 1993, sull’ordinamento dei comuni.

In quella relazione troviamo altri particolari, attinenti la riforma elettorale comunale e l’adeguamento della contabilità comunale ed i nuovi principi introdotti dal decreto legislativo n. 77 del 1995, con l’adozione di un sistema di contabilità economica. Dove sono questi disegni di legge? Non per niente proprio oggi ed insieme ad altri consiglieri regionali, ho firmato un ordine del giorno che stimola l’esecutivo a produrre, entro sei mesi, riforme di questo tipo.

Ho voluto evidenziare con questo confronto fra le due relazioni, quella del 1995 e quella del 1996 attuale, le contraddizioni, le promesse non mantenute e l’assenza di progettualità politica di questo esecutivo e del suo Presidente.

In tema di Regione voglio ricordare le affermazioni fatte dal collega Atz in quest’aula. Il cons. Atz diceva che la posizione dello SVP è sempre la stessa "a medio termine scioglimento della Regione" e poi continua: "il diritto di autodeterminazione, per quanto riguarda il Sudtirolo, verrà enunciato quando sarà il momento opportuno". Il cons. Atz poi si rivolge agli amici trentini, chiedendo loro di dire cosa vogliono, perché i trentini da 50 anni sollevano polemiche ogni volta che lo SVP evidenzia i propri obiettivi. Continua ancora il collega Atz condividendo il progetto dei due Lander, sostenendo la tesi e le motivazioni del Vicepresidente collega Pahl, il quale dice che bisogna sfruttare, e lo SVP sfrutterà, qualsiasi occasione storica per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Ebbene, lei Presidente, sposando in pieno gli obiettivi dei colleghi Atz, Pahl e dello SVP tutta, ha svenduto il Trentino. Mai come in questo momento storico il Trentino è in pericolo di perdere la propria autonomia e le proprie prerogative, abbandonato e snobbato da Vienna, attaccato e vituperato dalle Regioni e Province italiane contermini, perché considerato parassita che vive di risorse non proprie o di altri. Ad aggravare la situazione più volte emersa, sia in Consiglio provinciale di Trento, che in Consiglio regionale, c’è che la maggioranza del Trentino, integrante la maggioranza regionale, parla ed agisce in ordine sparso in tema di autonomia e decentramento.

In settembre abbiamo ricordato il 50° anno della firma dell’accordo Degasperi Gruber, ebbene questo accordo documenta che storicamente il Trentino non ha conquistato l’autonomia per forza propria, ma solo grazie alla sua vicinanza geopolitica con l’Alto Adige, non ho alcun imbarazzo a riconoscerlo. Tuttavia la strada, che sotto il profilo giuridico ci ha portato ad acquisire l’autonomia per via indiretta, in virtù della nostri prossimità alla Provincia di Bolzano, nulla toglie al principio, in base al quale, anche a prescindere dalle conseguenze a noi favorevoli del patto internazionale, sottoscritto dai due statisti a Parigi 50 anni fa, anche il Trentino avrebbe avuto e mantiene il diritto di governarsi da sé. Si tratta di un diritto che non discende dalle vicende della storia recente, ma fonda le sue radici in una tradizione millenaria e soprattutto in una corretta interpretazione del rapporto Stato-comunità o Stato-Regioni, secondo la quale il primo, lo Stato, è il punto di raccordo e di equilibrio dell’autonomia delle seconde, le comunità regionali, e non il centro del sistema, come invece si è creduto e si continua a credere.

In questo momento voglio ricordare a quest’aula la mia provenienza, io vengo dalla valle di Fiemme, dove esiste un esempio storico di autonomia antica, un’autonomia nell’autonomia. La Magnifica Comunità Generale di Fiemme, che nel corso dei secoli si è mantenuta, ha sopravvissuto, ha tutelato i patrimoni silvopastorali esistenti su quel territorio ed ha una discreta autonomia.

In altri termini solo una visione statalista può far ritenere che oggi il Trentino debba meritarsi nuovamente l’autonomia, escogitando chissà quali ragioni politiche, per rilegittimare e riaccreditare, al pari dell’Alto Adige, il proprio diritto a mantenere i poteri e le risorse gestiti dal dopoguerra ad oggi. Quei poteri e quelle risorse non sono esclusivamente riconducibili al frutto di una benevola concessione dall’alto, in quanto tale sempre revocabile, ma appartengono ad una libertà che lo Stato nazionale ha il dovere di servire e non di usurpare. Gli stessi sudtirolesi oggi, quando propongono di smantellare l’istituzione regionale, non mettono affatto in dubbio l’autonomia della nostra Provincia, ma affermano un valore che impone il rispetto tanto della loro specificità, quanto della nostra di trentini e di ogni altro popolo.

