Seduta n° 97 del 17 settembre 1996

Commemorazione del cinquantesimo anniversario dell'Accordo di Parigi

DELLADIO: Grazie signor Presidente. Distinti colleghi, pregiatissimi ospiti, è giusto che anche noi ricordiamo l'accordo Degasperi-Gruber a cinquant'anni dalla firma di Parigi, in questa che è la massima sede istituzionale e rappresentativa della Regione.

Anzitutto perché quel Patto fu la matrice del "quadro" regionale dell'autonomia, sancito nel '48 dal primo statuto poi istituzionalmente articolato nell'attuale assetto tripolare dal secondo statuto, a partire dal 1972.

Ma c'è un altro motivo che ci spinge oggi a rimembrare degnamente quell'accordo.

Mi riferisco al suo significato, politicamente nobile e culturalmente alto, che lo rende interessante e attuale nei confronti di una classe di governo - provinciale, regionale e nazionale - la quale teorizza invece l'opportunità di volare basso, di ragionare ed agire schiacciata sugli interessi del presente per risultare sempre e comunque gradita ai più.

Al contrario, Degasperi e Gruber erano perfettamente consapevoli che la loro scelta non sarebbe piaciuta né ai governi di Roma e di Vienna, né agli stessi sudtirolesi, le cui aspettative oltranziste di allora mal si conciliavano con la soluzione raggiunta a Parigi.

Ma i due statisti erano altrettanto coscienti che il loro accordo era vincente sul piano dei principi, e lo sarebbe stato alla fine anche nei fatti, perché affermava un valore superiore e irrinunciabile, quello dell'autonomia dei popoli - non isolatamente considerata, ma partecipe del pacifico concerto dei popoli europeo - più grande e più forte delle spinte contrapposte e conflittuali figlie della guerra da poco terminata.

Attuando questo valore si sarebbe difeso un fondamentale diritto di civiltà, per garantire nell'ambito di un negoziato mondiale l'esistenza di una minoranza altrimenti destinata all'estinzione.

L'autonomia non doveva essere concepita ed esercitata, quindi, contro gli Stati ma "fra" gli Stati, come "spazio vitale", intreccio culturale in continua interazione fra gli stessi, che diversamente avrebbero finito per fagocitarla attraverso un'inesorabile omologazione.

L'accordo Degasperi-Gruber non fu quindi un compromesso siglato per accontentare tutti, ma un atto di coraggio che destò molte reazioni negative e tuttavia s'impose, per la grandezza dei suoi scopi e il suo realismo diplomatico, sulla pressione dei piccoli e grandi nazionalismi postbellici.

Il nostro problema, oggi, è di non tornare indietro rispetto a quella conquista, o meglio, rispetto al senso profondo di quell'accordo.

Il senso profondo di quell'accordo sta nell'aver coniugato autonomia e apertura, autonomia e convivenza, nell'aver cioè promosso una formula di autogoverno non autoreferenziale né esaurito in se stesso, ma finalizzato, anzi, strutturalmente orientato al dialogo e allo scambio, sia politico-culturale che economico, fra i gruppi di lingua diversa in quest'area di confine.

Il senso, la scommessa di quell'accordo è la coabitazione rispettosa delle differenze emergenti in quest'area, coabitazione che si realizza soltanto per mezzo di una relazione sistematica tra le differenze.

Senza questo fitto scambio e dialogo a 360 gradi tra popolazioni italiane e ladine del Trentino, e popolazioni italiane, ladine e tedesche dell'Alto Adige, l'autonomia regionale e, a maggior ragione, l'autonomia della provincia di Trento non si giustificano più.

Senza questa interazione, senza questo continuo interfaccia a tutti i livelli, non si giustifica più la Regione e quindi non regge neppure la speciale autonomia assegnata anche alla Provincia di Trento.

E poiché, oggi, la politica trentina non fa nulla - al di là di una sterile professione di fede euroregionale - per rinsaldare e sviluppare concretamente questo sistema di relazioni con la provincia di Bolzano italiana, tedesca e ladina, l'SVP tira una conseguenza pragmaticamente ineccepibile quando propone di abolire la Regione, essendo già un dato di fatto incontestabile la sostanziale separatezza delle due province.

