Seduta n°148 del 11 marzo 1998
Trattazione ed esame dei seguenti disegni di legge concernenti la riforma elettorale del Consiglio regionale in considerazione di quanto espresso nella relazione datata 16 gennaio 1998 del Presidente della Commissione legislativa congiunta - (su richiesta dei Consiglieri regionali Divina, Binelli, Delladio, Holzer, Morandini, Atz, Giovanazzi, Fedel, Conci Vicini, Giordani, Ianieri, Benedikter, Leitner, Zanoni e Valduga) (su richiesta dei Consiglieri regionali Dalbosco, Passerini, De Stefani, Benedetti, Leveghi, Vecli, Muraro, Taverna, Holzmann, Benussi, Minniti, Zendron, Kury, Pinter, Conci Vicini):
Disegno di legge n.60: Modifiche alla legge regionale 8 agosto 1983, n.7 in materia di elezione del Consiglio regionale (presentato dal Consigliere regionale Delladio);
(...)
Disegno di legge n.90: Modifica alla legge regionale 8 agosto 1983, n.7 e successive modificazioni (presentato dai Consiglieri regionali Morandini e Delladio);
(...)
Disegno di legge n.106: Modifica della legge regionale 8 agosto 1983, n.7 e successive modificazioni concernente lelezione del Consiglio regionale (presentato dai Consiglieri regionali Dalbosco, De Stefani, Delladio e Benedetti);
(...)
DELLADIO: Grazie signor Presidente. Egregi colleghi, finalmente parliamo di riforme elettorali. Più di una volta in capigruppo avevo espresso che era necessario esaurire la trattazione delle riforme elettorali entro il più breve tempo possibile. Anche ieri in capigruppo ho sostenuto la necessità di ricorrere alle sedute notturne per affrontare questo importante problema. Febbraio o marzo era il termine ultimo; febbraio è già passato, ci resta marzo o mai più.
Vi ricordate quando avevo chiesto la procedura durgenza per il mio primo disegno di legge, il n. 60 del 1995? Era il disegno di legge che trattava di riforme elettorali, il primo in assoluto: era il 10 novembre 1995. Laula ha bocciato tale richiesta perché si diceva che non cera la volontà politica a quel tempo, ma mi sembra che anche ora non ci sia la volontà politica, visto che anche lora e mezza di lavoro, prevista per questo pomeriggio, è stata bocciata.
Sembrerebbe che ora non ci sia la volontà politica per le riforme e questo lo si desume dai comportamenti, il più evidente è quello dellassenza del Presidente della Giunta, Grandi, alla discussione in aula dellultima riunione del consiglio regionale...
PRÄSIDENT: Mi scusi consigliere, un po di calma, se dovete parlare andate fuori, perché cè un rumore in aula che purtroppo la voce delloratore non può superare!
Prego consigliere.
DELLADIO: Altro aspetto che evidenzia la mancata volontà politica di attuare le riforme è quello dei litigi fra lo SVP ed il PATT sui punti da trattare per primi: le deleghe o la riforma elettorale; ultimamente sembrerebbe che ci fosse una convergenza. Ben due volte ho firmato la convocazione di riunione straordinaria del Consiglio regionale per trattare le riforme e questo evidenzia la volontà di riformare il sistema elettorale, dimostrata con i fatti, una volontà di portare a casa una, anche minima, riforma del sistema di elezione dei consiglieri regionali.
In quattro anni di legislatura ho perso i capelli, ho perso la pazienza alcune volte, però non ho perso la speranza di portare a casa una seppur minima riforma elettorale. Urgente e necessaria sarebbe anche la riforma della legge sui comprensori, la modifica alla legge sullelezione dei sindaci e la modifica della legge che rivede le indennità degli amministratori dei comuni. Purtroppo siamo arrivati in là nella legislatura e queste riforme sarà ben difficile realizzarle, resta il fatto che la riforma elettorale è e sarà la madre di tutte le riforme di questa legislatura ed anche della prossima e lo spiegherò poi nel mio intervento.