Intendo una specificità non intesa come separatezza, o in contrapposizione a qualcuno, ma da interpretare come una maggiore capacità di relazione con gli altri, Comunità locali, Regioni, o Euroregioni, nella cornice generale di uno Stato italiano veramente federale e all’interno di un’Europa altrettanto federale, che nei loro rispettivi ruoli si rendano cioè garanti del pieno rispetto e dell’equilibrio generale nei rapporti tra le molte diverse autonomie.

Questa è la risposta forte e convincente che occorre dare alla secessione gridata in riva al Po dalla Lega Nord per l’indipendenza della Padania, in particolare al suo leader Umberto Bossi. Non c’è dubbio che sotto questo profilo risulterà decisiva la disponibilità alla revisione della Carta costituzionale, in termini non lesivi delle ragioni storiche, soprattutto delle funzioni proprie della autonomie differenziate di alcune Regioni e Province d’Italia. L’accordo Degasperi-Gruber è stato il primo atto di un processo storico, in seguito al quale, oltre all’Alto Adige è diventato autonomo anche il Trentino, che in linea di principio avrebbe dovuto esserlo comunque e ricordavo le esperienze autonomiste, nate e maturate sul territorio non solo trentino.

Se non partiamo da questa convinzione avremo sempre il problema di doverci giustificare, sentendoci quasi in colpa per aver goduto di un vantaggio che solo fortuitamente e non certo perché abbiamo dimostrato qualità migliori di altri, siamo riusciti ad ottenere.

Occorre favorire una coabitazione rispettosa delle differenze emergenti in quest’area. Coabitazione che si realizza soltanto per mezzo di una relazione sistematica fra le differenze. Senza questo fitto scambio e dialogo tra popolazioni italiane e ladine del Trentino e popolazioni italiane, ladine e tedesche dell’Alto Adige, l’autonomia regionale e, a maggior ragione, l’autonomia della Provincia di Trento non si giustificano più. Senza questo continuo interfaccia a tutti i livelli non si giustifica più la Regione, quindi non regge neppure la speciale autonomia, assegnata anche alla Provincia di Trento, poiché oggi la politica trentina non fa nulla, al di là di una sterile professione di fede euroregionale, per rinsaldare e sviluppare concretamente questo sistema di relazioni con la Provincia di Bolzano italiana, tedesca e ladina. Lo SVP tira una conseguenza pragmaticamente ineccepibile, quando propone di abolire la Regione, essendo già un dato di fatto incontestabile la sostanziale separatezza delle due Province.

Il partito di raccolta sudtirolese tuttavia sbaglia, quando afferma che l’autonomia di Trento non soccomberebbe a questo cambiamento, vale a dire all’azzeramento della Regione, perché non basterebbe certo aggrapparci alla secolare cultura e tradizione autonomistica della comunità trentina, per conservarne le speciali competenze e soprattutto le particolarissime risorse.

L’ancoraggio dell’autonomia trentina è essenzialmente regionale, è vero quindi che Trento e Bolzano devono camminare insieme nella cornice della Regione. Ma per convincere di questo i sudtirolesi occorrono proposte precise, interessi forti da condividere, iniziative politiche comuni da portare avanti in due e con maggiore successo, proprio perché non da soli in tutte le sedi esterne, quando si tratta di discutere con Roma, Innsbruck, Bruxelles, nonché con interlocutori pubblici e privati di rilievo.

Su questa necessità di sinergia con Bolzano prima, e più ancora che con Innsbruck, appare in tutta la sua evidenza l’immobilismo del Partito Autonomista Trentino Tirolese, oggi al governo della Provincia di Trento e della Regione. Sappiamo infatti che il PATT, sulla carta affiliato al partito di raccolta sudtirolese, è in realtà tagliato fuori dalle strategie e dai rapporti politicamente più interessanti dello SVP.

Quella che quindi poteva essere una grande occasione di rilancio dei contatti e della collaborazione fra Trento e Bolzano, data l’affinità autonomistica dei due partiti alla guida delle due Province e della Regione, si sta invece rivelando un rischioso passo indietro rispetto agli ideali dell’accordo Degasperi-Gruber, ideali di integrazione, cooperazione, che sono l’unica vera forza e speranza di futuro per l’autonomia trentina, mentre possono non esserlo per l’autonomia sudtirolese, il cui carattere interetnico legittima la sua specialità. Ideali di integrazione e di cooperazione per coltivare nuovamente i quali occorre oggi un nuovo, coraggioso accordo di collaborazione tra comunità diverse.