Il partito di raccolta sudtirolese, tuttavia, sbaglia quando afferma che l'autonomia di Trento non soccomberebbe a questo cambiamento, vale a dire all'azzeramento della Regione, perché non basterebbe certo aggrapparsi alla secolare cultura e tradizione autonomistica della comunità trentina per conservarne le speciali competenze e soprattutto le particolarissime risorse.

Parliamoci chiaro: l'ancoraggio dell'autonomia trentina è essenzialmente regionale.

E' vero, quindi, che Trento e Bolzano devono camminare insieme nella cornice della Regione, per non tradire lo spirito originario dell'accordo Degasperi-Gruber.

Ma per convincere di questo i sudtirolesi, che invece vedono nell'istituzione regionale un'inutile dispendiosa "palla al piede", occorrono proposte precise, interessi forti da condividere, iniziative politiche comuni da portare avanti in due e con maggior successo, proprio perché non da soli, in tutte le sedi esterne, quando si tratta di discutere con Roma, Innsbruck, Bruxelles nonché con interlocutori pubblici e privati di rilievo.

Su questa necessità di sinergia con Bolzano, prima e più ancora che con Innsbruck, appare in tutta la sua evidenza l'ottuso immobilitismo del Partito Autonomista Trentino Tirolese, oggi al governo della Provincia di Trento e della Regione.

Sappiamo infatti che il partito autonomista trentino, sulla carta affiliato al partito di raccolta sudtirolese, è in realtà tagliato fuori dalle strategie e dai rapporti politicamente più interessanti della SVP.

Quella che quindi poteva essere una grande occasione di rilancio dei contatti e della collaborazione fra Trento e Bolzano - data l'affinità autonomistica dei due partiti alla guida delle due Province e della Regione - si sta invece rivelando un rischioso passo indietro rispetto agli ideali dell'accordo Degasperi-Gruber.

Ideali di integrazione e cooperazione che - lo ripeto - sono l'unica vera forza e speranza di futuro per l'autonomia trentina, mentre possono non esserlo per l'autonomia sudtirolese, il cui carattere interetnico legittima la sua specialità.

Ideali di integrazione e di cooperazione per coltivare nuovamente i quali occorre oggi un nuovo, coraggioso accordo di collaborazione tra comunità diverse.

Un accordo in base al quale i confini da perforare non siano quello del Brennero quanto, molto più umilmente, quello di Salorno cioè tra le due Province di Trento e Bolzano, ciascuna delle quali deve recuperare l'attitudine a comunicare con l'altra, in tutte le circostanze e su tutti i problemi che riguardano l'autonomia.

Ne ha vitale bisogno il Trentino, che diversamente perderà la sua autonomia, pur avendone diritto e necessità.

Ma ne ha bisogno anche l'Alto Adige, per rinforzare il proprio ruolo sia nei confronti di Roma che rispetto all'area tedesca della Mitteleuropa.

E' chiaro infatti che per rinsaldare e rilanciare i rapporti fra Trento e Bolzano, il nuovo Patto regionale dovrà essere internamente solido, ma soprattutto proiettato verso l'esterno, in grado cioè di configurare una maggiore "massa critica" nei confronti di tutti gli interlocutori istituzionali, statali e sovrastatali, potenziando e ampliando le capacità di penetrazione e di partecipazione di quest'area alpina alle scelte politiche nazionali ed europee.

Solo un nuovo accordo di questa natura fra Trento e Bolzano consentirà di superare costruttivamente l'attuale modello della Regione, rimasta effettivamente una "scatola vuota", ma che oggi è indispensabile riempire di contenuti di grande valore ed interesse reciproco.

E' a partire da questo Patto che le due Province potranno scrivere insieme il terzo statuto della storia di autonomia.

Il primo creò la Regione.

Il secondo ha trasferito i poteri della Regione alle Province.

Il terzo dovrà fare della Regione lo strumento privilegiato di collaborazione interna fra Trento e Bolzano, per sviluppare la comunicazione esterna e quindi l'immagine autonomistica delle due Province.

Questa è la strada da percorrere se vogliamo essere fedeli ai valori, non usurati dal tempo, racchiusi nel Patto Degasperi-Gruber.

Nulla, purtroppo, lascia però intravedere che questo è, o sarà, l'impegno del Governo regionale.