Quello che si prefigurava allorizzonte nelle ultime giornate di Consiglio regionale è una riforma che non è una riforma, ma un semplice aggiustamento, una soglia del 2,8% su base regionale. Meglio che niente. E una deludente riforma, perché molto si è scritto, il Presidente Grandi ha parlato di Bicamerale regionale per le riforme, ed alla fine siamo ancora al punto di partenza e contemporaneamente anche al punto di arrivo della legislatura con una riforma che si può semplificare dicendo che "la montagna ha partorito un topolino": le varie maggioranze che si sono susseguite nella legislatura sono colpevoli di questa situazione.
Parlando di soglia: alcuni colleghi hanno parlato di soglia dicendo che questa vuol dire governabilità, io dico no, la soglia vuole dire semplificazione ed a tale riguardo è opportuno ricordare che nel Friuli-Venezia Giulia esiste una soglia del 4%.
Sono stati presentati 11 disegni di legge, più o meno complessi, la riforma elettorale è stata richiesta a gran voce dai soggetti economici ed istituzionali della società, in particolar modo quella trentina. Abbiamo assistito a continue crisi istituzionali sia in Regione che in Provincia di Trento. Il problema base di tutte queste crisi è la frammentazione dei partiti, però ci sono due tipi di frammentazione: quella di inizio legislatura e quella durante la legislatura. Quella durante non potrà mai essere bloccata. Noi siamo stati partecipi di un periodo storico difficile, il più difficile dal dopoguerra, la frammentazione è dovuta anche ad accadimenti e situazioni politiche particolari. Penso agli eventi nazionali quali il ribaltone e la rottura della vecchia DC, che non manca mai di stupire. Ultimamente abbiamo visto la rottura del CCD a livello romano dopo la discesa in campo di Cossiga, che da picconatore opera per frantumare il centro, spingendo verso un bipolarismo da attuare. Abbiamo visto anche il CDU, che ha delle notevoli frizioni interne.
In sintesi i partiti si sono frantumati causando ingovernabilità. In particolar modo in Provincia di Trento vediamo una difficoltà di comporre maggioranze e per questi motivi i prossimi consiglieri regionali devono avere un sistema nuovo di elezione, un sistema nuovo politico nel contesto delle norme statutarie attuali, un sistema nuovo e semplificato che obbliga le aggregazioni e riduce il numero dei partiti che si presentano alla tornata elettorale e in questa sede deve uscire allo scoperto chi non vuole una seppur minima riforma elettorale. Per questo motivo in Commissione avevo avanzato la proposta di saltare la Commissione per le riforme, quella congiunta I^ e II^, e mandare i disegni di legge direttamente in Aula senza discussione, anche se è stata contenuta la libertà di espressione. Non cera altro da fare, perché lostruzionismo era evidente: per accelerare i tempi.
Non posso ora esimermi dal relazionare e dal parlare sullargomento più importante di questa legislatura. Ho parlato poco in Commissione elettorale, la Bicamerale regionale per le riforme, dove abbiamo visto la I^ e II^ Commissione regionali congiunte, per accelerare i tempi, come ho già detto, e per portare a compimento le riforme auspicate dalla popolazione e dalla comunità, in particolar modo quella trentina.
Non posso non parlare, anche perché sono presentatore di un disegno di legge e sono cofirmatario di altri due, il primo, in assoluto più realistico, era un correttivo, era uno stimolo per gli altri partiti affinché proponessero soluzioni in tal senso, il secondo, con altri colleghi, presentava un orientamento maggioritario ed il terzo era la media di altri con lintendimento di far ritirare tre o quattro disegni di legge. Tutti questi disegni di legge comunque erano inseriti in un solco preciso e ben definito, volto ad aggregare i partiti, a favorire le alleanze, a tutelare le minoranze e a favorire la governabilità.
Sorge una domanda: quale priorità fra Regione e riforma elettorale? Qual è lobiettivo più importante da raggiungere? Ritengo che la Regione può essere salvaguardata e allo stesso tempo può essere raggiunta una riforma elettorale che porti agli obiettivi espressi pocanzi. Non si può ragionare nella contingenza, ma in termini di ampia progettualità politica. La Commissione bicamerale ha garantito listituto Regione, la Regione pertanto non si tocca, la Regione è il contenitore privilegiato.