Le Province di Trento e Bolzano devono recuperare l’attitudine a comunicare in tutte le circostanze e su tutti i problemi che riguardano l’autonomia, ne ha vitale bisogno il Trentino, che diversamente perderà la sua autonomia, pur avendone diritto e necessità, ma ne ha bisogno anche l’Alto Adige, per rinforzare il proprio ruolo sia nei confronti di Roma, che rispetto all’area tedesca della Mitteleuropa.

E’ chiaro infatti che per rinsaldare e rilanciare i rapporti fra Trento e Bolzano, il nuovo patto regionale dovrà essere internamente solido, ma soprattutto proiettato verso l’esterno, in grado cioè di configurare una maggiore "massa critica" nei confronti di tutti gli interlocutori istituzionali, statali e sovrastatali, potenziando ed ampliando le capacità di penetrazione e di partecipazione di quest’area alpina alle scelte politiche nazionali ed europee.

Solo un nuovo accordo di questa natura tra Trento e Bolzano consentirà di superare costruttivamente l’attuale modello della Regione, rimasta effettivamente una "scatola vuota", ma che oggi è indispensabile riempire di contenuti di grande valore e di interesse reciproco.

E’ a partire da questo patto che le due Province potranno scrivere insieme il terzo Statuto della storia dell’autonomia. Il primo creò la Regione. Il secondo ha trasferito i poteri della Regione alle Province. Il terzo dovrà fare della Regione lo strumento privilegiato di collaborazione interna tra Trento e Bolzano per sviluppare la comunicazione esterna e quindi l’immagine autonomistica delle due Province. Nulla però lascia intravedere che questo è o sarà l’impegno del governo regionale.

La nuova Regione dovrà essere lo stabile punto di raccordo e di comune progettualità politica delle due autonomie provinciali, recependo i poteri che l’auspicata nuova carta costituzionale trasferirà alle Regioni nell’ottica del federalismo.

Le due autonomie provinciali sono quindi anzitutto chiamate ad impegnarsi con un nuovo accordo, a utilizzare lo strumento Regione come un mezzo potente per difendere la loro specialità, ma soprattutto per affrontare insieme e quindi con maggiori probabilità di successo le due grandi sfide esterne che si delineano all’orizzonte, quella della riforma in senso federale dello stato italiano e quella della competizione tra aree omogenee interregionali, economicamente forti nell’ambito del confronto europeo.

Unicamente in questa prospettiva a senso parlare di Euregio alpina. Un nuovo e robusto accordo che metta stabilmente in relazione Trento e Bolzano, in un quadro regionale diversamente inteso, anche in termini statutari, sarà la chiave per aprirci costruttivamente ad Innsbruck, avviando una collaborazione transfrontaliera operativa e non più soltanto sbandierata politicamente e molto demagogicamente per il gusto di irritare Roma o Vienna, anziché per ricavarne vantaggi visibili e concreti. Ovunque esistono e funzionano, e questo lo ho detto più di una volta in quest’aula, le Euroregioni, che sono molte, e hanno un taglio operativo e concreto, mai politico-istituzionale. Ma anche su questo punto purtroppo la Provincia di Trento, in particolare, come pure quella di Bolzano insistono nell’errore di prospettiva, commesso nei primi due anni di questa legislatura.

Ritengo che quello appena prefigurato sia un percorso sensato e ragionevole, anche se richiede un coraggio politico, di cui i nostri attuali governi locali, trentino, altoatesino e regionale sono sprovvisti.

Parlando di cooperazione transfrontaliera voglio fare alcune considerazioni, dicendo che il progetto che non possiamo e non dobbiamo realizzare è quello della cosiddetta Regione europea del Tirolo. Non ho difficoltà ad affermare che sono nettamente contrario a questo disegno dal quale già la nostra auspicabile collaborazione transfrontaliera risulta più danneggiata che favorita. Con un eccesso di enfasi politica si è voluto attribuire carattere istituzionale, tanto forte quanto inesistente nella realtà, ad un rapporto, quello tra le nostre Province, Regioni e comunità che da tempo poteva e doveva invece essere intensificato sul piano operativo, pratico e concretamente interessante per tutti.