Lo dimostra l'ultima iniziativa in materia di riforma elettorale, presentata dall'assessore competente e dal Presidente, iniziativa che ha un'unica, vera preoccupazione: quella di non modificare lo statuto, e ho concluso Presidente.

Qualunque revisione statutaria comporterebbe, infatti, la ripresa di una capacità di dialogo e sinergia fra Trento e Bolzano, che non solo non esiste politicamente, ma si fa di tutto per evitare accuratamente.

Resta però il fatto che, oggi, ripensare lo statuto è la condizione irrinunciabile per dare un'identità nuova, dinamica e credibile alla Regione.

Una Regione che non dovrà riacquistare autorevolezza a scapito delle Province, sottraendo ad esse alcune competenze, perché questo significherebbe, ancora una volta, tornare indietro, al primo statuto di autonomia.

La nuova Regione dovrà essere invece lo stabile punto di raccordo e di comune progettualità politica delle due autonomie provinciali, recependo i poteri che l'auspicata nuova Carta Costituzionale trasferirà alle Regioni nell'ottica del federalismo.

Le due autonomie provinciali sono quindi anzitutto chiamate ad impegnarsi, con un nuovo accordo, a utilizzare lo strumento-Regione come un mezzo potente per difendere la loro specialità, ma soprattutto per affrontare insieme - e quindi con maggiori probabilità di successo - le due grandi sfide esterne che si delineano all'orizzonte: quella della riforma in senso federale dello Stato italiano e quella della competizione tra aree omogenee interregionali economicamente forti nell'ambito del confronto europeo.

Unicamente in questa prospettiva ha senso parlare di Euregio alpina.

Un nuovo e robusto accordo che metta stabilmente in relazione Trento e Bolzano in un quadro regionale diversamente inteso, anche in termini statutari, sarà la chiave per aprirci costruttivamente ad Innsbruck, avviando una collaborazione transfrontaliera "operativa", e non più soltanto sbandierata politicamente e - lasciatemelo dire - molto demagogicamente, per il gusto di irritare Roma o Vienna anziché per ricavarne vantaggi visibili e concreti.

Ovunque esistono e funzionano, le Euroregioni - che sono molte - hanno questo taglio operativo e concreto, mai politico-istituzionale.

Anteporre questa schermaglia all'interesse reale che le comunità coinvolte avrebbero nell'interagire, equivale a colpire a morte la stessa possibilità di attuare un vero progetto euroregionale di collaborazione transfrontaliera.

Ma anche su questo punto, purtroppo, la Provincia di Trento in particolare, come pure quella di Bolzano, insistono nell'errore di prospettiva commesso nei primi due anni di legislatura.

Ritengo che quello appena prefigurato sia un percorso sensato e ragionevole, anche se richiede un coraggio politico di cui i nostri attuali Governi locali, trentino, altoatesino e regionale, sono sprovvisti.

Non resta che sperare che il destino fallimentare di questa linea suicida per l'autonomia trentina, e di indebolimento per quella sudtirolese, risulti sempre più manifesto, e induca i responsabili a ravvedersi, in tempo per cambiare rotta.

Solo così riusciremo a non infangare la memoria dell'accordo internazionale tra questi grandi statisti, memoria che oggi abbiamo il dovere e il bisogno di recuperare nel suo autentico e duraturo significato.

Un'ultima battuta signor Presidente, proprio per ringraziarla del richiamo che ha fatto nella sua relazione alla magnifica comunità di Fiemme; io sono un figlio della Val di Fiemme, vengo da quella valle, conosco la realtà storica ed istituzionale locale e sono un Vicino, Vicino vuol dire essere componente di quella comunità, ero anche rappresentante.

Lei ha ricordato i patti Gebardini del 1111 nei quali si riconosceva l'esistenza di quell'autonomia, un'autonomia direi antica, dipendente solamente su pochissimi argomenti al Principato vescovile di Trento. E' un'istituzione particolare, è un'autonomia che esiste ancora, sebbene limitata e che gestisce un patrimonio silvo-pastorale di 20.000 ettari e che aiuta sotto molteplici forme la popolazione locale. Prendiamo esempio. Ho concluso ricordando il passato per poter costruire un sereno e prospero futuro di pace. Grazie.