Non possiamo parlare di riforma elettorali senza esaminare il nuovo ruolo che dovrà avere la Regione. Laccordo Degasperi-Gruber è stato il primo atto di un processo storico in seguito al quale oltre allAlto Adige è diventato autonomo anche il Trentino, che in linea di principio avrebbe dovuto esserlo comunque. Il Trentino avrebbe avuto e mantiene il diritto di governarsi da sé. Si tratta di un diritto che non discende dalle vicende della storia recente, ma affonda le sue radici in una tradizione millenaria, basti pensare alla Magnifica Comunità di Fiemme, esempio storico di autonomia antica e di autonomia nellautonomia.
Se non partiamo da questa convinzione, avremo sempre il problema di doverci giustificare, sentendoci quasi in colpa per avere goduto di un beneficio o di un vantaggio che solo fortuitamente e non certo perché abbiamo dimostrato qualità migliori degli altri siamo riusciti ad ottenere.
La realtà attuale vede un Trentino abbandonato e snobbato da Vienna, attaccato e vituperato dalle regioni e province italiane contermini, perché considerato parassita che vive di risorse non proprie. E chiaro comunque che per mantenere e potenziare unautonomia di scelta occorre puntare a uneconomia autosufficiente e dimostrare di saper gestire oculatamente le risorse.
Nella nostra realtà istituzionale occorre favorire una coabitazione rispettosa delle differenze emergenti in questa area, coabitazione che si realizza soltanto per mezzo di una relazione sistematica fra le differenze. Senza questo fitto scambio e dialogo, senza linterazione fra popolazione italiane e ladine del Trentino e popolazioni italiane, ladine e tedesche dellAlto Adige, a tutti i livelli, lautonomia regionale e a maggior ragione lautonomia della Provincia di Trento non si giustificano più.
Oggi, al di là di una sterile professione di fede euroregionale, la politica trentina non ha fatto nulla in questi 50 anni e non fa nulla per rinsaldare e sviluppare concretamente questo sistema di relazioni con la provincia di Bolzano, italiana, tedesca e ladina perciò lo SVP tira una conseguenza pragmaticamente ineccepibile quando propone di abolire la Regione, essendo già un dato di fatto incontestabile la sostanziale separatezza delle due Province.
Da mille anni le popolazioni convivono in armonia, trentini e sudtirolesi, ora siamo arrivati allinsopportazione. Lo vediamo anche in termini conflittuali in Regione nella diatriba maturata tra il Vicepresidente Pahl ed i dipendenti regionali; dichiarazioni che abbiamo trovato sulla stampa, che mascherano la volontà di ripristinare la proporzionale allinterno dellistituzione Regione.
E evidente linettitudine politica che ha avuto il suo massimo in questa legislatura. Il partito di raccolta sudtirolese, tuttavia, sbaglia quando afferma che lautonomia di Trento non soccomberebbe a questo cambiamento, vale a dire allazzeramento della Regione, perché non basterebbe certo aggrapparsi alla secolare cultura e tradizione autonomistica della comunità trentina, per conservarne le speciali competenze e soprattutto le particolarissime risorse. Lancoraggio dellautonomia trentina è essenzialmente regionale.
E vero quindi che Trento e Bolzano devono camminare insieme nella cornice della Regione. I colleghi trentini, quelli del PATT, del PDS, la galassia dei partiti della sinistra più alcuni componenti del centro a parole difendono listituto regionale, di fatto ne pregiudicano lesistenza visto il contenuto del documento programmatico, sottoscritto nellestate del 1996. In esso si legge tra laltro di delegare alle Province autonome di Trento e di Bolzano le competenze in materia di camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, cooperazione e credito, svuotando, con il conseguente ulteriore indebolimento, la Regione.