Altre Euregio esistono già e funzionano egregiamente in Europa, ad esempio tra Länder austriaci, Cantoni svizzeri e stati della repubblica federale tedesca. Cito fra tutte la positiva esperienza della comunità del lago di Costanza, che coinvolge anche il Vorarlberg, senza bisogno di assegnare a tali organismi di cooperazione l’ambiziosa e rischiosa patente istituzionale di Regioni.

Se parliamo di cooperazione transfrontaliera dobbiamo fare riferimento ad accordi che esistono già, dobbiamo fare riferimento alla convenzione di Madrid del 1980, dobbiamo fare riferimento all’accordo di Vienna del 1993 e solamente in questo solco ci si può muovere. Attualmente non è ipotizzabile tracciare confini diversi dagli attuali.

E’ ora di tornare ad interagire all’interno del quadro giuridico esistente, senza più battezzare con nomi impropri la cooperazione che deve esistere e svilupparsi tra le nostre comunità. Se vogliamo veramente difendere e promuovere la nostra autonomia, dovremo utilizzare fino in fondo le istituzioni che già esistono e non rinunciarvi o inventarne di nuove. Per questo sono assolutamente contrario all’ipotesi di smantellare o sciogliere la Regione Trentino-Alto Adige, nella quale trova fondamento internazionale e costituzionale l’autonomia delle Province di Trento e di Bolzano. Oggi queste due autonomie speciali non sono affatto chiamate a separarsi, bensì a dialogare e collaborare di più dentro la cornice regionale che ci unisce in un’ottica europea con lo sguardo rivolto in particolare al di là del Brennero.

L’importante è rendere questa collaborazione sentita, percepita come utile e quindi partecipata dalle popolazioni che rappresentiamo e dalle forze sociali ed economiche che attendono con grande interesse il decollo effettivo non solo a colpi di slogan di queste politiche di apertura.

E’ indispensabile e fondamentale anche sensibilizzare e coinvolgere la gente, secondo il principio di sussidiarietà che in quest’aula è più volte ricordato anche a sproposito, perché questo è il nostro compito irrinunciabile di rappresentanti dei cittadini, stimolare l’autosviluppo sociale ed economico delle nostre comunità.

L’istituto Regione è una garanzia per i trentini, per gli italiani dell’Alto Adige, per i ladini, sia di Trento che di Bolzano. E’ anche chiaro che la frammentazione politica contribuisce a renderci deboli, noi trentini, nei confronti delle coalizioni politiche più ampie, come lo SVP.

Un altro aspetto evidente è che sono assenti dalla scena leader che riescano a coagulare attorno a loro la forza e le risorse umane necessarie a transitare il difficile periodo che stiamo vivendo. Al governo non ci sono più i politici carismatici di una volta, sostenitori di ideali e di progetti lungimiranti. La maggior parte di questa maggioranza opera sistematicamente per il proprio tornaconto elettorale. Ho già detto altre volte che il collante che unisce questa maggioranza eterogenea è il potere e le riforme, come ho evidenziato, giacciono nei cassetti e la Regione muore.

Un altro concetto importante che voglio ricordare è la difesa del Trentino, della Regione, delle istituzioni autonomistiche tutte. Dobbiamo gestire oculatamente le risorse ed a tal proposito leggiamo quanto riportato nella relazione tecnica al bilancio di previsione della Regione per l’esercizio finanziario 1997 e bilancio triennale 1997-99. A pag. 3 si nota che la spesa corrente per l’esercizio 1997 è concretizzata in 501.494 milioni e si riferiscono ad erogazioni di carattere finale, di queste lire i 294.221 milioni si attribuiscono alla parte corrente (58,67%) concretandosi essenzialmente in consumi e trasferimenti di redditi, mentre lire 207.273 milioni si riferiscono a spese in conto capitale (41,33%).

Non è concepibile una così alta percentuale di spese correnti che, se esaminate secondo la classificazione amministrativa, ci accorgiamo che ai servizi di Presidenza vanno 142 mila milioni ed alla previdenza e assicurazioni sociali 142 mila milioni. Questa, evidenziando le spese correnti, che rappresentano il 58,67%, tale risultato mal si concilia con la miglior gestione delle risorse, quindi questo esecutivo deve essere bocciato.

Concludendo, un’ultima osservazione, il Presidente Grandi, non me ne voglia, egli è il cavallo di Troia prestato al Consiglio regionale per smantellare la Regione, per questo, signor Presidente, le chiedo un gesto di coraggio, si dimetta!

E’ chiaro, dopo quanto detto, non voterò questo bilancio, un bilancio fallimentare, senza progettualità politica e preagonico per la Regione. Grazie.