Penso che siamo arrivati al punto che solo un nemico comune farà di nuovo dialogare e coalizzare le due Province, un nemico che, a mio modesto parere, è identificato nella volontà concreta di smantellare la particolare situazione autonomistica delle due Province.
Le Province di Trento e Bolzano devono recuperare lattitudine a comunicare in tutte le circostanze e su tutti i problemi che riguardano lautonomia. E chiaro infatti che per rinsaldare e rilanciare i rapporti fra Trento e Bolzano il nuovo patto regionale dovrà essere internamente solido, ma soprattutto proiettato verso lesterno, in grado cioè di configurare una maggiore "massa critica" nei confronti di tutti gli interlocutori istituzionali, statali e sovrastatali, potenziando ed ampliando le capacità di penetrazione e di partecipazione di questarea alpina alle scelte politiche nazionali ed europee.
Solo un nuovo accordo di questa natura fra Trento e Bolzano consentirà di superare costruttivamente lattuale modello della Regione, rimasta effettivamente una "scatola vuota" e che oggi è indispensabile riempire di contenuti di grande valore e di interesse reciproco. E a partire da questo patto che le due province potranno scrivere insieme il terzo statuto della storia dellautonomia.
La commissione Bicamerale ha previsto un termine di due anni per rifondare ed adeguare lo statuto di autonomia, pertanto la prossima legislatura sarà costituente e lo vediamo già da oggi sui giornali che è stato inserito la possibilità di votare e di eleggere i vari Presidenti delle Province e della Regione.
Aspetti negativi della commissione Bicamerale sono quelli che non è stato varato un vero federalismo, non è stata prevista unassemblea federale che serva da raccordo con le autonomie locali e non è stato recepito il vero senso del principio di sussidiarietà e cioè che il pubblico non deve intervenire laddove il privato, gli enti intermedi possono fare da soli ed a costi minori. Non è stato modernizzato il paese mettendolo al passo con lEuropa, meglio sarebbe stata lassemblea costituente.
Ritorniamo a parlare di statuto. Il primo creò la Regione, il secondo trasferì i poteri dalla Regione alle Province, il terzo dovrà fare della Regione lo strumento privilegiato di collaborazione interna fra Trento e Bolzano per sviluppare la comunicazione esterna e quindi limmagine autonomistica delle due Province.
La nuova regione dovrà essere lo stabile punto di raccordo di comune progettualità politica delle due autonomie provinciali, recependo nellottica del federalismo i poteri che lauspicata nuova carta costituzionale trasferirà alle regioni: fisco, strade, ambiente, turismo, rapporto con lEuropa, tutela delle minoranze.
Le due autonomie provinciali sono quindi anzitutto chiamate ad impegnarsi con un nuovo accordo, ad utilizzare lo strumento Regione come un mezzo potente per difendere la loro specialità, ma soprattutto per affrontare insieme e quindi con maggiori probabilità di successo le due grandi sfide esterne che si delineano allorizzonte, quella della riforma in senso federale dello Stato italiano e quella della competizione tra aree omogenee interregionali, economicamente forti nellambito del confronto europeo.
Oggi queste due autonomie speciali non sono affatto chiamate a separarsi, bensì a dialogare e collaborare di più dentro la cornice regionale che ci unisce ed in unottica europea con lo sguardo rivolto in particolare al di là del Brennero.
E evidente che gli estensori dello statuto di autonomia, il quale come abbiamo visto contiene i pilastri irremovibili, non modificabili in ambito regionale, sui quali adattare le regole elettorali per lelezione dei consiglieri regionali, hanno ragionato sempre nellottica della frame richiamata nellaccordo Degasperi-Gruber, identificata nellistituto regionale come bilanciamento e annichilimento delle forze centrifughe ed etnico politiche presenti sul territorio.
Ora ci sono delle proposte di legge che ho menzionato allinizio del mio intervento: riforme elettorali che si identificano in tre disegni di legge, il primo già presentato nel 1995, firmato dal solo sottoscritto, che prevedeva una soglia per la sola provincia di Trento, tenendo conto del fattore etnico in Regione; il secondo disegno di legge, assieme al collega Morandini, che voleva portare un ulteriore contributo al dibattito politico, che introduceva la mozione di sfiducia costruttiva, dopo aver depositato un documento programmatico, una nuova Giunta, un nuovo Presidente e se non veniva identificata una nuova maggioranza si procedeva allo scioglimento del Consiglio regionale.
Questo secondo disegno di legge permetteva la indicazione del premier per la lista o le coalizioni di lista, simulando lelezione del Presidente della Giunta; prevedeva anche la soglia di sbarramento al 5% per le singole liste, con un premio di maggioranza alla prima coalizione di quattro seggi ed alla seconda coalizione di un seggio. In questo disegno di legge si aumentavano le firme per presentare le liste e si riducevano a due il numero di preferenze. Tutto questo in una cornice unitaria regionale, recependo gli intendimenti del passato, che hanno visto scrivere il primo e il secondo statuto di autonomia.
Questi disegni di legge servono ed andremo a discuterli per favorire un bipolarismo, per favorire le aggregazioni, per garantire una governabilità politica.
Il terzo disegno di legge, che avevo sottofirmato, era una media di questi disegni di legge e permetteva lintroduzione della soglia su base regionale, permetteva il premio di maggioranza alla coalizione di liste e permetteva anche lidentificazione del premier.
Pertanto tre sono i disegni di legge che portano la mia firma in questo contesto di riforma delle regole per lelezione del Consiglio regionale.
Ulteriori modifiche, non meno importanti da considerare, per una riforma regionale compiuta, dovrebbero contemplare, oltre allindicazione da parte dei cittadini del premier candidato alla Presidenza delle Giunte provinciali e regionale, la riduzione del numero delle preferenze, come ho già detto, nonché norme cosiddette "antiribaltone".
Assolutamente le riforme non devono essere disgreganti, parziali e contingenti, pena il dover rincorrere le nuove evoluzioni politiche che nasceranno nel tempo, ma devono essere di ampio respiro e di lungimiranza politica, considerando lesperienza e gli intendimenti del passato.
Il problema etnico è laspetto basilare della questione. Dai vincoli imposti dallo statuto di autonomia si desume che occorre realizzare condizioni particolari di alleanze interetniche nel caso si voglia intervenire con un premio di maggioranza alle liste o coalizioni di liste che ottengono la maggioranza relativa dei voti validi, in tal caso le norme che andiamo a discutere e forse approvare, dovrebbero contemplare un minimo risultato elettorale etnicamente rappresentativo.
Le considerazioni esposte intendono favorire il dialogo fra i gruppi etnici presenti in Regione per una crescita armonica e di rispetto reciproco. Attualmente cè la Bicamerale che sta lavorando, quanto prodotto da questa commissione andrà ad essere analizzato dal Parlamento in duplice lettura, poi ci sarà il referendum. Pertanto le riforme strutturali e sostanziali, altrettanto necessarie quali la possibilità di nominare assessori esterni allesecutivo e la concreta separazione dei ruoli fra legislativo ed esecutivo dovranno essere introdotte con una modifica statutaria di competenza politico-istituzionale superiore.
Nella prossima legislatura si dovrà riformare lo statuto e si dovranno produrre le nuove regole elettorali, se il Consiglio lo riterrà opportuno, visto anche che bisogna adeguare entro due anni quanto varato e speriamo che venga varato dal Parlamento e confermato dal referendum.
Occorre sicuramente riformare le regole per lelezione del Consiglio regionale, permettendo la separazione fra carica di consigliere regionale e carica di consigliere provinciale: dovrà avere un unico sistema elettorale su base proporzionale con un numero di eletti ridotto su base regionale, con rappresentatività delle minoranze.
In una cornice di province federate è poi possibile definire sistemi opportuni anche diversi per le due province. Il problema etnico comunque deve essere sempre tenuto in considerazione allinterno della modifica delle regole esistenti.
Concludendo: un Consiglio regionale che è la somma dei due Consigli provinciali non è più sostenibile. Vi ringrazio.